Quando il gioco non è più divertente: il fenomeno del gioco d’azzardo

Questo articolo sul gioco d’azzardo è stato scritto dalla dott.ssa Carmen Di Rosa, psicologa, a cui ho chiesto gentilmente di scrivere qualcosa da poter postare sul mio sito.

Quello che state leggendo è il frutto di questa richiesta: una breve ma interessante introduzione alla definizione di gioco d’azzardo.

Alla fine dell’articolo vi lascio i contatti della dott.ssa Di Rosa, nel caso vogliate approfondire l’argomento, e la bibliografia. Buona lettura!

Il gioco d’azzardo nella società odierna è un fenomeno sociale, culturale e con ampi risvolti sia psicopatologici che criminologici: quanto padroneggiamo questo argomento?

Sappiamo riconoscere quando il gioco d’azzardo diventa così incontrollabile da essere una malattia?

Per prima cosa vediamo cosa si intende con il termine gioco.

L’enciclopedia Treccani lo definisce “Esercizio singolo o collettivo a cui si dedicano bambini o adulti, per passatempo, svago, ricreazione, o con lo scopo di sviluppare l’ingegno o le forze fisiche. Anche, pratica consistente in una competizione fra due o più persone, regolata da norme convenzionali, e il cui esito, legato spesso a una vincita in denaro (posta del gioco), dipende in maggiore o minore  misura dall’abilità dei contendenti e dalla fortuna”.

Pertanto il gioco è un’azione libera, situata al di fuori della vita consueta, a cui di norma non è legato un interesse materiale e che si compie entro uno spazio definito secondo un ordine e delle regole.

Dopo aver definito le caratteristiche del gioco, evidenziamo le particolarità del gioco d’azzardo.

Il termine deriva dall’arabo “az-zhar” che significa “dado”.

Studi antropologici hanno ipotizzato che la sua primitiva funzione fosse quella di sondare o indirizzare il Fato; una sorta di pratica magica, espressione della volontà divina, che alleviasse le angosce relative all’imprevedibile e consentisse di prevedere il destino.

Nell’antichità quindi l’esito casuale di un tiro di dadi o di un’azione equivalente serviva ad esempio a regolare lo scambio di proprietà, a risolvere dispute o a scegliere i candidati per determinati compiti.

Perché si tratti di gioco d’azzardo è necessario che ci siano delle condizioni fondamentali: il denaro, o un altro oggetto di valore, viene messo in palio attraverso una scommessa; la posta in gioco non può più essere ritirata; l’esito si basa totalmente sul caso, in quanto il gioco d’azzardo comporta il rischiare qualcosa di valore nella speranza di ottenere qualcosa di valore maggiore.

Tra i molti tipi di gioco d’azzardo presenti nel mondo occidentale ricordiamo le carte e i dadi, i giochi da casinò, le scommesse, le lotterie, il lotto e superenalotto, i Gratta e Vinci, le slot machines e videolottery, i giochi online.

Ma quindi, in fondo tutti i tipi di giochi possono essere considerati d’azzardo?

La risposta, fortunatamente, è no.

In base alla definizione appena data, per esempio non è gioco d’azzardo il biliardo: per giocare si paga solitamente una quota, ma non si scommette sull’esito della partita, che dipende in gran parte dall’abilità dei giocatori.

Allo stesso modo, non è gioco d’azzardo la tombola: sebbene la vincita dipenda totalmente dall’esito incerto dell’estrazione, i premi sono ripartiti equamente e lo spirito del gioco non è tanto vincere la maggiore somma di denaro, quanto trascorrere tempo in compagnia.

Viceversa, rientra tra i giochi d’azzardo il bingo, la cui logica è apparentemente analoga a quella della tombola, con la differenza sostanziale che non tutto l’ammontare che deriva dalla vendita delle cartelle si traduce in premi.

Nel bingo si gioca per vincere molto più di quanto si è pagato e i ritmi serrati di estrazione – circa 7 minuti per 90 numeri – non si prestano ad una forma di socialità.

Occorre fare un’importante precisazione. In molte culture è consuetudine scommettere su giochi ed eventi, e la maggior parte delle persone lo fa senza avere problemi: infatti non è il semplice incontro con il gioco che porta necessariamente all’evoluzione di un quadro patologico, ma sono necessari diversi elementi per trasformare una innocua attività in una condotta di dipendenza.

Ogni tipo di dipendenza è sempre la risultante di un processo che vede la contemporanea presenza e l’interazione di fattori diversi legati alla persona (biologici, psicologici, fasi evolutive), al contesto microsociale (famiglia, ambiente di vita), macrosociale (momento storico, culturale, economico) ed all’incontro con una sostanza o la sperimentazione di un comportamento: in questo caso, il gioco.

La frequenza del gioco d’azzardo può essere correlata più al tipo di gioco che alla gravità complessiva del disturbo: per esempio, acquistare un singolo biglietto Gratta e Vinci ogni giorno può non essere problematico, mentre una minor frequenza di casinò, sport o giochi di carte può essere parte di un disturbo da gioco d’azzardo.

In modo simile, la quantità di denaro spesa nelle scommesse non è di per sé indicativa del disturbo da gioco d’azzardo.

Alcune persone possono scommettere moltissimi soldi al mese e non avere problemi di gioco, mentre altre possono scommettere quantità molto più piccole ma fare esperienza di sostanziali difficoltà correlate al gioco d’azzardo.

Infatti non importa la quantità, ma la qualità in termini di rapporto tra il giocatore ed il gioco, così come avviene per qualunque tipo di dipendenza tra il soggetto e la sostanza da cui dipende.

Essere un giocatore patologico significa perdere completamente il controllo del proprio comportamento, tanto da non riuscire a smettere di giocare finché non si è perso tutto; il gioco, in questo caso, compromette la vita affettiva, sociale e lavorativa della persona.

Al termine di questa breve presentazione possiamo affermare che non è facile ignorare qualcosa che è costantemente davanti ai nostri occhi sotto forma di pubblicità continue, Gratta e Vinci esposti a decine nelle tabaccherie, slot machines nei bar, applicazioni per smartphone così semplici da usare e divertenti.

Non è facile, ma è obbligatorio fermarsi anche solo un momento a pensare all’approccio al gioco nostro e di chi ci sta intorno.

Perché si sa, superata una certa soglia… Rien ne va plus.

Contatti della dott.ssa Carmen Di Rosa:

Via del Casale Giuliani, 11 – 00141 Roma

Email: psicarmendirosa@gmail.com

Pagina Facebook: clicca qui.

Numero di telefono: 3663953276

Bibliografia:

American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta Edizione, DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Caritas Roma (2016). I rischi del gioco d’azzardo. Considerazioni sul fenomeno e sulle sue conseguenze. Roma: Trullo Comunicazione srl.

Cohen, M. – J. Hansel (1956). Risk and Gambling, The Study of Subjective Probability. New York: Philosophical Library.

Coriale, G. et al. (2015). Disturbo da gioco d’azzardo: epidemiologia, diagnosi, modelli interpretativi e trattamento. Rivista di Psichiatria, 50 (5), 216-227.

L’epidemia COVID-19 vista (e sentita) dagli occhi (e dalla pancia) di uno psicologo

Inizialmente non volevo scrivere questo articolo.

Non volevo scriverlo perché non volevo aggiungere l’ennesima voce al coro di voci che in questi giorni, anzi, in queste settimane stanno discutendo sul tema del Coronavirus.

Credo che sia un’opinione comune il fatto che siamo bombardati di articoli; reportage; statistiche; opinioni di esperti del settore, di politici, di professionisti che lavorano in ospedale.

Questo gigantesco flusso di informazioni può essere utile nella misura in cui il singolo individuo riesce a cogliere quella minuscola parte che gli permette di essere informato rispetto a ciò che sta accadendo nel resto del mondo, in modo obiettivo e senza costruzioni personali da parte dell’emittente del messaggio.

Il resto, credo, è principalmente rumore di sottofondo che può avere un impatto decisamente negativo su di noi, sul nostro umore e sulle modalità che stiamo personalmente utilizzando per gestire questa epidemia da Coronavirus.

Come ha ben detto una professoressa della scuola di formazione in psicoterapia che frequento ormai da quattro anni, mentre eravamo alla nostra prima giornata di formazione online:

“La televisione ci espone ad una ri-traumatizzazione continua”.

E trovo che ci sia della verità in queste parole.

Trovo che siano vere perché non sottovalutano la gravità del problema (quello che sta accadendo nel mondo ha, d’altronde, delle importanti potenzialità traumatiche) ed essere continuamente esposti ai numeri dei contagi, dei decessi ecc. può non fare altro che mettere sale su una ferita che è stata appena aperta.

Un consiglio: in questi giorni, dai un limite alla quantità di tempo che dedichi alla televisione. Essere informati va bene, ma lo è nella misura in cui proteggi te stesso e riesci a gestire le tue emozioni riguardanti l’epidemia.

Quindi, perché sto scrivendo questo articolo?

Vedetelo più come il post di un blog personale che un articolo informativo come quelli che scrivo di solito.

L’obiettivo di questo articolo è condividere con voi quello che è stato il mio vissuto di queste due settimane, e lo faccio per due motivazioni principali.

La prima motivazione è per aiutare me, perché ho sempre pensato che la scrittura abbia un grande potere terapeutico.

Permette di mettere in fila i pensieri; di vederli nero su bianco su un foglio e di ragionarci su in modo più chiaro, molto più chiaro di quanto facciamo a volte con il nostro dialogo interno.

La seconda motivazione è per aiutare gli altri.

Non ho la presunzione di pensare che leggere come sono stato in questi giorni possa automaticamente far sentire bene qualcuno; tuttavia, sono uno psicologo e credo fortemente nel potere della condivisione delle esperienze e dei vissuti con altri esseri umani.

