“Sono triste” e “sono depresso” sono due modi di dire che usiamo spesso nel linguaggio comune.
Ma significano davvero la stessa cosa?
Ho deciso di scrivere questo articolo ripensando ad un colloquio di psicoterapia effettuato con un paziente, tempo fa.
Senza entrare nei dettagli privati della discussione, notai che la persona in questione utilizzava le espressioni “sono triste” e “sono depresso” in modo intercambiabile, come se significassero la stessa cosa.
Una persona che non ha mai aperto un libro di Psicologia non ci avrebbe fatto caso probabilmente, o comunque l’avrebbe considerato come un dettaglio di poco conto.
D’altronde quante volte ci capita di dire “oggi sono triste” oppure “sono depresso ultimamente, mi pesa fare qualsiasi cosa” nella vita quotidiana?
Immagino parecchio, soprattutto in questo particolare momento storico.
Nel mio caso invece, proprio per via della mia formazione e del lavoro che faccio, si è acceso il celeberrimo “senso di ragno“.

Perché è opportuno fare una distinzione tra le espressioni “sono triste” e “sono depresso”?
Già: perché mi sto prendendo la briga di scrivere un articolo a riguardo, se sembra una cosa così banale?
Personalmente credo che sia importante per due motivazioni: una di tipo teorico ed una di tipo pratico.
A livello teorico il nostro modo di utilizzare il linguaggio plasma la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda.
È il concetto che sta alla base del meta-modello di Richard Bandler e John Grinder, descritto nel libro intitolato: “La Struttura della Magia“.
Per quanto possa sembrare curioso il titolo, non si tratta di un libro che parla di esoterismo, bensì parla di psicoterapia.
Ci sarebbe tanto da dire su questo libro che reputo molto valido per chiunque faccia il mio lavoro, tuttavia voglio soffermarmi solo su un paio di concetti, dato che questo è un articolo divulgativo e non voglio annoiare i non addetti ai lavori.
Ciò che c’è da sapere sono i seguenti principi teorici che riporto qui sotto, spiegati in modo semplice e facilmente digeribile:
- Il mondo che c’è lì fuori ed il mondo che c’è nella nostra testa sono due cose diverse. Questa affermazione implica che l’essere umano, per interagire col mondo esterno, crea delle mappe mentali di quest’ultimo che lo guidano nella scelta dei comportamenti più adatti alle singole situazioni che si trova ad affrontare.
- Faccio un esempio: pensate a questo processo come al marinaio che usa una mappa per navigare nel vasto oceano: la mappa non è fisicamente l’oceano, ma è una rappresentazione di esso. Se la mappa non è precisa al 100%, allora per il marinaio potrebbero essere guai. Una secca potrebbe essere dietro l’angolo, eppure non può saperlo se non è segnalata sulla sua mappa!

- Per via di alcuni fattori di tipo neurologico, sociale ed individuale, le nostre mappe mentali non sono mai fedeli al 100%. Mettiamo in atto delle distorsioni della realtà, che di rimando influenzano la struttura delle nostre mappe mentali e quindi anche il modo che utilizzeremo per “navigare” il mondo che ci circonda.
- Le distorsioni presenti nelle nostre mappe mentali sono osservabili attraverso il linguaggio. Il modo in cui usiamo il linguaggio plasma le nostre mappe mentali e viceversa.
- Morale della favola: fate attenzione a come parlate, perché le parole che usate plasmano l’esperienza che fate del mondo che vi circonda!
Tornando all’argomento iniziale, dire “sono triste” oppure “sono depresso” è differente perché produce un effetto diverso sul modo in cui percepiamo il nostro mondo interiore (soprattutto le emozioni).
E parlando di emozioni, voglio descrivere qual è l’altra motivazione, quella pratica, per cui sto scrivendo questo articolo.
Cogliere quel particolare durante il discorso del mio paziente è stato utile perché si è rivelata un’occasione per fare della psico-educazione di base sulle emozioni.
Il paziente in questione ne ha tratto giovamento perché, nel momento in cui ha colto la differenza esistente tra la tristezza e la depressione, ha potuto:
- Acquisire una maggiore consapevolezza di come stava in quel momento (e le emozioni sono pacchetti di informazioni importantissimi!);
- Normalizzare ciò che sentiva, capendo che sentirsi tristi è normale ed accettabile, e che è ben diverso dall’essere affetti da una Depressione Maggiore.
- Come conseguenza dei due punti precedenti, ha sfruttato questa nuova conoscenza per prendere decisioni protettive per sè a livello pratico, per stare meglio.
