Quando il gioco non è più divertente: il fenomeno del gioco d’azzardo

Questo articolo sul gioco d’azzardo è stato scritto dalla dott.ssa Carmen Di Rosa, psicologa, a cui ho chiesto gentilmente di scrivere qualcosa da poter postare sul mio sito.

Quello che state leggendo è il frutto di questa richiesta: una breve ma interessante introduzione alla definizione di gioco d’azzardo.

Alla fine dell’articolo vi lascio i contatti della dott.ssa Di Rosa, nel caso vogliate approfondire l’argomento, e la bibliografia. Buona lettura!

Il gioco d’azzardo nella società odierna è un fenomeno sociale, culturale e con ampi risvolti sia psicopatologici che criminologici: quanto padroneggiamo questo argomento?

Sappiamo riconoscere quando il gioco d’azzardo diventa così incontrollabile da essere una malattia?

Per prima cosa vediamo cosa si intende con il termine gioco.

L’enciclopedia Treccani lo definisce “Esercizio singolo o collettivo a cui si dedicano bambini o adulti, per passatempo, svago, ricreazione, o con lo scopo di sviluppare l’ingegno o le forze fisiche. Anche, pratica consistente in una competizione fra due o più persone, regolata da norme convenzionali, e il cui esito, legato spesso a una vincita in denaro (posta del gioco), dipende in maggiore o minore  misura dall’abilità dei contendenti e dalla fortuna”.

Pertanto il gioco è un’azione libera, situata al di fuori della vita consueta, a cui di norma non è legato un interesse materiale e che si compie entro uno spazio definito secondo un ordine e delle regole.

Dopo aver definito le caratteristiche del gioco, evidenziamo le particolarità del gioco d’azzardo.

Il termine deriva dall’arabo “az-zhar” che significa “dado”.

Studi antropologici hanno ipotizzato che la sua primitiva funzione fosse quella di sondare o indirizzare il Fato; una sorta di pratica magica, espressione della volontà divina, che alleviasse le angosce relative all’imprevedibile e consentisse di prevedere il destino.

Nell’antichità quindi l’esito casuale di un tiro di dadi o di un’azione equivalente serviva ad esempio a regolare lo scambio di proprietà, a risolvere dispute o a scegliere i candidati per determinati compiti.

Perché si tratti di gioco d’azzardo è necessario che ci siano delle condizioni fondamentali: il denaro, o un altro oggetto di valore, viene messo in palio attraverso una scommessa; la posta in gioco non può più essere ritirata; l’esito si basa totalmente sul caso, in quanto il gioco d’azzardo comporta il rischiare qualcosa di valore nella speranza di ottenere qualcosa di valore maggiore.

Tra i molti tipi di gioco d’azzardo presenti nel mondo occidentale ricordiamo le carte e i dadi, i giochi da casinò, le scommesse, le lotterie, il lotto e superenalotto, i Gratta e Vinci, le slot machines e videolottery, i giochi online.

Ma quindi, in fondo tutti i tipi di giochi possono essere considerati d’azzardo?

La risposta, fortunatamente, è no.

In base alla definizione appena data, per esempio non è gioco d’azzardo il biliardo: per giocare si paga solitamente una quota, ma non si scommette sull’esito della partita, che dipende in gran parte dall’abilità dei giocatori.

Allo stesso modo, non è gioco d’azzardo la tombola: sebbene la vincita dipenda totalmente dall’esito incerto dell’estrazione, i premi sono ripartiti equamente e lo spirito del gioco non è tanto vincere la maggiore somma di denaro, quanto trascorrere tempo in compagnia.

Viceversa, rientra tra i giochi d’azzardo il bingo, la cui logica è apparentemente analoga a quella della tombola, con la differenza sostanziale che non tutto l’ammontare che deriva dalla vendita delle cartelle si traduce in premi.

Nel bingo si gioca per vincere molto più di quanto si è pagato e i ritmi serrati di estrazione – circa 7 minuti per 90 numeri – non si prestano ad una forma di socialità.

Occorre fare un’importante precisazione. In molte culture è consuetudine scommettere su giochi ed eventi, e la maggior parte delle persone lo fa senza avere problemi: infatti non è il semplice incontro con il gioco che porta necessariamente all’evoluzione di un quadro patologico, ma sono necessari diversi elementi per trasformare una innocua attività in una condotta di dipendenza.

Ogni tipo di dipendenza è sempre la risultante di un processo che vede la contemporanea presenza e l’interazione di fattori diversi legati alla persona (biologici, psicologici, fasi evolutive), al contesto microsociale (famiglia, ambiente di vita), macrosociale (momento storico, culturale, economico) ed all’incontro con una sostanza o la sperimentazione di un comportamento: in questo caso, il gioco.

La frequenza del gioco d’azzardo può essere correlata più al tipo di gioco che alla gravità complessiva del disturbo: per esempio, acquistare un singolo biglietto Gratta e Vinci ogni giorno può non essere problematico, mentre una minor frequenza di casinò, sport o giochi di carte può essere parte di un disturbo da gioco d’azzardo.

In modo simile, la quantità di denaro spesa nelle scommesse non è di per sé indicativa del disturbo da gioco d’azzardo.

Alcune persone possono scommettere moltissimi soldi al mese e non avere problemi di gioco, mentre altre possono scommettere quantità molto più piccole ma fare esperienza di sostanziali difficoltà correlate al gioco d’azzardo.

Infatti non importa la quantità, ma la qualità in termini di rapporto tra il giocatore ed il gioco, così come avviene per qualunque tipo di dipendenza tra il soggetto e la sostanza da cui dipende.

Essere un giocatore patologico significa perdere completamente il controllo del proprio comportamento, tanto da non riuscire a smettere di giocare finché non si è perso tutto; il gioco, in questo caso, compromette la vita affettiva, sociale e lavorativa della persona.

Al termine di questa breve presentazione possiamo affermare che non è facile ignorare qualcosa che è costantemente davanti ai nostri occhi sotto forma di pubblicità continue, Gratta e Vinci esposti a decine nelle tabaccherie, slot machines nei bar, applicazioni per smartphone così semplici da usare e divertenti.

Non è facile, ma è obbligatorio fermarsi anche solo un momento a pensare all’approccio al gioco nostro e di chi ci sta intorno.

Perché si sa, superata una certa soglia… Rien ne va plus.

Contatti della dott.ssa Carmen Di Rosa:

Via del Casale Giuliani, 11 – 00141 Roma

Email: psicarmendirosa@gmail.com

Pagina Facebook: clicca qui.