La condivisione dei pensieri e delle emozioni è un atto prezioso che “smuove” energia, e personalmente credo che mai come in questo momento ci sentiamo tutti sulla stessa barca, diretti chissà dove.

Per cui quello che voglio fare in questo articolo è sottolineare come sia importante condividere con gli altri come ci si sente, con il coraggio di vedere da vicino anche le emozioni che non piacciono, e nel farlo quanto possa essere importante rivolgersi ad un professionista delle relazioni d’aiuto.

Perché così ho fatto anche io: pensavate che lo psicologo non avesse bisogno di un altro psicologo? Beh, sorpresa!

La terapia personale è un aspetto molto importante del lavoro dello psicologo, ed in questi momenti di crisi lo diventa ancora di più. È necessario stare bene con se stessi per poter aiutare gli altri.

Quindi … come sono state per me queste settimane di quarantena? Ora ve lo racconto, e nel farlo mi piace l’idea di organizzare il mio vissuto in tre fasi.

Fase 1 – Va tutto bene, anzi un pò di vacanze non mi faranno male!

La prima fase della quarantena è stata, per me, un pò idilliaca.

Venivo da un periodo formativo e lavorativo abbastanza stancante, dovuto ai vari impegni legati alla formazione in psicoterapia ed al lavoro che faccio presso una scuola.

Come in tutte le crisi che si rispettano, il mio primo atteggiamento verso di essa è stato quello del diniego.

Una parte di me abbracciava l’idea che circolava per la maggiore nei primi giorni dell’epidemia, del tipo: “ma sì dai, sarà come l’influenza ma molto più contagiosa”.

Un’altra parte di me invece, più profonda ed inconscia, si cominciava a spaventare per ciò che sentivo nei telegiornali e leggevo su Internet, ma la tenevo a bada ricacciandola giù, rifiutandomi di ascoltare la spia d’allarme che si stava accendendo dentro di me.

Ho sfruttato i primi giorni di quarantena per sbrigare del lavoro arretrato; recuperare letture interessanti che avevo messo da parte; dedicarmi alle cose che mi piacciono e rilassarmi.

Il tutto, ovviamente, secondo i miei tempi personali, che è una lusso che spesso non riesco a permettermi durante la mia settimana tipo.

Un aspetto che mi è piaciuto molto rispetto al modo in cui il contesto intorno a me ha affrontato il primo impatto con l’epidemia da Coronavirus è stato l’aumento delle iniziative solidali nate e condivise attraverso i social.

I primi giorni di quarantena sono stati caratterizzati da una voglia generale di aiutarsi l’un l’altro, di mettere al servizio della comunità ciò che si sa fare bene al fine di aiutare gli altri, anche solo nello svagarsi, che in momenti come questo è davvero importante.

Vedere la solidarietà tra le persone è qualcosa che scalda l’animo, ero felice di ciò che vedevo, per cui questa emozione ha alimentato la mia percezione legata al pensiero: “andrà tutto bene, per adesso posso godermi questi giorni a casa nei modi in cui posso”.

Fase 2 – Forse non è tutto rose e fiori …

Eric Berne descrisse il bisogno di struttura che contraddistingue gli essere umani.

Quando ci troviamo in una situazione in cui non ci è imposta nessuna strutturazione del tempo, la prima cosa che tendiamo a fare è crearcene una.

Il nostro bisogno di strutturazione può riferirsi alla giornata che sto vivendo, ad esempio: “cosa farò oggi dopo pranzo?”, oppure può estendersi nel futuro, prossimo o lontano.

Come ha genialmente illustrato la psicoterapeuta Roberta Guzzardi in questa vignetta che posto qua sotto, l’epidemia di COVID-19 ci ha “intrappolati” in un gigantesco “qui ed ora”, dove è difficile fare piani per il futuro.

Potete trovare il resto del fumetto da cui è tratta questa vignetta sulla pagina Facebook “Rob Art Illustrazioni. Vi consiglio di farci un giro, ne vale la pena!

In queste settimane di epidemia da Coronavirus il futuro appare incerto e strutturarlo è difficile, soprattutto quando la sensazione generale è quella di navigare a vista.

Da bravo catastrofizzatore quale sono, la mia mente ha cominciato a giocarmi brutti scherzi, soprattutto per quello che riguarda i miei progetti personali.

Quando finirà la quarantena? Quando riuscirò a rivedere i pazienti che seguo dal vivo? Come impatterà questa epidemia sulla fine della mia formazione, che sarebbe arrivata tra pochi mesi? E l’esame di diploma?

Queste sono solamente alcune delle domande che mi sono posto ed anzi, come potete notare riguardano solamente la mia sfera lavorativa e formativa; tuttavia vi assicuro che anche le mie sfere personali e relazionali sono passate attraverso questo fiume di domande esistenziali.

Come una valanga che diventa sempre più grande ad ogni secondo che passa, ho cominciato a notare le implicazioni reali e le complicanze che l’epidemia da Covid-19 avrebbe avuto sulla mia vita.

Mi sentivo meno motivato a fare le mie solite cose; il mio tono umorale era basso, sentivo che sotto sotto c’era qualcosa che non andava.

A questo punto la spia d’allarme che avevo provato a non ascoltare nei giorni precedenti si è accesa nuovamente, e stavolta ho deciso di non ignorarla.

Oltre alla gioia che aveva contraddistinto le “ferie forzate” dei primi giorni, ecco che hanno cominciato a fare capolino anche la tristezza, la rabbia e la paura.

Tristezza per la perdita; rabbia per non riuscire a cambiare le cose; paura per il futuro che verrà.

A quel punto ho messo a fuoco un bisogno specifico: ho bisogno di parlarne, ho bisogno di un aiuto.

Ho deciso di chiamare la mia psicoterapeuta e ci siamo accordati per una terapia online in videochiamata, tramite Whatsapp: benvenuto nel 2020 Antonello!

All’inizio mi ha fatto un pò strano perché era la mia prima volta da paziente, ma ho riscontrato che la terapia online tramite videochiamata è un metodo efficace per chiedere un aiuto professionale.

A fine seduta mi sono reso conto che è stata una decisione saggia.

Condividere il mio vissuto con la mia psicoterapeuta mi ha aiutato a mettere a fuoco in modo specifico le emozioni ed i pensieri che stavo (e che sto) sentendo e pensando in questo periodo di emergenza.

Questo è il momento della storia in cui c’è la morale: non vergognatevi di chiedere aiuto.

Lo facciamo anche noi professionisti, ed anzi, noi siamo avvantaggiati perché essendo del mestiere sappiamo quanto bene può fare una terapia personale in questi momenti così difficili.

Tuttavia ci sono un sacco di persone là fuori che non sanno chi è lo psicologo o cosa fa; non sanno che può darti una mano a dare un nome a quello strano senso di inquietudine che si può provare a sentire parlare continuamente di Coronavirus.

Quindi eccoci qua, nuovamente, al senso dell’articolo: chiedete aiuto se ne sentite il bisogno, perché è importante prendersi cura di sé in questo momento.

Il sito dell’Ordine degli Psicologi del Lazio ha stilato una lista dei professionisti iscritti all’Albo che hanno dato la propria disponibilità a seguire pazienti tramite videochiamata.

Personalmente credo molto nella terapia personale, anche da professionista, e la mia esperienza è stata l’ennesima conferma del fatto che il lavoro che faccio può fare del bene alla comunità allargata.

Dopo la seduta ho percepito la crisi da Coronavirus in modo diverso, per quanto si tratti di un processo ancora in divenire.

Fase 3 – Strutturare il futuro, nonostante tutto

Ora sento di trovarmi in una posizione personale che è a metà tra la prima fase e la seconda : anzi, più che la metà, ne è la sintesi.

Riconosco la gravità di ciò che sta accadendo, le implicazioni reali a livello psicologico e sociale di tutto ciò che ha portato e porterà il Coronavirus E mi metto a ragionare sulle occasioni di crescita, sulle possibilità future, su ciò che posso fare e ciò che forse è meglio rimandare.

Sono tornato a pormi le domande fondamentali che ognuno dovrebbe porsi ogni tanto, soprattutto nei periodi di incertezza.

Cosa voglio per me in questo momento della mia vita? Che strategie posso adoperare per raggiungere quell’obiettivo, considerando il Coronavirus? Quali sono le risorse personali a cui posso attingere? Che tipo di supporto posso chiedere agli altri?

Valuto le possibilità, ragiono con uno sguardo al futuro per capire dove voglio andare, uno sguardo al presente per prendermi cura di come sto ed uno al passato per accettare quello che è successo.

Non è facile, non è scontato, non è una formuletta magica che basta dire una volta per stare meglio: presuppone un lavoro di equilibrio e di integrazione in cui mi destreggio facendo appello alle mie energie e risorse, ben sapendo che se cado posso chiedere aiuto.

Un buon equilibrista è colui che è tanto intelligente da proteggersi, anche durante il più difficile degli spettacoli. Infatti, l’equilibrista attento utilizzerà sempre una rete di protezione sotto di lui, che in questa metafora è composta dalle persone della nostra vita che possono aiutarci.

Come sarà il nostro futuro dopo che tutta questa storia del Coronavirus sarà passata?

A riguardo mi è piaciuta (e mi ha fatto ammazzare dalle risate, come suo solito) l’opinione dell’artista romano di fumetti Zerocalcare, che ha racchiuso in questo video e che vi riporto qua sotto:

“Ma mo che finisce tutto, che se inventeremo quando se vedremo allo specchio e staremo ancora allo sbando, isolati e non potremo neanche più accollà sti cocci al Coronavirus?”

Non ho una risposta a questa domanda, nessuno di noi può sapere con certezza cosa ci riserverà il futuro, ma credo che quello che possiamo fare è prenderci cura di noi stessi e ricominciare a costruire, nonostante tutto.

