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Parlare di emozioni ai figli per crescerli meglio: la Genitorialità Riflessiva

Parlare ai figli di emozioni per crescerli meglio: l’obiettivo di questo articolo è proprio quello di sottolineare l’importanza di questo atto pedagogico da parte dei genitori verso i propri figli.

Perché è importante parlare di emozioni in modo esplicito, aperto e condiviso con i propri figli?

Secondo lo psicologo Peter Fonagy, uno dei compiti educativi più importanti dei genitori è quello di stimolare lo sviluppo della capacità di mentalizzazione.

Cos’è la mentalizzazione?

Si intende per mentalizzazione la capacità prettamente umana di interpretare i comportamenti degli altri prendendo in considerazione il loro punto di vista e di comprendere l’impatto che i propri comportamenti hanno sugli altri.

In sintesi la mentalizzazione è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, assumere la sua prospettiva sul mondo e comprendere l’effetto delle proprie azioni sulla sua vita.

Si tratta di una capacità sociale fondamentale perché è legata indissolubilmente al proprio benessere relazionale.

Sapersi destreggiare all’interno delle relazioni sociali con gli altri è un’abilità enormemente utile, che nella vita adulta può avere effetti sostanziali sul proprio successo personale e lavorativo.

Tuttavia lo sviluppo della mentalizzazione comincia sin dai primi anni di età: Fonagy si è occupato enormemente dello studio dello sviluppo dei bambini ed ha sottolineato come tale abilità possa essere accresciuta già dai tre anni.

Aiutare i propri figli a sviluppare la capacità di immedesimarsi nel vissuto dell’altro è un investimento sul loro futuro, poiché significa equipaggiarli con un’abilità che potrà essergli molto utile da adulti.

Quindi perché parlare di emozioni ai figli?

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La strutturazione del tempo e dello spazio nel lavoro coi bambini con BES

Cosa si intende per strutturazione del tempo e dello spazio, quando si lavora con bambini con BES?

Perché è utile strutturare il tempo della giornata e lo spazio ambientale in cui il bambino è immerso, e come farlo?

Negli anni ’50 Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, descriveva tre tipi di “fami” che caratterizzano l’essere umano.

Secondo l’autore l’uomo è continuamente affamato di:

  • Stimoli;
  • Riconoscimento;
  • Struttura.

La fame, quindi, non è solamente quella biologica: esiste anche una fame (anzi, tre!) di tipo psicologico.

Ogni essere umano sente il bisogno di interagire col mondo esterno, di plasmarlo al suo volere, di ottenere stimoli nuovi da esso.

Inoltre l’uomo è un animale sociale, per cui ricerca attivamente il riconoscimento da parte degli altri.

Infine, l’uomo necessita di trovare delle modalità per strutturare le sue ore di veglia, di dargli un ordine ed una sistematicità.

D’altronde le nostre giornate si svolgono quasi sempre allo stesso modo: non a caso parliamo di “routine quotidiana”.

Queste fami psicologiche sono universali e riguardano tutto il genere umano.

Perché cito il pensiero di Eric Berne a riguardo?

Perché credo che sia calzante per andare a parlare della strutturazione del tempo e dello spazio nel lavoro con i bambini che presentano Bisogni Educativi Speciali.

Trattandosi di un bisogno universale che accomuna tutti gli essere umani, è importante che l’educatore/psicologo/insegnante/genitore o comunque colui o colei che interagisce spesso col bambino sappia cosa si intende per strutturazione del tempo e dello spazio e che sappia come farla.

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Come gestire la motivazione all’apprendimento dell’alunno con BES

Come gestire la motivazione all’apprendimento degli alunni che presentano Bisogni Educativi Speciali?

L’abbreviazione “BES” è un termine ad ombrello che racchiude al suo interno tutte le storie personali di quei ragazzi e ragazze che hanno bisogno di un aiuto specialistico per funzionare bene a scuola.

Ogni disturbo prevede uno specifico tipo di trattamento, ed ogni trattamento deve essere individualizzato per le caratteristiche originali dell’alunno in questione.

Questo significa che ciò che funziona per un alunno, potrebbe non funzionare per un altro.

Tuttavia, l’aspetto della motivazione all’apprendimento è universale e andrebbe tenuto in considerazione per qualsiasi alunno, a prescindere dalla problematica che porta con sé.

Come ho già scritto precedentemente in altri articoli, la motivazione all’apprendimento è il carburante che permette ad un qualsivoglia intervento psicoeducativo a scuola di arrivare al traguardo.

Se l’alunno non è motivato a stare con noi, se non è motivato ad imparare, le difficoltà per l’educatore si moltiplicano sempre di più, giorno per giorno.

L’esperienza dell’apprendimento ed il “vivere la scuola” diventano frustranti per entrambi: sia per l’alunno, sia per l’educatore.

Con il tempo, l’alunno con Bisogni Educativi Speciali potrebbe esprimere il suo disagio in vari modi, tra cui l’emissione di comportamenti-problema.

L’educatore, invece, potrebbe andare incontro a burnout professionale ed in generale sperimentare frustrazione di fronte all’evidenza che i suoi sforzi sono più o meno vani.

Come gestire la motivazione all’apprendimento, quindi?

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