Numero di telefono: 3663953276

Bibliografia:

American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta Edizione, DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Caritas Roma (2016). I rischi del gioco d’azzardo. Considerazioni sul fenomeno e sulle sue conseguenze. Roma: Trullo Comunicazione srl.

Cohen, M. – J. Hansel (1956). Risk and Gambling, The Study of Subjective Probability. New York: Philosophical Library.

Coriale, G. et al. (2015). Disturbo da gioco d’azzardo: epidemiologia, diagnosi, modelli interpretativi e trattamento. Rivista di Psichiatria, 50 (5), 216-227.

“Sei tu che mi fai stare male”: il ruolo della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali

Con questo articolo voglio approfondire nuovamente il tema del benessere all’interno delle relazioni interpersonali.

Negli ultimi mesi ho scritto diversi articoli a riguardo, come l’articolo sul bisogno di riconoscimento ed approvazione da parte degli altri oppure l’articolo sulla fine di una relazione amorosa importante.

In questo caso voglio concentrarmi su un ulteriore argomento specifico: la responsabilità personale all’interno delle relazioni.

Può capire che, durante un litigio oppure una discussione, una delle due persone in relazione possa esprimere una frase simile a quella che ho scritto nel titolo.

“Mi fai così arrabbiare!”

“Non vedi che mi fai essere triste? Mi fai così male!”

“Mi hai spaventato così tanto!”

E così via per tante altre emozioni.

Cosa hanno in comune tutte queste frasi?

L’elemento comune ad ognuna di loro è che sono espresse nella formula: “tu mi fai sentire X“.

In psicologia questo tipo di messaggio viene chiamato messaggio Tu ed è un tipo di transazione interpersonale che conferisce all’altro la responsabilità del proprio sentire.

Il primo mito che è necessario sfatare quando si parla di responsabilità personale nelle relazioni interpersonali è che l’altro può obbligarci a sentire una determinata emozione.

In realtà non è così!

Certo, la persona davanti a noi può davvero mettercela tutta per farci arrabbiare o intristirci, ma la modalità di risposta ad un determinato stimolo esterno è sempre in nostro potere.

Ognuno di noi mette in atto una serie di schemi cognitivi, emotivi e comportamentali che sono estremamente personali e che vengono appresi a partire dalle relazioni con le persone importanti della nostra vita.

Ciò significa che di fronte ad un determinato stimolo sociale due persone potrebbero reagire in modo totalmente differente.

Allo stesso modo, uno stimolo sociale potrebbe essere letto in diverso modo da due persone differenti, e quindi dare luogo a reazioni disuguali anche in questo caso.

Conoscere i propri modi di funzionare all’interno delle relazioni è uno dei benefici che apporta un percorso di psicoterapia personale: diventa più facile prendersi la responsabilità personale delle proprie reazioni quando si conoscono i propri modi di reagire a livello cognitivo, emotivo e comportamentale.

È importante sottolineare che siamo noi che scegliamo di arrabbiarci e di urlare, di intristirci e di ritirarci, di spaventarci e scappare via.

Per quanto l’altro possa operare un controllo su di noi, la sua responsabilità nella relazione equivale sempre al 50%.

Infatti, ogni relazione interpersonale che sia accogliente, nutritiva e positiva si basa su una suddivisione alla pari della responsabilità interpersonale.

Come diceva Eric Berne, il padre fondatore dell’Analisi Transazionale: Io sono OK, tu sei Ok.

Tuttavia, capita spesso che le persone concedano all’altro la propria parte di responsabilità oppure che si impossessano della responsabilità dell’altro.

Per fare un esempio possiamo pensare ad una coppia di fidanzati in cui lui si sente incapace di scelte di vita importanti per sé e per la coppia e quindi lasci che sia lei a decidere per entrambi.

L’atto di concedere totalmente la propria responsabilità personale alla propria compagna pone il nostro uomo dell’esempio in una condizione rischiosa.

Un adattamento rigido, che non è accompagnato dal darsi il permesso di esprimere la propria opinione rispetto a tematiche importanti che lo riguardano, può esporre la persona a sentimenti di frustrazione, di rabbia e di inettitudine.

Allo stesso modo, la donna del nostro esempio potrebbe non sentire la partecipazione del compagno e quindi arrabbiarsi per questo, oppure intristirsi perché non vede complicità rispetto alla costruzione di un progetto in comune.

Come potete leggere, le conseguenze di una cattiva gestione della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali sono spesso funeste per tutti i partecipanti della relazione.

Prendersi la propria responsabilità personale ha due effetti benefici principali nelle relazioni.

Il primo è quello di darsi il permesso di esprimere liberamente all’altro i propri pensieri, le proprie emozioni ed i propri comportamenti in modo maturo ed adulto.

Il secondo beneficio ha a che fare con lo stabilire una giusta distanza tra sé e l’altro, che non corrisponde all’invischiamento oppure alla separazione rigida.

Un pò come nella favola dei porcospini, due persone che decidono di prendersi la responsabilità del proprio vissuto all’interno della relazione riescono a stare vicini ed a sostenersi senza addossare all’altro contenuti che invece sarebbero propri.

Sei tu che mi fai stare male il ruolo della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali 2

Psicologia del viaggio: la partenza come modo per scoprire se stessi

L’estate è iniziata ed è ormai tempo di vacanze.

Se stai cominciando a pensare a come organizzare le tue ferie, se andare in mare o montagna, se partire con il partner oppure con gli amici e le amiche, sai a cosa mi riferisco!

In mezzo a tutte le opzioni che ci offre il sistema turistico odierno oggi voglio proporti un nuovo tipo di vacanza.

In realtà scommetto che non è poi così nuova: ognuno di noi ha pensato ad un viaggio del tipo che ti sto per proporre, almeno una volta nella vita.

Mi sto riferendo a quel tipo di viaggio che cattura ed ammalia la parte più avventurosa che c’è in ognuno di noi, quella parte che accarezza l’idea della partenza con occhi sognanti ma che viene liquidata con un semplice: “Sarebbe bello fare un viaggio del genere, ma … *inserire una qualsiasi scusa o giustificazione in questo spazio*”.

Prova a porti questa domanda: hai mai pensato ad un viaggio o ad una vacanza che ti porterebbe al di fuori della tua comfort zone?

Pensaci un attimo, scommetto che qualcosa ti sta sicuramente venendo in mente.

Per alcune persone si tratta di partire da soli e provare l’esperienza di un viaggio in cui poter stare ad intimo contatto con loro stessi.

Per alcuni si tratta di andare a visitare un paese straniero molto lontano dal proprio, con usi e costumi che affascinano proprio in virtù della loro diversità.