Grazie per aver letto il mio articolo fino in fondo, se ti è piaciuto una condivisione può essermi d’aiuto! Grazie mille 🙂

Il Coping Power Scuola: un modo intelligente per impostare la scuola del futuro

Giusto un mesetto fa ero su Facebook a badare agli affari miei quando ho notato l’immagine della locandina di un evento di formazione che si sarebbe tenuto presso la mia Università.

Spinto dalla curiosità legata al cercare di capire di cosa si trattasse, ho cliccato sul link in questione e, proprio in questo modo, sono entrato in contatto per la prima volta con il programma educativo Coping Power Scuola.

Dal cliccare su un’immagine su Facebook al convincermi a sacrificare un weekend della settimana per partecipare a tre giorni di formazione, con annessa spesa in denaro, ce ne passa: come potete immaginare, nella mia testa era appena iniziata una feroce battaglia tra l’idea di imparare qualcosa di nuovo ed il mio comodissimo divano.

Ci vado o non ci vado? Mah …

Complice il fatto che negli ultimi mesi ho ricominciato a dedicarmi al mondo della psicologia dello sviluppo, ho deciso di mettere da parte i miei sogni di ozio e pigrizia e di dare ascolto alla voce della mia curiosità.

Ho fatto bene? Assolutamente sì, sono stato contento di conoscere più da vicino il progetto del Coping Power Scuola, ed in cuor mio spero che la scuola del futuro abbia perlomeno una vaga somiglianza a questo programma educativo.

Cosa mi è piaciuto nello specifico? Come dovrebbe essere organizzata la scuola del futuro? In questo articolo vi espongo le mie impressioni.

La diatriba tra la didattica e l’educazione emotiva

Negli ultimi anni si è sentito parlare molto di intelligenza emotiva.

Ricordo che la prima volta in cui sono entrato a contatto col termine è stato durante il primo anno di università, quando uno dei prerequisiti del corso di Psicologia Generale era leggere il libro “Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman.

Il libro di Goleman è diventato ormai un classico sul tema dell’intelligenza emotiva.
(Copyright della foto: Aaron Graubart)

A ripensarci adesso, ben dieci anni dopo, sono contento che questo termine sia sempre di più sulla bocca di tutti: è importante che si parli di emozioni e soprattutto che se ne parli a scuola.

Istruire i bambini al concetto di emozioni ed alla loro gestione è un importante atto di prevenzione primaria che facciamo nei loro confronti.

Dopotutto, un bambino che sa riconoscere la rabbia quando la sta provando, che sa dargli un nome e che sa come esprimerla e gestirla in modo equilibrato sarà un adulto che non avrà bisogno di uno psicoterapeuta che gli insegni proprio questo.

La stessa cosa può essere detta per le restanti emozioni primarie: paura, tristezza e gioia.

Vista sotto questo punto di vista, fare educazione emotiva a scuola potrebbe essere una delle modalità migliori per risparmiarsi i soldi di una psicoterapia una volta diventati adulti.

A parte l’evidente provocazione di una frase del genere, molte problematiche che portano i pazienti nello studio dello psicologo sono connesse a problemi emotivi: spesso il paziente si “inceppa” su uno dei degli step del processo di elaborazione dell’emozione.

A riguardo, tanto per rinfrescarvi la memoria, gli step necessari sono: sentire l’emozione a livello corporeo ed averne consapevolezza; dare un nome all’emozione che si sta provando; riconoscere il bisogno legato ad essa; esprimerla attraverso modalità consone alla situazione.

Il fatto che venga effettuato un programma di educazione emotiva non rende il bambino totalmente immune a future problematiche di stampo emotivo: una certezza di questo tipo non esiste.

Tuttavia, esiste un vantaggio intrinseco nel saper fare una cosa sin da bambini e l’averla appresa molto più avanti da adulti: gli anni di esperienza.

Molti ginnasti agonisti, per diventare tali, cominciano ad allenarsi da giovanissimi, spesso dai 3 anni di età. Perché non considerare la stessa dose di allenamento per diventare bravi a gestire le emozioni?

Alla luce di quanto detto, come si coniuga un intervento educativo del genere con il resto della didattica scolastica?

È qui che casca l’asino, come dice il proverbio, perché sappiamo tutti che l’onnipresente bisogno degli insegnanti nella scuola italiana è quello di finire il programma in tempo per Giugno.

Per quanto ogni singolo insegnante gestisca i tempi di insegnamento a modo suo, decidendo di essere più o meno rigido rispetto al programma da seguire, è importante che qualsiasi intervento educativo sulle emozioni si coniughi con la didattica scolastica in modo equilibrato.

Va evitata a tutti i costi la percezione che gli interventi di educazione emotiva “tolgano tempo” alla didattica, come se esistesse una competizione piuttosto che una coesistenza.

Quando questo accade, gli insegnanti perdono motivazione nel seguire l’intervento, che viene visto come una cosa “in più” che non riesce a trovare il suo posto all’interno del programma da perseguire sino a Giugno.

Per tornare al tema di questo articolo: come si colloca il Coping Power Scuola in tutto questo discorso?

Il Coping Power Scuola: cosa mi è piaciuto

Il progetto Coping Power Scuola risolve l’annosa questione della rivalità tra didattica ed interventi educativi specifici esterni ad essa unendo le due cose: l’educazione emotiva diventa la didattica, e viceversa.

Mi spiego meglio: il Coping Power Scuola è un intervento educativo sull’insegnamento delle emozioni e del valore della cooperazione rivolto ai bambini della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e della scuola secondaria.

Come veicolo principale dell’intervento educativo, il Coping Power Scuola utilizza la narrazione di una storia che accompagna i bambini da Settembre sino a Giugno.

Ogni capitolo del libro è incentrato su un tema dell’educazione emotiva e della cooperazione; inoltre, è ricco di schede e di materiale che legano il tema delle emozioni alle materie come italiano, storia, scienze e così via.

Il Coping Power Scuola, quindi, non è un intervento educativo che si fa due ore a settimana, il lunedì o il venerdì: è un programma che si segue ogni giorno, perché è pieno zeppo di materiale che le insegnanti possono usare per spiegare ogni rispettiva materia.

Aggiungo anche un altro tasselo che ho apprezzato enormemente: il Coping Power Scuola è un intervento flessibile perché viene svolto direttamente dall’insegnante, che viene approfonditamente formato dallo psicologo.

L’insegnante può gestire i tempi e le modalità come vuole: ad esempio, immaginiamo un professore di storia che stia spiegando il periodo dei Romani ad una classe della scuola secondaria.

Il professore potrebbe benissimo inserire il tema delle emozioni all’interno della lezione:

  • Che emozioni avrebbe potuto provare un legionario prima della battaglia?
  • Che modalità poteva utilizzare il legionario per gestire la sua paura, se ce ne fosse stata?
  • Come si può essere sentito Bruto dopo aver pugnalato Cesare?
Ragionare sulle emozioni provate da un gladiatore; discutere assieme della competizione e della rivalità tra individui nei giochi gladiatori, che proprio non promuovevano la cooperazione: quanto sarebbe interessante una lezione del genere? Secondo me un sacco!

Il professore stimola il ragionamento degli alunni e si avvale di tutta una serie di strumenti scolastici che sono presenti nella classe e che sono previsti dal Coping Power Scuola: i cartelloni descrittivi delle emozioni; il Termometro delle emozioni; il cartellone del Token System di classe (per capire di cosa si tratta specificatamente, vi invito a leggere il libro del CPS, dove vengono spiegati molto bene).

Come potete immaginare, il Coping Power Scuola è un intervento creativo per l’insegnante, che può applicarlo sempre durante le sue lezioni utilizzando ciò che c’è scritto nel libro del CPS oppure inventando da sé.

Il filo rosso che dà direzione all’intervento di educazione emotiva è rappresentato dalla storia di cui parlavo sopra, ma gli insegnanti hanno parecchio spazio di manovra.

Questa modalità di lasciare il potere all’insegnante e collocare lo psicologo nel ruolo di supervisore del progetto aumenta di molto la frequenza di esposizione degli alunni al tema delle emozioni.

D’altronde, come ogni processo di apprendimento esistente, più si è esposti ad uno stimolo e più lo si impara velocemente.

Non deve venire uno psicologo da fuori la scuola per parlare di emozioni ai bambini per due ore a settimana: può farlo direttamente l’insegnante, che conoscono bene, tutti i giorni.

Ciò significa che esiste anche un vantaggio economico per la scuola, che deve pagare principalmente l’insegnante di ruolo (che avrebbe comunque pagato) e lo psicologo solamente per le ore di formazione e supervisione.

Rispetto alla supervisione, esiste anche la possibilità di farsi aiutare: l’insegnante non è lasciato a sé stesso, ma può avvalersi dell’aiuto dello psicologo che può dare consigli e formare ulteriormente, sempre con l’idea che l’intervento lo porterà avanti l’insegnante e non si sostituirà a quest’ultimo.

L’ultimo aspetto del Coping Power Scuola che mi è piaciuto molto è il fatto che valorizza la cooperazione tra gli alunni, piuttosto che la competitività.

Siamo così abituati a considerare la scuola come un luogo dove è necessario primeggiare, dove “mio figlio è meglio del tuo”, quando sarebbe molto più costruttivo stimolare i ragazzi ad aiutarsi a vicenda.

Chi è più bravo di un altro può aiutare chi non riesce ad ottenere il risultato desiderato, sia a livello didattico che a livello di educazione emotiva e relazionale.

I bambini possono aiutarsi a vicenda a fare gli esercizi di matematica, ma possono aiutarsi anche a gestire meglio i litigi tra compagni oppure a consolarsi tra di loro quando qualcuno piange.

Questi sono gli aspetti principali che mi sono piaciuti del corso di formazione che ho fatto sul Coping Power Scuola: personalmente non vedo l’ora di proporlo e di applicarlo nelle scuole della mia zona.

Per ulteriori approfondimenti sul Coping Power Scuola vi rimando direttamente al sito del progetto, che per comodità ri-linko anche qui a fine articolo: http://www.copingpowerscuola.it

Per rispondere alla domanda iniziale: come sarà la scuola del futuro?