A questo punto direi che è arrivato il momento di fare un pò di psico-educazione sulle emozioni anche in questo articolo, così da trovare delle differenze concrete tra dire “sono triste” e “sono depresso”.
Che cos’è la tristezza?
La tristezza è una delle emozioni di base, assieme alla rabbia, alla paura ed alla gioia.
Il suo scopo, assieme alle altre emozioni di base, è quello di promuovere l’adattamento all’ambiente circostante.
Sulle emozioni ci sarebbero da spiegare milioni di cose perché sono fondamentali per il funzionamento dell’organismo umano, tuttavia sarò super-sintetico e dirò solamente che ogni emozione di base è connessa a precisi stimoli, bisogni ed azioni.
Ciò significa che:
- Esistono alcuni precisi stimoli ambientali che sollecitano le emozioni di base e che rientrano all’interno di alcune macro-categorie;
- Ogni emozione di base è connessa ad uno specifico bisogno che percepiamo quando proviamo quell’emozione;
- Ogni emozione di base ci motiva a comportarci in un certo modo, che è l’azione connessa alla risoluzione di quel bisogno.
Per quanto riguarda la tristezza, lo stimolo che la elicita è la perdita, il bisogno che proviamo è quello di essere accolti, l’azione che naturalmente tendiamo a mettere in atto (e che permette di “risolvere” l’emozione) è chiedere sostegno agli altri.
In base a queste informazioni possiamo affermare che essere tristi è una reazione normale ed adattativa ad uno stimolo esterno (che spesso è la perdita di qualcosa).
Tutto ciò è ben diverso dalla depressione, che invece è un Disturbo e quindi presuppone un livello di gravità differente.
Che cos’è la Depressione?
Anche qui ci sarebbe molto da dire!
La Depressione è un Disturbo dell’Umore ed in quante tale presuppone una condizione psicofisica che è ben lontana dal concetto di normalità.
Per poter effettuare una diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore (questo è il nome clinico che compare sul DSM 5 e che chiamiamo comunemente Depressione) è necessario che la persona presenti tutta una serie di sintomi, che sono organizzati secondo una serie di criteri.
Il DSM 5 afferma che, per poter parlare di Disturbo Depressivo Maggiore, debbano essere presenti questi sintomi (riporto solamente i primi due Criteri per comodità):
Criterio A: Cinque (o più) dei seguenti sintomi sono stati contemporaneamente presenti durante un periodo di 2 settimane e rappresentano un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento; almeno uno dei sintomi è 1) umore depresso o 2) perdita di interesse o piacere.
I sintomi sono:
- Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, come riportato dall’individuo o come osservato da altri;
- Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni;
- Significativa perdita di peso, non dovuta a dieta, o aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi tutti i giorni;
- Insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni.
- Agitazione o rallentamento psicomotori quasi tutti i giorni;
- Faticabilità o mancanza di energia quasi tutti i giorni;
- Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, quasi tutti i giorni;
- Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni;
- Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico o un tentativo di suicidio o un piano specifico per commettere suicidio.
Criterio B: I sintomi causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
Come potete notare, la Depressione è un Disturbo molto specifico che presuppone un certo tipo di vissuto e che è accompagnato da una forte compromissione del funzionamento della persona.
Per questo motivo dire “sono triste” è ben diverso dal dire “sono depresso”: si tratta di confondere un’emozione di base con un Disturbo clinico! Il vissuto è totalmente diverso!
“Sono triste” e “sono depresso”: il linguaggio plasma l’esperienza
Ciò non significa che a forza di dire “sono depresso” rischio di diventare magicamente depresso!
Utilizzare i termini giusti per descrivere la propria esperienza interna significa imparare a dargli un nome, quello giusto.
Riconoscendo ciò che proviamo momento per momento, imparando a nominarlo, acquisiamo la capacità di stare a contatto con la “pancia”, di capire di cosa abbiamo bisogno e di attivarci per ottenerlo attraverso l’azione.
Significa imparare a conoscerci di più: di rimando saremo più integrati e riusciremo a prenderci cura di noi stessi in modo protettivo.
Tuttavia, prima di fare tutto ciò, è importante fare il primo passo: sentire e dare un nome.
Spero che questo articolo vi possa aiutare in questo senso, soprattutto la prossima volta che si sentirete tristi (e molto probabilmente non depressi).
Se ti è piaciuto l’articolo, ti invito a condividerlo. Grazie mille!
Dottor Antonello Mattia – Psicologo Castelli Romani