Per altre persone potrebbe trattarsi di avventurarsi in un viaggio on the road, equipaggiati con la propria automobile o motocicletta e percorrere un tragitto fatto di tappe continue in molti luoghi diversi.

La scelta di un viaggio che possa portarti al di fuori della tua comfort zone è molto personale perchè ognuno di noi è diverso e si sente comodo o scomodo in esperienze differenti.

Se non hai mai pensato ad una vacanza del genere, prova a soffermartici ora ponendoti la seguente domanda: quale tipo di viaggio ti piacerebbe fare che ti stimolerebbe ad uscire dalla tua zona di conforto ed a metterti alla prova?

Non pensare che viaggi del genere siano solamente per persone avventurose o che conducono uno stile di vita con pochi impegni e molto tempo libero.

Sicuramente c’è qualcosa che potresti fare nel tuo piccolo che potrebbe sfidarti a mettere in gioco le tue risorse, fosse anche solo per un weekend o per un viaggio a poche centinaia di Km da casa.

Ovviamente, come per ogni cosa a questo mondo, c’è bisogno della giusta motivazione, quindi mi sembra importante darti 3 motivazioni fondamentali per cui potresti lasciarti convincere dal tuo Io avventuroso e sperimentarti in un viaggio di questo tipo.

Andiamo a vederle assieme.

1° motivazione – Viaggiare è un modo per venire incontro ai tuoi sogni nel cassetto

Come dicevo all’inizio molte persone accarezzano l’idea di fare un viaggio avventuroso che li faccia uscire dalla propria comfort zone, ma poi non si cimentano mai nell’impresa per tutta una serie di motivi.

Quello che succede è che gli anni passano e quella potenziale esperienza di crescita rimane lì nel cassetto a prendere polvere, in attesa del momento perfetto.

In realtà non esiste un momento perfetto: esiste solamente la voglia di mettersi in gioco, che va di pari passo con la capacità di negoziare la voglia di fare un viaggio di questo tipo con gli altri impegni della vita quotidiana.

2° motivazione – Viaggiare significa scoprirsi in nuove qualità e mettersi alla prova

Badare a se stessi in situazioni sfidanti è un ottimo modo per scoprire nuove qualità e rafforzare quelle già esistenti.

Uscire dalla propria comfort zone è un’attività che stimola il pensiero creativo e le capacità di problem solving, che sono due qualità utilissime in qualsiasi contesto.

E poi vuoi mettere con la soddisfazione di tornare a casa ed avere qualcosa di avventuroso da raccontare alle proprie persone importanti?

È una soddisfazione impagabile!

3° motivazione – Viaggiare significa provare nuove esperienze che non sono possibili con altri tipi di vacanza

Sicuramente stare una settimana al mare sotto all’ombrellone è un ottimo modo per rilassarsi e lasciar andare lo stress, però ricordati che un bagaglio che non puoi mai lasciare a casa sei proprio tu!

Quello che intendo è che a volte “staccare” del tutto è difficile perchè tendiamo a portarci i problemi e le preoccupazioni con noi, anche quando siamo in vacanza.

Se vivi una vita quotidiana fatta di ansie continue e di preoccupazioni è molto improbabile che non te le porterai dietro anche sotto l’ombrellone.

Perciò perchè non sfruttare il momento della vacanza per fare un’esperienza di crescita personale? Perchè non metterti alla prova con il viaggio che hai sempre sognato di fare ma che non ti sei mai concesso?

Magari potrebbe essere proprio un’esperienza di questo tipo a dimostrarti che sei più capace di quello che credi.

Spero che questo articolo ti abbia dato qualche spunto in più rispetto alla psicologia che c’è dietro alla scelta di un viaggio e di come potrebbe rappresentare un’occasione per crescere e maturare in alcuni ambiti della tua vita.

Alla luce di quanto detto ti pongo la domanda: tu come passerai le vacanze? 😉

Sei un perfezionista? 3 motivi per smettere di cercare di essere perfetto

Sei un perfezionista?

Molte persone si vantano di essere dei perfezionisti e si impongono standard di performance molto elevati in diversi ambiti della loro vita.

Che si tratti di essere un lavoratore provetto, un marito o una moglie impeccabili oppure il migliore degli amici che si possano avere, la ricerca della perfezione può assumere molti aspetti differenti.

Cercare di essere perfetti è una tendenza sempre più comune all’interno della nostra società votata alla performance.

Essere perfetti e impeccabili è un buon modo per ottenere le lodi delle persone intorno a noi e dalla società in generale, tuttavia sorge spontanea la domanda: ne vale davvero la pena?

Cerchiamo di scoprirlo assieme in questo articolo, in cui ti elencherò 3 buoni motivi per smettere di cercare di essere perfetto in ogni situazione.

Perchè ricerchiamo la perfezione?

La tendenza a cercare di essere perfetti in ogni situazione affonda le sue radici nell’infanzia.

Tra i messaggi espliciti o impliciti che vengono passati dai genitori ai propri figli c’è anche la frase: “Sii perfetto”.

In Analisi Transazionale la frase “Sii perfetto” viene chiamata contro-ingiunzione: si tratta di un pensiero che in base ad uno stimolo esterno che proviene dall’ambiente ci spinge a comportarci in un certo modo che fa riferimento al nostro copione di vita.

La funzione della contro-ingiunzione “Sii perfetto” è quella di:

  1. Ottenere riconoscimento da parte degli altri, che durante l’età dello sviluppo sono principalmente i nostri genitori;
  2. Confermare e rafforzare il copione di vita, che è il modo attraverso cui la persona vivrà la propria vita e che viene “scritto” durante l’età dello sviluppo, al fine di garantirsi la sopravvivenza.

Questo significa che, per molte persone, cercare di essere perfetti potrebbe essere stato l’unico modo durante la loro infanzia per garantirsi riconoscimento da parte delle figure importanti della loro vita, come i genitori, i nonni, la maestra e così via.

La contro-ingiunzione “Sii perfetto”, in questo caso, ha una funzione adattiva perchè garantisce all’individuo la sua scorta personale di carezze relazionali, che sono necessarie per sopravvivere.

Tuttavia, crescendo ed andando avanti con lo sviluppo questi messaggi contro-ingiuntivi cominciano a diventare stretti.

La persona cresce, i contesti cambiano, eppure la tendenza a cercare di essere sempre perfetti permane: abbiamo dimostrato che durante l’infanzia questo modo di vivere aveva dei vantaggi, ma adesso?

Quali sono gli svantaggi del cercare di essere sempre perfetti?