Non lo so con certezza, ma personalmente ci metterò del mio affinché si parli di emozioni.


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Mettere gli altri prima di sé stessi: il ruolo del Salvatore nelle relazioni interpersonali

Mettere gli altri prima di sé stessi: Il ruolo del Salvatore nelle relazioni interpersonali

Questo articolo è dedicato a tutti gli aspiranti Gandhi lì fuori che hanno la tendenza spasmodica di mettere gli altri prima di sé stessi, in quasi ogni occasione della loro vita.

Non so se bramano di ottenere una presunta santità terrena attraverso l’estremo altruismo verso gli altri! Quello che so è che, comportandosi così, fanno un tremendo disservizio a loro stessied anche a coloro che cercano di aiutare.

Quindi, se durante la lettura vi sentite pervasi da un’aura mistica e vi viene voglia di uscire fuori di casa e di aiutare il primo passante che trovate … beh, fermatevi un attimo e continuate la lettura, perché aiutare gli altri senza riflettere può essere dannoso.

Tra parentesi, vi invito a non fare caso al fatto che manca praticamente un mese a Natale e, come dicono le pubblicità televisive ogni anno, “a Natale siamo tutti più buoni“.

Ve lo ricordate il bambino della pubblicità del panettone Motta? Palesemente un Salvatore.

Abbassate gli occhi dal calendario e focalizzateli sullo schermo: in questo articolo parleremo del termine tecnico che viene attribuito a questo genere di ruolo secondo la terminologia dell’Analisi Transazionale, ovvero il Salvatore.

Prima di addentrarci nella specificità di questo termine, voglio sottolineare che quando si vuole aiutare qualcuno l’elemento importante da tenere a mente è il concetto di equilibrio.

Esiste una certa differenza tra l’aiutare gli altri ed il farlo in modo talmente compulsivo da dimenticare sé stessi.

Ci sono due paroline che le persone dicono spesso, sottolineandole con una certa dose di bramosia, intuibile dal tono di voce: sano egoismo.

Queste due parole sembrano un traguardo inarrivabile per molti, soprattutto per coloro che, come nell’incipit dell’articolo, tendono a mettere gli altri prima di sé stessi.

Il primo passo da fare è … (e lo intuirete subito di cosa si tratta se siete dei lettori abituali degli articoli di questo sito) … la consapevolezza.

Essere consapevoli dei modi in cui ci si proietta continuamente all’esterno, ai bisogni degli altri ed alle loro richieste, dimenticandosi di quelli che sono i propri, è il primo step necessario per cambiare modo di fare.

La consapevolezza, tuttavia, si ottiene quando ci si interroga su se stessi e quando si hanno a disposizione una serie di informazioni utili su come si funziona a livello interpersonale.

Per ottenere queste informazioni, il metodo più sicuro è quello della psicoterapia: come ho detto già altre volte, è un percorso in cui uno degli step più importanti è rappresentato dall’avere un quadro più chiaro di chi si è e di come si funziona, a livello intrapersonale ed interpersonale.

Le modalità di interagire con gli altri che utilizziamo oggi le abbiamo imparate in un momento specifico del nostro “ieri”.

Se abbiamo la tendenza a “salvare” il prossimo, a mettere gli altri prima di noi stessi, non è perché siamo scemi o perché questi modi di fare sono magicamente comparsi nella nostra vita un bel giorno del nostro passato.

Anzi, mettiamo proprio via la parte del darsi degli scemi: lo so, la tendenza a criticarsi dopo aver preferito gli altri a sé stessi per l’ennesima volta è fortissima, ma le auto-critiche non portano mai da nessuna parte (se non a confermare il proprio copione!).

Accumulare tante auto-valutazioni personali da 1 stella non fa altro che confermare le nostre credenze più disfunzionali: che siamo stupidi, che non siamo capaci, che non valiamo niente eccetera.

Molto spesso, almeno il 99,9% delle volte, salvare gli altri e mettere gli altri prima di sé stessi ha avuto un senso, c’era uno scopo specifico di adattamento legato ad un contesto del nostro passato.

La psicoterapia, almeno quella Analitico-Transazionale, si occupa di fare questo (in almeno uno dei suoi compiti): aiutare il paziente a fare un collegamento, un link, tra presente e passato ed aumentare la consapevolezza.

Un altro metodo, che non è psicoterapia, ma che stimola la curiosità personale e la voglia di chiedersi: “perché metto i bisogni degli altri sempre prima dei miei?” è leggere libri di psicologia o articoli come questo.

Quindi, sta a me la responsabilità di darvi informazioni attendibili sul funzionamento interpersonale dell’essere umano secondo la teoria dell’Analisi Transazionale.

Perciò bando alle ciance, introduciamo lo schema del Triangolo Drammatico di Karpman per capirci qualcosa di più su chi è, cosa fa questo “benedetto” Salvatore e quali sono le conseguenze del mettere gli altri prima di sé stessi.

Il Triangolo Drammatico di Steve Karpman: Salvatore, Persecutore, Vittima

Il buon Steve Karpman è un analista transazionale che scrisse un articolo scientifico nel lontano 1968 riguardante il Triangolo Drammatico, per il quale vinse il premio Eric Berne (la massima onorificenza ottenibile da uno psicoterapeuta nell’ambito dell’Analisi Transazionale) quattro anni dopo.

Karpman individua tre ruoli che le persone possono adottare all’interno di un gioco psicologico (ho parlato brevemente dei giochi psicologici in questo articolo): il Salvatore, la Vittima ed il Persecutore.

Ciò che caratterizza ogni singolo ruolo è abbastanza intuibile dal nome che porta:

  1. Il Salvatore è un ruolo drammatico in cui la persona si pone in una posizione di superiorità rispetto all’altro. Offre aiuto agli altri partendo dalla convinzione che le persone che riceveranno il suo aiuto non sono capaci di cavarsela da sole, di fatto sminuendo le loro capacità e risorse. Chi occupa spesso questo ruolo all’interno dei giochi psicologici tende a sentirsi OK solo se aiuta gli altri.
  2. La Vittima è il ruolo drammatico in cui si pongono le persone quando scelgono di stare in una posizione di inferiorità rispetto all’altro. La Vittima ha la convinzione di non essere OK, di non riuscire a fare nulla nella vita da sola, e quindi necessita dell’aiuto degli altri per sentirsi adeguata. A volte questo “aiuto” può anche essere un riconoscimento negativo, come accade quando una Vittima interagisce con un Persecutore.
  3. Il Persecutore è quel ruolo drammatico che è caratterizzato dal vedere gli altri come non adeguati, tanto da volerli sminuire e calpestare. Il Persecutore attacca l’altro, lo critica e si sente OK solo nel momento in cui è riuscito a piegare l’altro in una posizione di inferiorità.

Cosa accomuna tutti questi ruoli?

Ve lo dico io: che si tratti di Salvatore, Vittima o Persecutore, esiste uno sbilanciamento legato al valore personale all’interno della relazione.

Il Salvatore si vede OK mentre l’altro non lo è; la Vittima si vede non OK mentre l’altro è OK; il Persecutore si percepisce OK e l’altro non lo è.

Interagire con gli altri impersonando questi ruoli sociali può essere un buon modo per viversi con serenità e contentezza le proprie relazioni interpersonali?

Stavolta rispondete voi, e già so che tipo di risposta vi sarete dati.

L’informazione che trovo curiosa, legata al ruolo del Salvatore, è che per quanto il Salvatore si senta un buon samaritano e voglia aiutare gli altri ad ogni costo … di fatto li sta svalutando.

Il Salvatore si crede un pò come la statua del “Cristo Redentor” in Brasile: grande e grosso, estremamente benevolente … ma di pietra.

Li svaluta perché aiutandoli si sostituisce a loro, non ne stimola l’autonomia ma anzi, promuove dipendenza.

Non lascia che l’altro sviluppi le proprie risorse e capacità e ciò che era partito come un aiuto apparentemente sincero si rivela essere un gioco psicologico.

Per aggiungere un ulteriore pezzettino importante a quanto esposto sul Triangolo Drammatico … all’interno dell’interazione tra Salvatore e Vittima, arriverà il momento in cui ci sarà lo scambio di ruoli ed uno dei due diventerà, molto probabilmente, un Persecutore.

Lo scambio di ruoli è tipico dei giochi psicologici ed è accompagnato da sensazioni sgradevoli per entrambi i partecipanti: d’altronde non è bello aiutare gli altri per poi ritrovarsi ad essere aspramente criticati, no?

Mettere gli altri prima di sé stessi, quindi, nasconde più insidie di quello che normalmente si crede.

L’altruismo, quello vero, nasce dal rispetto del valore dell’altro: non ci si sostituisce, bensì si aiuta e si accompagna di pari passo.

La posizione esistenziale, in questo caso, è di parità: io sono OK ed anche l’altro è OK.

Quindi, alla luce di quanto detto: si stanno avvicinando le feste natalizie, avete rivalutato il vostro modo di essere altruisti quest’anno?


Grazie per aver letto tutto l’articolo, se ti è piaciuto condividilo, a presto!

Nella caverna dello stregone: cosa succede nello studio dello psicologo

Lo studio dello psicologo come la caverna di uno stregone?

Sembra un paragone azzardatissimo, lo so, ma per molte persone lo studio di uno psicologo è un luogo sconosciuto in cui convergono fantasia e realtà, coesistendo allo stesso momento: una specie di scatola del gatto di Schrodinger.

Psicologo o stregone? Professionista oppure mago? Anche questo gattone sembra abbastanza confuso …

Dopotutto non è colpa loro; ci sono vari fattori che influenzano la percezione dello psicologo e del suo mestiere, alcuni di tipo sociale ed altri di tipo personale (ad esempio le aspettative verso la terapia).