Adesso ti elencherò tre svantaggi che potrebbero motivarti a smettere di cercare di essere perfetto in ogni situazione.

1) Cercare di essere perfetti in ogni situazione è stancante!

Il “Sii perfetto” non è l’unica contro-ingiunzione esistente: spesso va a braccetto con lo “Sbrigati” e lo “Sforzati”.

Queste spinte comportamentali possono logorare le tue riserve di energia fisica e mentale perchè seguendole tenderai a sforzarti di fare tutto bene e subito, che a lungo andare può essere davvero stancante (nonchè impossibile!).

2) È impossibile essere perfetti in ogni situazione!

La vita ci mette di fronte a nuove sfide continuamente e ogni contesto che viviamo è destinato a cambiare ogni giorno che passa.

Una delle capacità più adattive che possiede l’essere umano è quella di apprendere: grazie all’apprendimento riusciamo ad adattarci in maniera ottimale al mondo che ci circonda ed a sopravvivere.

Tuttavia, per apprendere abbiamo bisogno di tempo e quindi è razionalmente impossibile essere perfetti in ogni situazione.

Questo sembra un concetto banale ma per molte persone non lo è: se pensi di essere un inguaribile perfezionista, sai che sto parlando con te!

3) Cercando di essere perfetto ti precludi la possibilità di buttarti in nuove attività ed esperienze

Magari sei una persona intraprendente e non ti ritrovi in questa descrizione, tuttavia ci sono molte persone perfezioniste che si precludono nuove esperienze finchè non si sentono totalmente sicure di riuscire in quello che faranno.

Questo modo di pensare potrebbe limitarti nello scegliere una nuova carriera lavorativa o nel provare cose su cui stai fantasticando da tempo.

Lascia andare il perfezionismo e prova buttarti nella mischia, potresti rimanere piacevolmente sorpreso delle tue capacità attuali!

E tu cosa ne pensi rispetto al tema del perfezionismo? Se ti va fammelo sapere nei commenti oppure condividi l’articolo se ti è piaciuto 🙂

 

Impara a comunicare: come dare un feedback efficace

In questo articolo ti spiegherò quali sono le linee guida per dare un feedback efficace.

Imparare a dare feedback efficaci è un’abilità indispensabile sul posto di lavoro, soprattutto se svolgi una mansione che presuppone il lavoro in team con altre persone.

Spesso i feedback vengono confusi per critiche dirette verso il proprio operato: in realtà un feedback che viene letto come una critica potrebbe essere stato formulato nel modo sbagliato, e quindi venire recepito come un attacco contro la persona verso cui era diretto.

Imparare a dare feedback efficaci è uno degli aspetti della comunicazione che andrebbero curati ed allenati di più se vuoi essere più performante nei lavori di gruppo.

Questo articolo ti spiegherà come fare: prima di tutto, iniziamo dalla definizione di cos’è un feedback.

Che cos’è un feedback?

Il feedback è un messaggio che viene utilizzato da una persona per comunicare all’altra informazioni su come è stato percepito e sperimentato un dato comportamento.

Il feedback fa parte della comunicazione regolativa.

Come dice il nome, essa serve a verificare la reciproca comprensione dei messaggi ed il procedere dell’interazione sociale al fine di modulare il proprio agire interpersonale.

In poche parole il feedback è fondamentale per regolare le interazioni sociali che abbiamo con gli altri: il feedback è utilissimo per far sapere all’altro come hai recepito un suo comportamento, in modo che entrambi possiate regolare la vostra interazione di conseguenza.

Facciamo un esempio banale: torna con la memoria ad un episodio in cui una persona per te importante ti ha offeso in qualche modo, magari involontariamente.

Quale è stata la tua reazione in quel caso?

In una situazione di questo tipo ricordati che dare un feedback efficace all’altro sul suo comportamento è un modo maturo e costruttivo per regolare la vostra interazione: se fai sapere all’altro come ti sei sentito rispetto al suo comportamento, vedrai che l’altro potrà regolarsi di conseguenza per evitare situazioni simili in futuro.

Quali sono le caratteristiche di un feedback efficace?

Le caratteristiche di un buon feedback sono le seguenti:

  1. Un feedback efficace è espresso in modo non giudicante verso l’altro;
  2. Un feedback efficace riporta i fatti così come sono accaduti utilizzando la comunicazione descrittiva, che è priva di valutazioni personali;
  3. Un feedback efficace presuppone che tu prenda responsabilità personale per le tue reazioni;
  4. Un feedback efficace viene comunicato subito o comunque in prossimità rispetto all’evento scatenante: non aspettare troppo tempo!
  5. Un feedback efficace formula gli appelli sotto forma di desideri (“la prossima volta vorrei che tu facessi questo …”).

In sintesi il feedback è un messaggio non giudicante, che descrive per filo e per segno cosa è successo durante l’interazione, in cui ti prendi responsabilità per il modo in cui hai reagito ed in cui fai un appello all’altro sotto forma di desiderio.

Il “panino imbottito”: un esempio pratico di feedback efficace

Se vuoi imparare a dare feedback efficaci sul posto di lavoro o nelle tue interazioni sociali con gli altri ricordati la regola del panino imbottito.

Un buon panino è composto da:

  1. Una fetta di pane;
  2. Il ripieno;
  3. Un’altra fetta di pane.

Utilizza la struttura appena esposta per comporre i tuoi feedback efficaci, che saranno quindi strutturati in questo modo:

  1. Un elemento positivo che hai riscontrato nel comportamento dell’altro;
  2. Un limite su cui credi che l’altro possa crescere e migliorare;
  3. Un altro elemento positivo.

In questo modo è molto più probabile che l’altro accetti il tuo feedback e che ragioni su di esso per migliorare il suo comportamento.

Prova ad utilizzare questa struttura per dare i tuoi feedback e fammi sapere come va!

Allena la tua mente ad essere produttiva o rilassata in luoghi e posti specifici!

Qualche mese fa ho scritto un articolo dedicato agli studenti in cui ho esposto come creare un proprio spazio di concentrazione che aumentasse la produttività nello studio.

Oggi voglio riprendere il tema della connessione tra stato mentale e luogo in cui ci troviamo per espandarlo ulteriormente e generalizzarlo.

Lo scopo di questo articolo è quello di esporti come è possibile associare un determinato stato mentale, che può essere di concentrazione, di rilassamento o così via, ad uno specifico luogo fisico.

Innanzitutto, perchè una conoscenza del genere potrebbe esserti utile?

Nella vita di tutti i giorni ci ritroviamo ad attraversare un sacco di situazioni che sono caratterizzate da luoghi e posti diversi.

C’è il posto di lavoro, ci sono i posti in cui ci ritroviamo con gli amici, c’è la palestra per chi è amante dello sport, c’è la nostra casa: questi sono tutti luoghi fisici a cui normalmente associamo degli stati mentali che sono probabilmente l’uno diverso dall’altro.

Quando andiamo a lavoro abbiamo bisogno di essere concentrati e produttivi.

Quando siamo in palestra vogliamo concentrare tutte le nostre energie mentali e fisiche per sollevare uno specifico carico oppure per compiere un gesto atletico particolarmente difficile.

Quando siamo a casa vogliamo riposarci e rilassarci, abbandonando tutto lo stress accumulato durante la giornata per fare spazio al rilassamento.

Ogni luogo è collegato ad uno specifico obiettivo che vogliamo raggiungere, ma non è detto che questo avvenga.

Se vogliamo aumentare le probabilità di raggiungere il nostro obiettivo, è necessario che la connessione tra lo stato mentale desiderato ed il luogo in cui stiamo per entrare sia rafforzata il più possibile.

Come avviene questa connessione tra stato mentale e luogo fisico?

Il processo di creazione di una relazione tra uno stato mentale specifico ed un luogo fisico avviene per ripetizione, attraverso la creazione di un’abitudine comportamentale.

Più tecnicamente si tratta di condizionamento: due variabili vengono associate tra di loro, vengono condizionate, in modo che ogni volta che c’è uno stimolo A ci sarà una risposta condizionata B.

Per chi volesse approfondire l’argomento metto questo link che rimanda agli studi storici condotti da Pavlov sul condizionamento.

Come puoi fare per rafforzare questa connessione?

Qui di seguito ti espongo tre consigli utili che potrai utilizzare per potenziare la connessione tra luogo fisico e lo stato mentale che vuoi raggiungere.

1° consiglio: Scegli un luogo che sia adatto allo stato mentale che vuoi sollecitare

A volte non possiamo scegliere il luogo in cui vogliamo essere produttivi e concentrati: ad esempio, se ti trovi sul posto di lavoro il luogo fisico è stato scelto per te e se possiede delle caratteristiche distraenti e/o poco efficaci per rimanere concentrato purtroppo ti dovrai adattare.

Tuttavia, in ogni situazione è possibile avere una certa dose di controllo, per cui ti invito a:

  1. Se si tratta di un luogo che è stato scelto per te, allora prova a modificare quelle variabili ambientali che secondo te potrebbero aiutarti ad essere più produttivo, concentrato, rilassato eccetera;
  2. Se hai la possibilità di poter scegliere un luogo ex-novo, come ad esempio nel caso che tu sia uno studente che sta cercando un nuovo posto dove studiare ed essere produttivo al massimo verso lo studio, ti invito a cercarne uno che abbia le caratteristiche adatte per sollecitare lo stato mentale che vuoi raggiungere.

Per fare degli esempi pratici: se hai necessità di rilassarti e quindi vuoi trovare un luogo dove farlo, puoi decidere di modificare un luogo già esistente, ad esempio una camera di casa tua ed adibirla ad uno spazio di relax, oppure cercare qualche posto che in te evoca sensazioni di rilassamento, come una radura, un parco, una spiaggia e così via.

2° consiglio: Mantieni lo stato mentale desiderato per il tempo necessario, poi allontanati dal luogo designato

Questo consiglio ha a che fare con il principio sportivo della pratica perfetta: non è la pratica che rende perfetti, ma è la pratica perfetta che rende perfetti.

Che cosa significa?

Significa che per associare uno stato mentale ad uno stimolo come un luogo fisico è necessario fare un lavoro di associazione di qualità.

Per questo motivo ti invito a recarti nel luogo prescelto e a sollecitare lo stato mentale che vuoi raggiungere (di concentrazione, di produttività, di rilassamento), grazie anche all’aiuto delle caratteristiche del luogo che ti sei scelto grazie al primo consiglio.

Successivamente prova a rimanere in questo stato mentale per quanto tempo riesci a farlo mantenendo un buon grado di qualità: se vuoi rimanere concentrato, cerca di farlo sino a quando non senti che veramente non riesci più a concentrarti.

A quel punto ti invito ad andartene fisicamente dal luogo scelto.

Questo processo instaurerà una relazione tra lo stato mentale di qualità che hai evocato ed il luogo prescelto, in modo che quando ti recherai in quel luogo riuscirai a rimanere concentrato/rilassato/produttivo senza incorrere in distrazioni di alcun tipo.

Se non puoi andartene fisicamente dal luogo che hai scelto, come nel caso che si trattasse del posto di lavoro, prova a fare una pausa ed a fare altro, in modo da resettare lo stato mentale passando ad un altro per poi rievocarlo più avanti se ti servirà.

3° consiglio: allenati a farlo!

Per stabilire una connessione di questo tipo la ripetizione è importantissima, per cui allenati a fare questo genere di lavoro il più spesso possibile.

Vedrai che con il tempo riuscirai a sollecitare più facilmente lo stato mentale che ti interessa semplicemente recandoti nel luogo che hai scelto, con tutti i vantaggi che potrai cogliere da questa associazione!

I processi psicologici bottom-up: ecco perchè le emozioni sono importanti

I processi psicologici bottom-up (basso-alto), da come si evince dal nome, sono processi psicologici caratterizzati da un “movimento” di informazioni che va dal basso verso l’alto.

Sono contrapposti ai processi psicologici top-down (alto-basso), che invece seguono una direzione opposta.

Quale ruolo hanno i processi bottom-up nel funzionamento psichico dell’individuo e perchè dovresti conoscerli?

I processi psicologici bottom-up sono connessi al modo in cui ti adatti alla realtà circostante: la tua vita è un continuo processo di adattamento, quindi conoscere come funzioni è fondamentale per funzionare bene.

I processi psicologici bottom-up sono connessi al tuo funzionamento emotivo

Le emozioni, come ho già detto altre volte, sono fondamentali per il tuo benessere psicologico.

Se le sai riconoscere ed impari ad accoglierle ed a viverle fino in fondo, la tua capacità di gestire le incombenze della vita quotidiana aumenterà a dismisura.

Questo succede perchè le emozioni non sono semplicemente delle “passioni”, dei sentimenti connessi alle proverbiali “farfalle nella pancia” o al “buco nello stomaco”.

Per centinaia di anni la società occidentale ha trattato la mente ed il corpo come entità separate: da un lato c’è la mente con il suo raziocinio, che eleva l’uomo al di sopra degli altri animali; e dall’altro lato c’è il corpo con le sue “passioni” e le funzioni biologiche, che ci rendono bestiali e più simili agli altri animali.