Quindi, per iniziare a leggere questo articolo col piede giusto, vi invito a flettere i muscoli della vostra immaginazione e di seguirmi attraverso il viaggio immaginativo che sto per proporvi.

Ok, cominciamo: immaginate di catapultarvi per un secondo nella giungla Africana.

Siete di fronte all’ingresso di una vasta caverna coperta dalla vegetazione, dal cui interno provengono solamente alcune luci fioche.

La caverna dello stregone: siete pronti ad entrare?

Da questa informazione ipotizzate che sia abitata, che ci sia qualcuno dentro: non siete tanto convinti di voler entrare, ma vi fate forza mentalmente ripensando alle parole rassicuranti che vi ha detto una vostra vecchia conoscenza.

Vacci perché ne vale davvero la pena! È molto bravo, io sono rimasta colpita, adesso sto molto meglio.

Anche voi vorreste stare molto meglio rispetto a come state adesso, per cui avete seguito il consiglio della vostra amica e vi siete presentati di fronte alla caverna dello stregone.

Facendo un respiro profondo, varcate la soglia dell’entrata e subito l’oscurità vi circonda, per lasciare presto il posto al baluginio di qualche candela dopo una ventina di passi.

Sulle pareti notate simboli mistici, che sembrano così logori e sbiaditi che ipotizzate possano essere lì da decenni.

“Magari sono stati disegnati da qualche antenato!” pensate, mentre riuscite a distinguere qualche parola intellegibile tra un simbolo e l’altro; parole come “Freud”, “Jung”, “Bowlby” … “chi saranno mai stati questi tizi?” vi chiedete, poi con una scrollata di spalle andate avanti.

Seguite la scia delle candele poste a terra per arrivare, infine, al termine del corridoio di roccia.

In questa zona della grotta il misticismo assume forme ancora più nuove e magiche: ci sono tavoli addobbati con utensili di vario tipo, polveri, scodelle di legno da cui fuoriescono vapori e fumi di densità e colori diversi.

Campanelle tintittano dal soffitto, e riuscite a distinguere anche un paio di Acchiappasogni che ondeggiano ritmicamente.

Dopo aver dato un’occhiata generale al luogo in cui vi trovate, il vostro sguardo si focalizza al centro della stanza, dove riuscite a distinguere due sedie in legno poste una di fronte all’altra.

Su una di esse, siede lo stregone.

“Per essere uno stregone è vestito bene!”, pensate, mentre osservate la camicia a righe ben abbottonata ed i pantaloni ben stirati che indossa.

Se doveste giudicare dal suo aspetto professionale, vi verrebbe quasi voglia di pensare che quella del misticismo è tutta una farsa, che è tutto un bell’addobbo fantastico che è lì solo per fare scena.

Che, in fin dei conti, quello dello stregone è un lavoro come un altro e che anche loro devono apparire professionali, che abbiano presunti poteri magici oppure no.

Mentre ascoltate la parte più razionale di voi, vi rendete conto che c’è un’altra parte, quella che era spaventata poco prima di varcare la soglia della caverna, che sembra proprio aggrappata alla fantasia che quello è uno stregone bravissimo che grazie alle sue arti arcane ed ai suoi decotti mistici riuscirà a guarirvi da ogni male e da ogni sofferenza.

Quello che voi dovrete fare, pensate, sarà solo ascoltare i suoi consigli e seguire le pratiche magiche che vi indicherà: poi, sicuramente, starete meglio.

In generale gli psicologi non sono dipinti di verde, ma l’immagine rendeva abbastanza l’idea.

Mentre formulate questi pensieri, soffermate lo sguardo sul suo viso e vi stupite della presenza di un grosso mascherone Africano.

C’era già prima o è la vostra immaginazione? Stona abbastanza con il resto del vestiario … prima che possiate trovare una risposta a questa domanda, sentite una voce gentile provenire da dietro il mascherone.

“Prego, si accomodi!”.

E la seduta comincia.

Che cosa succede nello studio dello psicologo?

Ok, usciamo dalla fantasia e torniamo alla realtà: perché ho utilizzato questa storiella sullo stregone per descrivere ciò che NON avviene nello studio di uno psicologo?

Beh, innanzitutto perché è divertente e, come un buon Analista Transazionale che si rispetti, so che curare il proprio Bambino Libero è importante (scriverò un articolo anche su questo, giuro).

Il secondo motivo è che, come dicevo all’inizio, le persone si approcciano allo studio di uno psicologo armati di fantasie, aspettative, conoscenze pregresse e dicerie che spesso non trovano spazio sul piano oggettivo di realtà.

Una delle più fantasie più comuni è che lo psicologo sia un dispensatore di consigli e di soluzioni: inserisci la monetina e questo baldanzoso laureato ti darà la soluzione che ti aspettavi.

Un pò come uno stregone che, grazie alle sue doti alchemiche, prepara la pozione che risolverà il problema del paziente garantendone la guarigione.

Sembra un’esagerazione ma su un piano profondo alcuni pazienti si approcciano così alla terapia, del tipo: “dottore io sono malato, lei mi deve guarire“.

Se usciamo dal racconto fantastico che diciamo a noi stessi, così come siamo usciti dalla simpatica storiella ambientata in Africa, e approdiamo sul piano di realtà, ci rendiamo conto che quello tra psicologo e paziente è un rapporto paritario di responsabilità.

Eric Berne parlava di Okness: io sono Ok, tu sei Ok, entrambi abbiamo lo stesso valore e dignità in quanto esseri umani.

Lo psicologo non ha poteri mistici: ha la sua professionalità; il suo rispetto per l’etica e la deontologia; ha la sua conoscenza maturata in tanti anni di studio e la sua esperienza sul campo.

Questo è tutto ciò che mette sul tavolo delle relazione terapeutica: in un ipotetico gioco di carte tra psicologo e paziente, questa è la mano che ha lo psicologo.

Ed il paziente invece? Su che carte può contare?

Il paziente mette in gioco la sua motivazione al cambiamento; le sue energie fisiche, mentali ed economiche; la sua storia personale, perché è proprio importante che sia il paziente a decidere su cosa vuole lavorare ad ogni seduta (sempre nell’ottica di raggiungere un obiettivo prefissato assieme).

Quindi, piuttosto che avvicinarsi alla porta dello studio e mettere mano al portafogli per tirare fuori la monetina da scambiare per il consiglio, credo che sia proprio utile chiedere a se stessi:

Di cosa voglio prendermi cura oggi?

In questo modo si può abbandonare la fantasia della cura miracolosa e rendersi protagonisti attivi di un percorso di cambiamento che, guardate un pò, potrebbe costare anche fatica e sudore.

Ma alla fine, sapete che soddisfazione!

Sì ok, tutto molto interessante, ma praticamente che cosa succede nello studio dello psicologo?

Se vi state facendo questa domanda, ecco la risposta: innanzitutto ci si saluta cordialmente.

Uno degli elementi più importanti per un lavoro terapeutico proficuo è l’alleanza tra psicologo e paziente, e l’alleanza passa attraverso la gentilezza, l’empatia, il calore umano.

Nello studio dello psicologo ci si allea per raggiungere un obiettivo comune, assieme.

Come esseri umani, ci ammaliamo nelle relazioni e guariamo nelle relazioni: per questo è così importante rendere l’ambiente della terapia un luogo protetto scevro da giudizi critici.

In secondo luogo, ci si presenta.

È la base dell’interazione umana: d’altronde, come fate a fidarvi di una persona che non conoscete?

Perciò, una delle cose più comuni che fa lo psicologo è dire chi è, di cosa si occupa, dove lavora: le informazioni che si danno al paziente variano in base alla propria personalità, c’è chi si racconta di più e chi si racconta di meno.

Quello che è importante tenere a mente è che la relazione terapeutica non è una relazione d’amicizia, perciò non la considerate come tale.

Ci sarà una vicinanza emotiva importante, ma ci sarà anche la giusta distanza per cogliersi come individui separati ed accomunati da uno scopo comune: raggiungere il cambiamento desiderato dal paziente.

In terzo luogo (ma non è detto che sia per forza questo l’ordine), lo psicologo vi delineerà le regole del setting, perché anche le regole sono importanti per il processo terapeutico.

Le regole rappresentano il primo accordo che ci sarà tra voi e lo psicologo; saranno la cornice attraverso cui si muoverà la terapia, gli argini del fiume in cui navigherà la vostra barca.

Le regole riguardano tanti aspetti del lavoro terapeutico: orario, frequenza, pagamento, disponibilità telefonica e così via.

È a questo punto che firmerete i fogli legati alla privacy: non vi preoccupate, non si tratta di contratti diabolici Faustiani, ma di misure protettive che hanno come obiettivo quello di tutelare sia voi che il professionista.

Infine, lo psicologo comincerà a farvi delle domande rispetto al motivo per cui vi siete rivolti a lui/lei: questo era facile aspettarselo, no?

Da qui inizia il processo di definizione del problema tra voi e lo psicologo, a cui seguirà la contrattazione di un obiettivo di lavoro comune.

Ci possono essere variazioni sulla procedura in base al tipo di formazione del professionista, ma in generale questo è ciò che accade nel primissimo incontro nello studio di uno psicologo.

Niente di particolarmente magico, giusto?

Ed è meglio che sia così: reale e concreto, piuttosto che mistico e misterioso.

C’è un “discorso” che Lorna Smith Benjamin, rinomata psicoterapeuta americana che ha ideato il modello della Terapia Ricostruttiva Interpersonale, usa spesso fare ai suoi pazienti quando deve descrivere il processo terapeutico.

Mi piace molto la concretezza di queste parole, che vi riporto testualmente di seguito:

La Terapia Ricostruttiva Interpersonale inizia con l’apprendere a riconoscere i propri modi di fare, da dove provengono e a che cosa servono. Una volta visto ciò con chiarezza, si può decidere se cambiare o no. Infine, si può iniziare a lavorare per imparare nuovi e migliori modi di fare.