Questo dualismo introdotto da Cartesio nel lontano 1600 ormai è ritenuto superato dalla scienza attuale.

Al contrario, le emozioni sono intese come dei pacchetti di informazioni che vengono utilizzate dall’organismo per adattarsi alla realtà circostante.

Proviamo con un esempio “spaziale”: immagina le tue emozioni come dei piccoli sistemi solari.

Al centro del sistema solare, lì dove dovrebbe esserci il Sole, c’è la tua emozione.

Attorno ad essa orbitano tutta una serie di informazioni che sono intimamente connesse a quella emozione: ci possono essere desideri, aspettative, valori che per te sono importanti, informazioni legate alla relazioni sociali e così via.

Questo significa che le tue emozioni sono collegate a doppio filo con i tuoi pensieri: quello che pensi, lo senti.

Molto spesso accade che decidendo di non ascoltare una determinata emozione ti stai precludendo dall’utilizzare una serie di informazioni su di te e sul mondo che ti circonda che invece potresti utilizzare per gestire meglio la tua vita e le relazioni sociali.

D’altronde, la mente umana può essere paragonata ad un computer molto complesso: più informazioni riesci ad inserire all’interno del computer e più è facile per lui produrre un resoconto completo di quello che sta succedendo a te ed all’ambiente che ti circonda.

Le emozioni si attivano a partire da cambiamenti nell’ambiente esterno: esse ti danno la spinta motivazionale a fare qualcosa per gestire questo cambiamento.

In tutto ciò, i processi psicologici bottom-up sono proprio quei processi in cui contattando un’emozione dalla pancia essa “risale” sino al tuo cervello dove attiva tutto il corollario di informazioni a cui era connessa (e che prima non vedevi e non utilizzavi).

Il movimento dell’informazione avviene dal basso verso l’alto perchè il contenuto emotivo attiva funzioni cerebrali superiori che sono portatrici di tutta una serie di informazioni che successivamente il tuo organismo utilizza per adattarsi all’ambiente.

Questo significa che quando non assapori le tue emozioni stai facendo un torto a te stesso: stai funzionando ad una percentuale minore del tuo vero potenziale di adattamento  perchè il tuo organismo si sta adattando all’ambiente con informazioni parziali su di te e su di esso.

Certo, essere tristi, impauriti o arrabbiati non è proprio il massimo, ma imparare a stare in queste emozioni è il modo migliore per:

  1. “Svelare” le informazioni connesse a queste emozioni ed utilizzarle a tuo beneficio;
  2. Fare in modo che passino e che non creino blocchi emotivi che possono durare anche per molto tempo.

L’esperienza comune che segue il viversi un’emozione fino in fondo è quella della liberazione, di “essersi tolti un peso” e di scoprire cose su di sè nuove e creative.

Togliti il paraocchi immaginario che ti impedisce di vederti dentro ed impara ad ascoltare le tue emozioni 🙂

Perchè è difficile cambiare? Il ruolo degli automatismi nel cambiamento

Cambiare se stessi è un processo lungo e difficile.

Il cambiamento del proprio modo di pensare, di sentire e di agire presuppone una certa dose di energia, di tempo ma soprattutto di consapevolezza.

Spesso ti potrebbe capitare di pensare di avere tutto sotto controllo, di essere tu stesso al timone della tua vita, ma sappi che gran parte del tuo funzionamento psichico avviene tramite processi automatici fuori dalla consapevolezza.

Il cambiamento di se stessi, quindi, deve passare necessariamente per la presa di consapevolezza dei processi automatici principali che regolano le tue reazioni problematiche.

Vediamo di fare un pò di chiarezza su cos’è un processo automatico.

Iniziamo con un esempio: prova a tornare con la memoria all’ultima volta che hai guidato la tua macchina.

Cosa stavi pensando mentre guidavi l’automobile?

Eri consciamente occupato a portare l’attenzione sullo sterzo, sul cambio, sui piedi che muovono i pedali oppure stavi pensando a quello che avresti dovuto fare da lì a poco?

Magari ti sei perso in pensieri legati ai giorni precedenti a quel momento, oppure ti sei messo a fantasticare su quello che avresti fatto a fine giornata.

Ecco, guidare la macchina è un tipico esempio di processo automatico che si attiva a partire da un atto volontario: decidi di metterti a guidare per andare da un punto A ad un punto B ed il tuo corpo lo fa in automatico, senza necessariamente focalizzare le tue risorse attentive sulla guida.

È grazie al fatto che hai guidato tante volte (ripetizione) e con successo (rinforzo positivo) che piano piano la guida è diventata un automatismo psicologico.

Il vantaggio principale degli automatismi psicologici è ci permettono di far confluire la nostra attenzione su altri aspetti della realtà intorno a noi che possono essere diversi da quello che stiamo facendo.

Inoltre, l’altro grande vantaggio degli automatismi psicologici è che funzionano da filtro per le informazioni che ci arrivano dal mondo esterno.

Quando osserviamo un fiore lo stimolo visivo proveniente dagli occhi viene elaborato dal cervello che, per via delle caratteristiche dell’oggetto osservato (petali, gambo, colore verde ecc.), lo categorizza come “fiore”.

È per questo che non ci serve fare uno sforzo cognitivo ogni volta che osserviamo un fiore: il nostro cervello lo categorizza in automatico come “fiore” per via dello schema cognitivo che abbiamo di esso e passa successivamente ad analizzare il prossimo oggetto saliente proveniente dalla realtà.

Gli automatismi psicologici sono comodi perchè ci rendono più efficienti e ci aiutano a risparmiare preziose energie psichiche che possiamo utilizzare per adattarci alla realtà circostante.

Gli automatismi psicologici sono così importanti nel funzionamento umano che vanno assolutamente considerati quando si parla di cambiamento.

Sicuramente durante la tua vita avrai creato degli automatismi psicologici a partire dalle interazioni sociali che hai avuto con le persone per te significative.

La mamma, il papà, i nonni, gli zii, ma anche gli amici ed il contesto scolastico sono tutte persone con cui hai interagito nella tua infanzia e verso cui hai sviluppato modi di rapportarti che ti permettessero di adattarti alla relazione sociale nel miglior modo possibile per quel momento della tua vita.

L’assunto principale è che se qualcosa funziona, tendiamo a ripeterla!

Perciò, se con tuo papà la strategia del non esprimere la tua opinione funzionava perchè altrimenti ti avrebbe criticato o ti avrebbe urlato addosso se lo avessi fatto, allora è molto probabile che tu l’abbia ripetuta con successo fino a quando è diventata un automatismo psicologico.