Dopo aver detto queste parole, la Benjamin spesso aggiunge: “è tutto qui“.

Eh sì, è proprio tutto qui, senza nessuna magia.

“I matti capitano sempre a me!”: i giochi psicologici come modalità relazionali ripetitive

“I matti capitano sempre a me!” (cit.)

Per questo articolo ho voluto scegliere un titolo provocatorio che riprendesse una frase comune che sento dire spesso dai pazienti e da alcune persone che ho incontrato nella mia vita quotidiana.

Sicuramente è capitato anche a voi di ascoltare un amico o un’amica che si lamentasse dopo una storia d’amore finita male.

Poteva trattarsi di amore oppure di un’amicizia; in generale si tratta di rapporti interpersonali verso cui l’amico in questione ha investito tempo, energie ed affettività.

Mi immagino la scena: siete davanti ad un caffè oppure ad una birra e state ascoltando attentamente il racconto del vostro amico.

Chissà quante discorsi simili a questo si sono svolti davanti ad un caffè: se le tazzine potessero parlare …

Vi ha chiesto lui un momento per parlare e, da bravi amici quali siete, glielo avete concesso.

Quello di cui vi rendete conto sin da subito è che il racconto che vi sta narrando sembra una storia già sentita: infatti, il vostro amico ha già avuto rapporti di questo tipo e sono finiti tutti allo stesso modo.

Ad un certo punto pronuncia la frase con cui ho iniziato a scrivere questo articolo: “I matti capitano sempre a me!” oppure, se è diretta al gentil sesso: “Le matte capitano sempre a me!“, magari detta con un tono lamentoso, o scherzoso, oppure arrabbiato.

Quest’ultima frase conferma definitivamente l’impressione che vi eravate fatti, ovvero che il vostro caro amico non ha poi tutti i torti: questa è l’ennesima volta che vi racconta la stessa storia! Cambiano le persone coinvolte ma la vicenda si svolge sempre allo stesso modo.

Beh, magari non avete una laurea in Psicologia ma il vostro sesto senso vi avverte dell’esistenza di un pattern relazionale ripetitivo a cui il vostro caro amico sembra davvero molto affezionato, tanto che lo ripete con più persone in momenti diversi della sua vita.

Con questo articolo, oggi, voglio aiutarvi a mettere i puntini sulle “i” e a dare un nome a questo genere di processi interpersonali: si tratta dei giochi psicologici.

Che cos’è un gioco psicologico? Una breve definizione

Il termine “gioco psicologico” è stato definito per primo da Eric Berne, il fondatore del metodo di psicoterapia dell’Analisi Transazionale.

Su questo sito abbiamo incontrato il buon Eric già diverse volte in alcuni articoli, ad esempio quando ho parlato di responsabilità personale nelle relazioni oppure di fame di riconoscimento da parte degli altri.

Secondo l’autore, il gioco psicologico è una serie progressiva di transazioni interpersonali che avvengono tra due o più persone e che avranno un esito ben definito e prevedibile.

Ciò significa che il gioco psicologico è facilmente riconoscibile: si svolge sempre allo stesso modo e termina sempre allo stesso modo.

Il vostro sesto senso (o dovrei dire senso di ragno?) si è nuovamente attivato ripensando al racconto del vostro amico/amica? Fate bene ad ascoltarlo, perché la ripetitività è un elemento importante per riconoscere un gioco.

Il senso di ragno di Spiderman lo avverte dei pericoli: allora, per coerenza, dovrebbe attivarsi anche prima dell’inizio di un gioco psicologico.

Non è finita qui: il gioco psicologico è tale perché nasconde una motivazione nascosta.

Si parla di motivazione “nascosta” perché i giochi vengono giocati al limite della consapevolezza: spesso non abbiamo coscienza che stiamo giocando con il nostro interlocutore, così come non abbiamo la consapevolezza profonda del perché lo stiamo facendo (questo è un lavoro per la psicoterapia!).

La motivazione nascosta nel gioco è connessa al tipo di gioco giocato: ce sono molti ed ognuno è differente per i ruoli, per lo svolgimento e per il tornaconto finale.

Tuttavia, è possibile spiegare le motivazioni nascoste nei giochi citando le motivazioni principali per cui le persone giocano, che sono:

  1. Ottenere riconoscimento affettivo da parte degli altri, anche se è di tipo negativo;
  2. Confermare nuovamente le proprie modalità di relazione con gli altri, dimostrando a se stessi che le convinzioni personali che si hanno verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo sono proprio giuste e non andrebbero cambiate.

Credo che sia ora di introdurre la formula G di Eric Berne e di fare un esempio pratico, in modo da ricondurre la teoria alla realtà della vita quotidiana.

La Formula G: qual è la struttura di un gioco?

Eric Berne ideò una formula che potesse descrivere lo svolgimento di un gioco e che ne individuasse la struttura di base.

La formula è la seguente:

Gancio + Anello = Risposta –> Scambio –> Confusione –> Tornaconto

Giuro che questa formula è ben più semplice di quella che si vede in questa immagine: vediamo di spiegarla!

Inizio la spiegazione della formula partendo dai primi due “numeri” che vedete a sinistra: il Gancio e l’Anello.

Cosa succede di solito se provate a mettere un anello di ferro sopra ad un gancio? Si incastrano a vicenda!

Quest’esperienza comune che vi sarà sicuramente capitata se, almeno una volta nella vita, avete vissuto la sfortuna di avere la macchina guasta e di farvi trainare da un carro-attrezzi spiega abbastanza bene come inizia un gioco.

Infatti, allo stesso modo, le persone iniziano alcune scambi relazionali con gli altri proponendo un Gancio, che funge da stimolo per il proprio interlocutore.

Il Gancio è una frase, un gesto, un qualsiasi stimolo interpersonale che invita l’altra persona ad iniziare il gioco.

Ciò significa che il gioco può iniziare solamente se il proprio interlocutore accetta il gioco: per farlo, è necessario che il primo giocatore conti su una “debolezza” dell’altro che può sfruttare a suo vantaggio, che viene definita Anello.

Faccio un esempio pratico: immaginiamo che io sia una persona lamentosa che senta il bisogno compulsivo di farsi aiutare dagli altri.

Non credo in me stesso e nelle mie risorse e vivo la mia vita cercando dei salvatori che possano aiutarmi a fare quello che io credo di non riuscire a fare (anche se sotto sotto le risorse ce le ho, ma quella è un’altra storia … di cui si può parlare a terapia!).

Alla luce di questa premessa, è molto probabile che io viva numerose relazioni in cui cerco di essere aiutato dagli altri: per questo, il mio Gancio è spesso una richiesta di aiuto con relativo senso di impotenza da parte mia.

Ecco, ora immaginate questo: cosa succederebbe se incontrassi una persona che si prodiga sempre per gli altri, che vive la sua vita da crocerossina, che non riesce proprio a dire di no a chi ne ha più bisogno?

Scommetto che stiamo pensando la stessa cosa: se incontrassi una persona del genere sarebbe per me una cosa bellissima, una vera salvezza!

Per questo motivo l’Anello, in questo esempio, è rappresentato dalla “debolezza” dell’altro, che è quella di prendersi cura degli altri senza dire mai di no, magari mettendo da parte anche se stessa pur di compiacere chi ha bisogno.

Quindi: io chiedo aiuto, l’altro risponde aiutandomi … il gioco è iniziato!

Aiutarsi a vicenda e sostituirsi all’altro sono due modi molto diversi di prestare aiuto: il primo valorizza la parità di valore tra due persone, il secondo no.

Tornando alla nostra formula, la terza variabile che incontriamo è quella della Risposta, che equivale alla serie di transazioni che costituiscono il gioco in sé.

Sempre nel nostro esempio, la serie di Risposte che otterremo sarà una certo numero di richieste di aiuto da parte mia ed i relativi tentativi di salvataggio da parte della mia crocerossina preferita.

Ad un certo punto, però, accade il fattaccio: siamo arrivati allo Scambio! Ed è qui che le cose si fanno interessanti (come se non lo fossero già).

Infatti, come dicevo all’inizio del nostro esempio, io vivo la mia vita da vittima e cerco esplicitamente aiuto, ma inconsciamente non voglio essere aiutato perché credo fermamente di non essere importante e che, in fine dei conti, degli altri non ci si può fidare.

Quindi cosa faccio? Chiedo continuamente aiuto ma svaluto i tentativi di salvataggio che ricevo, arrivando addirittura a dire all’altro giocatore: “Sai che c’è? Tutti i tuoi consigli non servono a nulla perché li ho provati e non funzionano, per cui il tuo aiuto è stato inutile!” oppure “Tu mi aiuti tanto ma alla fine le cose non vanno mai per il verso giusto, quindi non mi servi più, non sei la persona giusta” e così via.

Il ruolo che ho giocato è stato quello della pecorella smarrita, ma sotto la mia finta pelliccia morbidosa ero un lupo pronto ad azzannare l’altro ed a riconfermare a me stesso che degli altri non ci si può fidare.

E l’altro giocatore cosa fa? Beh, era partito da una posizione da crocerossina salvatrice e si ritrova attaccato e con le spalle al muro, quindi i ruoli si sono invertiti: ora lui/lei è la vittima, ed io sono un persecutore.

Tenera foto di una pecorella smarrita.

Questo è il momento dello Scambio, a cui segue il momento della Confusione perché ognuno di noi due non sa cosa è successo a livello profondo nella relazione, ma sa che sta provando forti sensazioni sgradevoli connesse a sé ed all’altro.

Quindi arriviamo alla fine del nostro gioco: il Tornaconto.

Cosa hanno ottenuto i nostri giocatori alla fine della fiera?

Un bel sacchetto di stati d’animo negativi e la ri-conferma delle proprie credenze negative su sé, sul mondo e sugli altri.

“I matti capitano sempre a me”… e se fossi tu a cercarteli?