Qual è il risultato di questo processo di apprendimento?

Il risultato sta nel fatto che gli automatismi psicologici vengono generalizzati anche ad altre situazioni e ad altre persone: ricordi il discorso sugli schemi cognitivi e sul fiore che facevo prima?

Ecco, semplificando l’argomento in modo che possa essere facilmente capito questo è proprio quello che succede.

L’essere umano impara delle modalità di stare nel proprio mondo sociale che sono funzionali all’adattamento e ripetendole nel tempo e con successo esse diventano automatiche.

Per cambiarle è necessario riportarle alla consapevolezza: se non so come funziono, se non so il motivo per cui reagisco in un certo modo in determinate situazioni come posso pensare di poter cambiare il mio modo di fare?

È per questo che un fetta importante del lavoro fatto nello studio di uno psicologo può concentrarsi (in base alla richiesta d’aiuto da parte del cliente e l’accordo sul contratto terapeutico da seguire) sul prendere consapevolezza degli automatismi psicologici che causano problemi al cliente.

La prossima volta che reagisci ad un amico, al partner, ad un collega in modo che non ti spieghi e che è semplicemente accaduto, come se avessi messo il pilota automatico, pensaci: potrebbe trattarsi di un automatismo psicologico.

 

Perchè ci lasciamo influenzare dagli altri? Parliamo di influenza sociale!

Perchè ci lasciamo influenzare dagli altri?
Prima o poi ce lo siamo chiesto tutti!

Ti è mai capitato di essere in un gruppo di amici e di fare qualcosa di cui non avevi particolarmente voglia pur di non apparire come “quello strano”?

In qualche modo ed a livello implicito, hai avvertito una sorta di influenza del gruppo verso di te che ti ha portato a dire di sì anche se volevi dire di no, oppure a fare qualcosa che non ti andava più di tanto pur di non fare scontenti gli altri.

Quello che hai percepito molto sottilmente è l’effetto dell’influenza sociale.

Quando si parla di influenza sociale si fa riferimento al cambiamento di atteggiamenti, credenze, opinioni, valori e comportamenti come esito dell’esposizione ad atteggiamenti, credenze, opinioni, valori e comportamenti di altre persone.

Cosa significa tutto ciò?

Significa che l’influenza sociale è quel processo di natura relazionale per cui cambi qualcosa che pensi o fai in seguito all’esposizione a quello che pensa o fa qualcun altro.

Possiamo distinguere due tipi principali di influenza sociale.

Il primo tipo di influenza sociale è chiamata accidentale.

Come dice il nome, l’influenza sociale accidentale è quel processo di influenzamento che avviene senza che ci sia un tentativo esplicito e pensato di esercitare un condizionamento.

Nell’influenza sociale accidentale le persone sono influenzate dalla presenza, reale o implicita, di altre persone anche se quest’ultime non avevano assolutamente intenzione di operare un influenzamento sulle prime!

Questo processo sociale spiega come la semplice presenza di altre persone può avere un impatto sulla prestazione di un compito.

Di esempi a riguardo provenienti dalla vita quotidiana ne potremmo trovare tantissimi: basta pensare a quando abbiamo dovuto parlare di fronte ad un grande gruppo di persone (palpitazioni a mille, sudorazione, agitazione, hai presente?) oppure quando eravamo a scuola a svolgere un compito in classe e la professoressa si piazzava proprio accanto al tuo banco mentre eri intento a scrivere.

Il secondo tipo di influenza sociale è quella deliberata.

L’influenza sociale deliberata è quella che avviene secondo un preciso ed esplicito tentativo di influenzare gli altri.

Questo tipo di influenza sociale è stato studiato tantissimo sotto molteplici aspetti, infatti sono stati fatti studi che hanno coinvolto temi come:

  • L’acquiescenza (condiscenza o remissività);
  • L’obbedienza;
  • L’influenza delle maggioranze e delle minoranze numeriche;
  • I processi di presa di decisione nei gruppi.

Entrare nel dettaglio di questi temi aprirebbe un discorso lunghissimo (ma molto interessante!), perciò mi concentrò su altri due concetti legati all’influenza sociale che sono molto attuali e di facile spiegazione.

L’influenza sociale informativa e l’influenza sociale normativa

Quando spiego dei concetti di psicologia agli altri cerco sempre di ricollegarli all’esperienza della vita quotidiana per poterne digerire meglio il significato: nel caso dell’influenza sociale informativa e normativa, questa operazione è particolarmente facile perchè sono fenomeni che abbiamo sperimentato tutti almeno una volta nella vita.

L’influenza sociale informativa è quel processo di influenzamento sociale che ha luogo quando l’individuo si trova in una situazione ambigua di cui ha poche informazioni a riguardo.

In questo caso, l’individuo è motivato a ridurre l’incertezza e per questo accetta le informazioni provenienti dagli altri come prove di realtà (che, detto in parole povere, significa che le prende necessariamente per vere).

Lo scopo principale di questa azione è quello di dare giudizi validi ed accurati.

Questo genere di situazione è quello che sperimenti ogni volta che vai dal medico.

Per via del malessere, ti trovi in una situazione ambigua su cui hai poche informazioni a riguardo: non sai cosa succede al tuo corpo, non sai se si tratta di qualcosa di grave o no, non sai che tipo di soluzioni puoi trovare al problema.

Per questo motivo ti affidi al medico ed alle informazioni che ti vengono date: queste informazioni vengono prese come dati di realtà perchè sei motivato a trovare una soluzione al tuo problema (ridurre l’incertezza) e per questo le prendi per buone anche se potrebbero non esserlo.

L’influenza sociale normativa, invece, presuppone un bisogno di approvazione sociale o di armonia con gli altri.

Questa influenza sociale ha luogo quando ti conformi alle aspettative positive degli altri oppure eviti di comportarti in modi che porterebbero alla punizione oppure all’essere disapprovato.

Lo scopo di questo processo di influenza sociale è quello di costruire e mantenere relazioni soddisfacenti con gli altri.

Attenzione: a differenza dell’influenza sociale informativa, nell’influenza sociale normativa l’individuo può adeguarsi a livello sociale (quindi a livello pubblico), ma può benissimo non accettare la condotta che ha adottato a livello individuale (ovvero dentro di sè).

Anche qui gli esempio sono molteplici, basta pensare ai gruppi di adolescenti in cui un ragazzo decide di ubriacarsi per il fatto che il resto del gruppo ci sta dando dentro con gli alcolici.