Cominciamo a riprenderci le nostre responsabilità: se ti capita spesso di lamentarti che “i matti capitano sempre a me” prova a chiederti cosa fai per attirarli nella tua vita!

Ognuno di noi si muove nel mondo con una bella maglietta invisibile addosso, con su scritti degli slogan del tipo: “Io ti salverò”, oppure “io ho bisogno di essere salvato”, oppure “guai a te se ti avvicini” e così via.

Queste magliette rappresentano i giochi psicologici che ci piace giocare con gli altri ed i ruoli che ricopriamo di solito.

Per smettere di vivere queste relazioni ripetitive che portano solamente a stati d’animo negativi bisogna fare un primo importante passo: mettersi gli occhiali della consapevolezza e riconoscere la maglietta che si porta addosso.

Solo nel momento in cui siamo consapevoli di noi stessi, di chi siamo, di qual è la nostra storia relazionale possiamo ri-decidere di avere un futuro relazionale diverso dal nostro passato.

Se questo non accade potremmo essere condannati a ripetere sempre le stesse cose, sempre le stesse relazioni, arrivando sempre al punto di essere con un amico davanti ad un caffè, ad una birra ed esclamare: “I matti capitano sempre a me!“.

“Sei tu che mi fai stare male”: il ruolo della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali

Con questo articolo voglio approfondire nuovamente il tema del benessere all’interno delle relazioni interpersonali.

Negli ultimi mesi ho scritto diversi articoli a riguardo, come l’articolo sul bisogno di riconoscimento ed approvazione da parte degli altri oppure l’articolo sulla fine di una relazione amorosa importante.

In questo caso voglio concentrarmi su un ulteriore argomento specifico: la responsabilità personale all’interno delle relazioni.

Può capire che, durante un litigio oppure una discussione, una delle due persone in relazione possa esprimere una frase simile a quella che ho scritto nel titolo.

“Mi fai così arrabbiare!”

“Non vedi che mi fai essere triste? Mi fai così male!”

“Mi hai spaventato così tanto!”

E così via per tante altre emozioni.

Cosa hanno in comune tutte queste frasi?

L’elemento comune ad ognuna di loro è che sono espresse nella formula: “tu mi fai sentire X“.

In psicologia questo tipo di messaggio viene chiamato messaggio Tu ed è un tipo di transazione interpersonale che conferisce all’altro la responsabilità del proprio sentire.

Il primo mito che è necessario sfatare quando si parla di responsabilità personale nelle relazioni interpersonali è che l’altro può obbligarci a sentire una determinata emozione.

In realtà non è così!

Certo, la persona davanti a noi può davvero mettercela tutta per farci arrabbiare o intristirci, ma la modalità di risposta ad un determinato stimolo esterno è sempre in nostro potere.

Ognuno di noi mette in atto una serie di schemi cognitivi, emotivi e comportamentali che sono estremamente personali e che vengono appresi a partire dalle relazioni con le persone importanti della nostra vita.

Ciò significa che di fronte ad un determinato stimolo sociale due persone potrebbero reagire in modo totalmente differente.

Allo stesso modo, uno stimolo sociale potrebbe essere letto in diverso modo da due persone differenti, e quindi dare luogo a reazioni disuguali anche in questo caso.

Conoscere i propri modi di funzionare all’interno delle relazioni è uno dei benefici che apporta un percorso di psicoterapia personale: diventa più facile prendersi la responsabilità personale delle proprie reazioni quando si conoscono i propri modi di reagire a livello cognitivo, emotivo e comportamentale.

È importante sottolineare che siamo noi che scegliamo di arrabbiarci e di urlare, di intristirci e di ritirarci, di spaventarci e scappare via.

Per quanto l’altro possa operare un controllo su di noi, la sua responsabilità nella relazione equivale sempre al 50%.

Infatti, ogni relazione interpersonale che sia accogliente, nutritiva e positiva si basa su una suddivisione alla pari della responsabilità interpersonale.

Come diceva Eric Berne, il padre fondatore dell’Analisi Transazionale: Io sono OK, tu sei Ok.

Tuttavia, capita spesso che le persone concedano all’altro la propria parte di responsabilità oppure che si impossessano della responsabilità dell’altro.

Per fare un esempio possiamo pensare ad una coppia di fidanzati in cui lui si sente incapace di scelte di vita importanti per sé e per la coppia e quindi lasci che sia lei a decidere per entrambi.

L’atto di concedere totalmente la propria responsabilità personale alla propria compagna pone il nostro uomo dell’esempio in una condizione rischiosa.

Un adattamento rigido, che non è accompagnato dal darsi il permesso di esprimere la propria opinione rispetto a tematiche importanti che lo riguardano, può esporre la persona a sentimenti di frustrazione, di rabbia e di inettitudine.

Allo stesso modo, la donna del nostro esempio potrebbe non sentire la partecipazione del compagno e quindi arrabbiarsi per questo, oppure intristirsi perché non vede complicità rispetto alla costruzione di un progetto in comune.

Come potete leggere, le conseguenze di una cattiva gestione della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali sono spesso funeste per tutti i partecipanti della relazione.

Prendersi la propria responsabilità personale ha due effetti benefici principali nelle relazioni.

Il primo è quello di darsi il permesso di esprimere liberamente all’altro i propri pensieri, le proprie emozioni ed i propri comportamenti in modo maturo ed adulto.

Il secondo beneficio ha a che fare con lo stabilire una giusta distanza tra sé e l’altro, che non corrisponde all’invischiamento oppure alla separazione rigida.

Un pò come nella favola dei porcospini, due persone che decidono di prendersi la responsabilità del proprio vissuto all’interno della relazione riescono a stare vicini ed a sostenersi senza addossare all’altro contenuti che invece sarebbero propri.

Sei tu che mi fai stare male il ruolo della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali 2

Da arte della guerra ad arte del vivere bene con gli altri: la psicologia delle arti marziali

Questo articolo nasce dal connubio tra due delle mie più grandi passioni: le arti marziali e la psicologia.

Ho sempre pensato che le arti marziali avessero una loro psicologia peculiare, un modo di vedere il mondo, gli altri e se stessi che più di altre discipline può insegnare un concetto o due (ma anche di più in realtà!) sul benessere psicologico.

Questo non significa che lo sport in generale sia da meno, anzi!

Ho scritto in passato un articolo che tratta proprio di come la pratica di uno sport può aumentare l’autostima e l’auto-efficacia di colui o colei che lo pratica.

Tuttavia, credo che le arti marziali abbiano delle caratteristiche uniche nel loro genere che meritano di essere discusse a livello psicologico.

Nello specifico, la psicologia delle arti marziali deve la sua peculiarità a due aspetti principali insiti nell’argomento:

  1. Il tema della gestione del conflitto, che è intrinseco allo studio delle arti marziali;
  2. L’aspetto filosofico di matrice orientale a cui le arti marziali attingono a piene mani.

Se qualsiasi sport può indurre cambiamenti fisiologici positivi nel corpo ed in generale nella sfera psicologica, credo che sia difficile trovare discipline sportive che trattino la gestione del conflitto ed abbiano una visione filosofica complessa come le arti marziali.

La peculiarità della psicologia delle arti marziali è proprio qui ed anzi, aggiungo una ulteriore “marcia in più”: le arti marziali permettono di “vivere” questi due aspetti esperendoli direttamente attraverso il proprio corpo.

In questo articolo voglio focalizzarmi principalmente sul primo aspetto, quello legato ai confini psicologici.

Ho deciso di operare questa scelta deliberata perché ritengo che abbia un carattere psicologico interessante che merita di essere analizzato più a fondo.

Tuttavia, anche la filosofia orientale sta trovando sempre più riscontro nel mondo della psicologia occidentale grazie a molti approcci psicoterapeutici che ne stanno utilizzando i principi.

Bando alle ciance: in che modo la gestione dei confini psicologici si collega alle arti marziali?

La psicologia delle arti marziali: una questione di confini

Non è una novità che le arti marziali nascono come metodo per garantire la sopravvivenza in un conflitto violento.

Che sia una guerra combattuta su un antico campo di battaglia oppure una sessione di sparring amichevole con il proprio compagno di allenamento, le arti marziali hanno l’obiettivo intrinseco di insegnare al praticante a gestire un conflitto.

In antichità, il conflitto prototipico che il praticante si sarebbe trovato a gestire era molto probabilmente di natura violenta.

Infatti, il marzialista imparava delle tecniche per terminare il conflitto nel minor tempo possibile, col minor numero di danni alla propria persona.

Al giorno d’oggi la violenza è vietata nella nostra società (e per fortuna!), quindi le arti marziali hanno perso parte del loro scopo originario.

A livello storico, questo cambiamento è stato percepito realmente ed in maniera potente: ad esempio in Giappone, dopo la restaurazione Meiji e l’inizio di una lunga pace, le arti marziali non avevano più un posto nella società e da arti legate alla guerra diventarono arti per la coltivazione del sé.

Lo spostamento da arti pratiche legate alla sopravvivenza ad arti finalizzate a sconfiggere i propri limiti e le proprie insicurezze piuttosto che un avversario in carne ed ossa fu un cambiamento importante, che permane ancora oggi.

Infatti, molte persone si avvicinano al mondo marziale per sentirsi più sicure di sé, per imparare a difendersi da minacce reali o percepite, per stare bene con se stessi.

La dimensione della percezione di sicurezza personale ha molto a che fare con i confini psicologici.

La rabbia, una delle emozioni fondamentali per la sopravvivenza, è intimamente collegata alla gestione dei confini psicologici.

Nel momento in cui ci sentiamo prevaricati cominciamo a provare rabbia, ed è proprio questa emozione che ci aiuta ad affermare i nostri bisogni ed a ristabilire i confini.

Le arti marziali aiutano il praticante a gestire emotivamente la rabbia attraverso la coltivazione di uno stato mentale di serenità, che molto ha a che fare con gli studi sulla meditazione di tipo orientale.