I processi di influenza sociale sono processi a cui tutti sottostiamo perchè hanno matrici adattive: ti sono venuti in mente esempi personali mentre leggevi l’articolo? 🙂

Se ti è piaciuto o lo hai trovato interessante, condividilo!

Ci vediamo anche su Instagram sul mio profilo antonellomattiapsicologo 😉

La reazione di attacco o fuga: ecco perchè i nostri antenati erano meno stressati di noi

“Il lupo perde il pelo ma non il vizio”
Se dovessimo applicare questo proverbio popolare all’uomo moderno, potremmo dire che la società odierna cambia di continuo ad una velocità pazzesca, mentre il “povero vecchio uomo” rimane sempre lo stesso.

Cosa significa che l’uomo rimane sempre lo stesso?

Significa che il nostro organismo, adesso come migliaia di anni fa, è progettato con un solo scopo in mente: la sopravvivenza.

In maniera innata, l’uomo possiede tre spinte principali al comportamento:

  1. Ricercare il piacere ed evitare il dolore;
  2. Esercitare potere sull’ambiente circostante;
  3. Riprodursi.

In quanto uomini moderni percepiamo queste tre spinte così come le percepivano i nostri antenati, solo che le modalità ed i contesti sono necessariamente differenti.

E grazie al cielo aggiungo!

Se il contesto fosse ancora lo stesso adesso non sarei qui a scrivere questo articolo e voi a leggerlo, ma bensì saremmo tutti occupati a procaccarci la cena e magari non farci mangiare da qualche predatore nel frattempo.

Questo significa che il titolo dell’articolo è volutamente provocatorio: i nostri antenati avevano un’aspettativa di vita molto più bassa della nostra, dovevano cacciare per mangiare ed i pericoli a cui erano esposti erano innumerevoli.

È proprio per ovviare a questa condizione di continuo pericolo che la natura ci ha dotato di alcuni meccanismi fisiologici per aumentare le nostre capacità di sopravvivenza: sto parlando della reazione di attacco o fuga.

Cos’è la reazione di attacco o fuga?

La reazione di attacco o fuga è un meccanismo innato presente nel nostro organismo che si attiva in situazioni di stress acuto (o cronico, come avviene per l’uomo moderno nella maggior parte dei casi) in cui c’è bisogno di un adattamento comportamentale alla situazione.

Quando ci troviamo in una situazione di stress molto forte che richiede una risposta da parte nostra, il corpo risponde aumentando tutta una serie di parametri fisiologici:

  • Aumenta la pressione del sangue;
  • Aumenta il battito cardiaco;
  • Aumenta la velocità del respiro;
  • Aumenta l’afflusso di sangue ai muscoli;
  • Aumenta il metabolismo.

Tutta queste serie di modificazioni avvengono grazie all’attivazione del sistema nervoso autonomo, che deve la sua “autonomia” proprio al fatto che si occupa di processi fisiologici su cui non abbiamo un controllo cosciente.

Nello specifico, il sistema nervoso simpatico (che fa parte del sistema nervoso autonomo) rilascia attraverso l’ipotalamo tutta una serie di ormoni:

  • Adrenalina;

oppure

  • epinefrina e noradrenalina;

oppure

  • noradrenalina e norepinefrina.

Il rilascio di questi ormoni è la causa delle modificazioni fisiologiche che ho descritto in precedenza.

Ma a cosa serve la reazione di attacco o fuga?

È chiaro: serve a sopravvivere!

Queste modificazioni aumentano la nostra capacità di combattere oppure di scappare: nel primo caso il nostro corpo ci aiuta a non sentire il dolore ed a combattere in maniera più efficace; nel secondo caso ci aiuta a scappare più velocemente dalla situazione pericolosa.

Avete mai sentito parlare di quei casi di cronaca in cui una persona, di fronte ad una situazione molto pericolosa, è riuscita in imprese fisiche di cui non sarebbe stata capace in una circostanza normale?

Ecco, molto probabilmente la causa di questo “miracolo” è da attribuire alla reazione di attacco o fuga che ha “potenziato” il nostro corpo per permettergli di sopravvivere.

Questa reazione sembra utile! Dove sta il problema per noi uomini moderni?

Il problema sta nel fatto che le situazioni pericolose in cui possiamo attaccare o fuggire sono cambiate: una volta il pericolo era rappresentato da una tigre dai denti a sciabola, adesso dal capo sul posto di lavoro.

Puoi ben immaginare che non ti è possibile attaccare il tuo capo oppure fuggire dal suo ufficio!

Tuttavia, se il tuo capo viene percepito come una minaccia il tuo organismo reagisce come ha sempre fatto: aumenta il battito cardiaco, aumenta la velocità del respiro, aumenta l’afflusso di sangue ai muscoli e così via.

Se il tuo capo è davvero una persona difficile ed il tuo rapporto con lui è conflittuale, ecco che la reazione di attacco o fuga si attiva più del previsto.

Piano piano questa continua attivazione può portare a delle complicanze importanti: il dottor Herbert Benson, autore del libro La Risposta Rilassante, afferma che la reazione di attacco o fuga gioca un ruolo importante nello sviluppo dell’ipertensione e dei problemi di tipo cardiovascolare.

Ovviamente ci sono ricadute anche a livello psicologico: stress a non finire, insoddisfazione sul posto di lavoro, poca energia e così via.

Ci sono soluzioni possibili a questo problema?

Certo!

Una soluzione possibile è quella di imparare a rilassarsi.

Quando adoperiamo una tecnica di rilassamento profondo, il nostro corpo reagisce elicitando tutta una serie di modificazioni fisiologiche che sono opposte rispetto a quelle che abbiamo visto sino ad ora.

Infatti, quando meditiamo oppure ci rilassiamo profondamente ecco cosa succede:

  • Il battito cardiaco rallenta;
  • Il respiro diventa più profondo e lento;
  • Diminuisce il consumo di ossigeno;
  • Il nostro cervello produce più onde alfa, che sono delle onde cerebrali difficilmente riscontrabili anche nel sonno;

Ed attenzione: il rilassamento profondo ed il sonno non sono la stessa cosa, perciò non sono sostituibili l’uno all’altro!

Su questo tema scriverò un articolo in futuro, in modo da aiutarti a comprendere le notevoli differenze tra i due ed avere un altro buon motivo per imparare a rilassarti.

Articolo terminato! Come al solito, se ti è piaciuto condivilo!

Ogni condivisione è apprezzata 🙂

Ti avverto che puoi iscriverti alla newsletter e seguire il mio profilo Instagram (nome: antonellomattiapsicologo).