Questo significa percepire e sentire la rabbia, per poi scegliere di esprimerla attraverso modalità consone che nulla hanno a che fare con l’utilizzare le tecniche di propria conoscenza per infliggere un danno superfluo all’altro.

Infatti, molti maestri del passato ammonivano il praticante dall’utilizzare la propria arte per fini non “nobili”: un esempio lampante di ciò proviene dalla biografia di Gichin Funakoshi, celebre karateka inventore dello stile Shotokan.

Inoltre, le arti marziali sono intimamente connesse al senso di potere personale.

Come detto in precedenza, molte persone vogliono imparare un’arte marziale per sentirsi più sicuri di sé.

La domanda sorge spontanea: sentirsi più sicuro di sé rispetto a cosa?

In molti casi si tratta di sentirsi più sicuri in relazione con gli altri: le arti marziali diventano uno strumento pratico per aiutare le persone a sentirsi efficaci in situazioni interpersonali di vario tipo.

Che si tratti di categorie a rischio come le vittime di bullismo o di violenza di genere oppure di categorie più insospettabili come l’impiegato che vuole acquisire più sicurezza nel trattare col proprio datore di lavoro, le arti marziali massimizzano il senso di potere personale percepito nelle relazioni, alla luce del fatto che i praticanti si allenano direttamente nella gestione di un conflitto attraverso l’esperienza corporea.

È proprio l’utilizzo del corpo che aumenta le probabilità di instaurare un apprendimento positivo e duraturo.

Il corpo è uno strumento potente che coadiuva un apprendimento viscerale, intenso, più “emotivo” e legato all’esperienza diretta fatta con le proprie mani.

Alla luce di quanto detto in questo articolo, mi permetto di avanzare nuovamente l’ipotesi che le arti marziali possano essere una risorsa importante ed inattesa per sentirsi più sicuri di sé nelle relazioni con gli altri, e quindi per coltivare il proprio benessere personale ed interpersonale.

Da arte della guerra ad arte del vivere bene con gli altri la psicologia delle arti marziali 2

Chiudere una relazione: un’occasione di crescita per entrambi i partner

Esistono fasi nella vita che sono davvero difficili da gestire ed il momento di chiudere una relazione è uno di questi.

A decidere di chiudere la relazione può essere lui o può essere lei: in fin dei conti non è così importante.

Quello che entrambi gli ex-partner vivranno sarà una fase caratterizzata da profondi cambiamenti psicologici che hanno molto a che fare con l’elaborazione di un lutto.

La fine di una relazione è sempre un momento doloroso: siamo animali sociali e siamo progettati per stabilire legami di attaccamento con altri esseri umani.

Basti pensare ai legami di attaccamento che si stabiliscono durante l’infanzia: se il bambino non riceve abbastanza riconoscimento da parte delle madre e dal padre, la sua sopravvivenza è messa a repentaglio.

Mettendo un attimo da parte il tema del riconoscimento reciproco di cui ho già parlato in un precedente articolo, la fine di una relazione amorosa corrisponde all’interruzione di questo legame di attaccamento.

Il proprio partner è ancora vivo e vegeto, non è decisamente venuto a mancare come accade nei lutti veri e propri, ma il rapporto cambia talmente tanto per cui è necessario rimboccarsi le maniche ed elaborare psicologicamente questa separazione.

Cosa si intende per elaborare psicologicamente la separazione?

Separarsi e chiudere una relazione, soprattutto se è durata tanti anni, significa affrontare una ridefinizione di sé stessi e della propria identità.

Stare per tanti anni assieme porta i due partner a costruire un universo comune fatto di familiari, amici e contesti.

In questo senso, chiudere una relazione implica rivalutare il suddetto universo comune alla luce del fatto che non si è più assieme.

Allo stesso tempo i singoli partner rivedono la propria concezione di sé, che passa dall’essere una persona in una relazione amorosa all’essere single, con tutti i cambiamenti legati a questa transizione.

Quali sono i consigli per affrontare una separazione al meglio?

Personalmente credo che non esista una Bibbia dei buoni precetti per affrontare una separazione, in quanto ogni persona è diversa e così ogni coppia.

Ognuno di noi affronta la separazione ed il lutto connesso ad essa in modo differente, tuttavia esistono dei principi generali che credo possano essere utili.

Innanzitutto, sono un fermo sostenitore del chiedere aiuto ad un professionista del benessere mentale quando si sta affrontando un periodo difficile e si crede di non riuscire a farcela da soli (per forza, faccio lo psicologo!).

Bias cognitivi a parte, chiedere aiuto ad uno psicologo è un atto di amore verso sé stessi perché, invece che farsi solo/a ed affrontare il dolore da solo/a, il partner può farsi aiutare nell’elaborazione e nella ricostruzione della propria identità.

Un altro consiglio ha a che fare con il contatto con le proprie emozioni.

In questi momenti così difficili può venire naturale il pensiero di distrarsi continuamente e di “non pensare” e di “non sentire”, ma a lungo andare questo atteggiamento può ostacolare l’elaborazione della separazione.

Per questo motivo è importante stare a contatto con la propria tristezza, la propria rabbia, la propria paura ed al tempo stesso coltivare occasioni di svago e di ricostruzione positiva della propria vita che portano gioia.

In questo senso chiudere una relazione rappresenta un’altalena tra passato e futuro, tra ciò che si è perso e non c’è più ma che rimane nella memoria; e ciò che invece ci sarà, e che è possibile costruire sin da oggi.

Alla luce di quanto detto l’atto di chiudere una relazione può essere un momento di crescita per entrambi i partner, proprio per via della ridefinizione di sé che è connessa a questo evento.

È proprio nei momenti di difficoltà che diventa imperativo attivare le proprie risorse e chissà, magari si potrebbe scoprire di avere risorse nascoste di cui si era inconsapevoli.

Al tempo stesso è possibile crearsene di nuove, e viversi situazioni e contesti nuovi che prima si ritenevano impossibili.

Vorrei chiudere questo articolo con una frase proveniente da una canzone dei Kamelot che ho sempre adorato e che parla proprio di periodi di difficoltà come questi, sottolineandone la transizione dal dolore alla speranza.

La strofa recita così:

“What does the winter bring, if not yet another spring?”

Che tradotta in italiano suona in questo modo:

“Che cosa porta l’inverno, se non un’altra primavera?”

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Cosa significano i sogni? L’interpretazione dei sogni secondo la Gestalt

A molte persone capita spesso di fare dei sogni particolari e di svegliarsi con la curiosità di comprendere cosa significano i sogni.

Il mondo onirico ha sempre affascinato l’essere umano ed è stato per centinaia di anni oggetto di interesse e di studio.

In antichità i nostri antenati pensavano che i sogni avessero poteri divinatori e che fossero portatori di significati legati ad esperienze di vite passate o di eventi futuri.

Per quanto i sogni continuino ad essere ammantati da un’aura di mistero che li rende affascinanti, diverse teorie psicologiche hanno cercato di spiegarne il funzionamento ed il significato.

In questo articolo ti spiegherò come avviene l’interpretazione del significato di un sogno secondo la Terapia della Gestalt.

Innanzitutto, è importante chiarire un concetto importante.

Non esiste una corrispondenza univoca tra un sogno ed un significato specifico.

Questo concetto teorico va contro quello che si è sempre creduto nell’interpretazione dei sogni “spicciola”, quella che ha a che fare con la cultura comune, ad esempio nella Smorfia Napoletana.

In realtà il significato di un sogno e dei singoli elementi che lo compongono è personale.

Tutti possiamo sognare un elemento onirico come una casa, ma il significato che attribuiremo ad esso sarà diverso per ognuno di noi.

Non sempre sognare un elemento X (come ad esempio la casa della tua infanzia) corrisponde ad un significato Y (“Ho sognato la casa della mia infanzia, QUINDI significa che mi manca e che dovrei andarla a visitare”), anzi.

Questo è importante per evitare di cadere nell’interpretazione ingenua che ho sintetizzato nella frase inventata che puoi leggere nelle parentesi: ho sognato X, quindi significa Y.

Un altro concetto importante è il seguente:

Secondo la Terapia della Gestalt, il sogno è il sognatore.

Tutto ciò che sogniamo corrisponde a singole parti della nostra personalità che manifestiamo attraverso il sogno.

Personalmente trovo che questo sia un concetto teorico molto interessante.

Secondo la Terapia della Gestalt la persona è composta da innumerevoli parti che interagiscono tra di loro.

Un esempio di questa dinamica è il duo Persecutore-Vittima (Topdog-Underdog), per cui ognuno di noi è persecutore in alcune situazioni della sua vita e vittima in altre.

Ognuno di noi possiede queste parti all’interno di sè e una parte delle differenze individuali tra le persone sta proprio nel modo in cui esprimono queste dualità.

Esse possono essere espresse in modo equilibrato oppure tendente rigidamente verso un polo o l’altro.

Il sogno è uno spazio psichico in cui la persona esprime queste parti attraverso il materiale onirico.

Quindi, se in ultima analisi il sogno corrisponde al sognatore, un ottimo modo per conoscere cosa significano i sogni è quello di immedesimarsi nelle singole parti che li compongono.

Questa è una tecnica che viene utilizzata spesso nell’interpretazione dei sogni secondo il metodo Gestaltico.

Ovviamente si tratta di una tecnica complessa che ne prevede un utilizzo sapiente e accurato da parte dello psicoterapeuta, ed infatti prevede tutta una serie di altri passaggi per cui bisogna addestrarsi attentamente.

Tuttavia, è proprio attraverso l‘identificazione con l’elemento onirico che si può comprendere cosa significano i sogni.

Piuttosto che chiedersi: “Cosa significa il fatto che ho sognato la casa della mia infanzia?”, può essere utile immedesimarsi in essa ed “essere” la casa, e da lì sviscerarne i vari significati personali.

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