Mettere gli altri prima di sé stessi: il ruolo del Salvatore nelle relazioni interpersonali

Mettere gli altri prima di sé stessi: Il ruolo del Salvatore nelle relazioni interpersonali

Questo articolo è dedicato a tutti gli aspiranti Gandhi lì fuori che hanno la tendenza spasmodica di mettere gli altri prima di sé stessi, in quasi ogni occasione della loro vita.

Non so se bramano di ottenere una presunta santità terrena attraverso l’estremo altruismo verso gli altri! Quello che so è che, comportandosi così, fanno un tremendo disservizio a loro stessied anche a coloro che cercano di aiutare.

Quindi, se durante la lettura vi sentite pervasi da un’aura mistica e vi viene voglia di uscire fuori di casa e di aiutare il primo passante che trovate … beh, fermatevi un attimo e continuate la lettura, perché aiutare gli altri senza riflettere può essere dannoso.

Tra parentesi, vi invito a non fare caso al fatto che manca praticamente un mese a Natale e, come dicono le pubblicità televisive ogni anno, “a Natale siamo tutti più buoni“.

Ve lo ricordate il bambino della pubblicità del panettone Motta? Palesemente un Salvatore.

Abbassate gli occhi dal calendario e focalizzateli sullo schermo: in questo articolo parleremo del termine tecnico che viene attribuito a questo genere di ruolo secondo la terminologia dell’Analisi Transazionale, ovvero il Salvatore.

Prima di addentrarci nella specificità di questo termine, voglio sottolineare che quando si vuole aiutare qualcuno l’elemento importante da tenere a mente è il concetto di equilibrio.

Esiste una certa differenza tra l’aiutare gli altri ed il farlo in modo talmente compulsivo da dimenticare sé stessi.

Ci sono due paroline che le persone dicono spesso, sottolineandole con una certa dose di bramosia, intuibile dal tono di voce: sano egoismo.

Queste due parole sembrano un traguardo inarrivabile per molti, soprattutto per coloro che, come nell’incipit dell’articolo, tendono a mettere gli altri prima di sé stessi.

Il primo passo da fare è … (e lo intuirete subito di cosa si tratta se siete dei lettori abituali degli articoli di questo sito) … la consapevolezza.

Essere consapevoli dei modi in cui ci si proietta continuamente all’esterno, ai bisogni degli altri ed alle loro richieste, dimenticandosi di quelli che sono i propri, è il primo step necessario per cambiare modo di fare.

La consapevolezza, tuttavia, si ottiene quando ci si interroga su se stessi e quando si hanno a disposizione una serie di informazioni utili su come si funziona a livello interpersonale.

Per ottenere queste informazioni, il metodo più sicuro è quello della psicoterapia: come ho detto già altre volte, è un percorso in cui uno degli step più importanti è rappresentato dall’avere un quadro più chiaro di chi si è e di come si funziona, a livello intrapersonale ed interpersonale.

Le modalità di interagire con gli altri che utilizziamo oggi le abbiamo imparate in un momento specifico del nostro “ieri”.

Se abbiamo la tendenza a “salvare” il prossimo, a mettere gli altri prima di noi stessi, non è perché siamo scemi o perché questi modi di fare sono magicamente comparsi nella nostra vita un bel giorno del nostro passato.

Anzi, mettiamo proprio via la parte del darsi degli scemi: lo so, la tendenza a criticarsi dopo aver preferito gli altri a sé stessi per l’ennesima volta è fortissima, ma le auto-critiche non portano mai da nessuna parte (se non a confermare il proprio copione!).

Accumulare tante auto-valutazioni personali da 1 stella non fa altro che confermare le nostre credenze più disfunzionali: che siamo stupidi, che non siamo capaci, che non valiamo niente eccetera.

Molto spesso, almeno il 99,9% delle volte, salvare gli altri e mettere gli altri prima di sé stessi ha avuto un senso, c’era uno scopo specifico di adattamento legato ad un contesto del nostro passato.

La psicoterapia, almeno quella Analitico-Transazionale, si occupa di fare questo (in almeno uno dei suoi compiti): aiutare il paziente a fare un collegamento, un link, tra presente e passato ed aumentare la consapevolezza.

Un altro metodo, che non è psicoterapia, ma che stimola la curiosità personale e la voglia di chiedersi: “perché metto i bisogni degli altri sempre prima dei miei?” è leggere libri di psicologia o articoli come questo.

Quindi, sta a me la responsabilità di darvi informazioni attendibili sul funzionamento interpersonale dell’essere umano secondo la teoria dell’Analisi Transazionale.

Perciò bando alle ciance, introduciamo lo schema del Triangolo Drammatico di Karpman per capirci qualcosa di più su chi è, cosa fa questo “benedetto” Salvatore e quali sono le conseguenze del mettere gli altri prima di sé stessi.

Il Triangolo Drammatico di Steve Karpman: Salvatore, Persecutore, Vittima

Il buon Steve Karpman è un analista transazionale che scrisse un articolo scientifico nel lontano 1968 riguardante il Triangolo Drammatico, per il quale vinse il premio Eric Berne (la massima onorificenza ottenibile da uno psicoterapeuta nell’ambito dell’Analisi Transazionale) quattro anni dopo.

Karpman individua tre ruoli che le persone possono adottare all’interno di un gioco psicologico (ho parlato brevemente dei giochi psicologici in questo articolo): il Salvatore, la Vittima ed il Persecutore.

Ciò che caratterizza ogni singolo ruolo è abbastanza intuibile dal nome che porta:

  1. Il Salvatore è un ruolo drammatico in cui la persona si pone in una posizione di superiorità rispetto all’altro. Offre aiuto agli altri partendo dalla convinzione che le persone che riceveranno il suo aiuto non sono capaci di cavarsela da sole, di fatto sminuendo le loro capacità e risorse. Chi occupa spesso questo ruolo all’interno dei giochi psicologici tende a sentirsi OK solo se aiuta gli altri.
  2. La Vittima è il ruolo drammatico in cui si pongono le persone quando scelgono di stare in una posizione di inferiorità rispetto all’altro. La Vittima ha la convinzione di non essere OK, di non riuscire a fare nulla nella vita da sola, e quindi necessita dell’aiuto degli altri per sentirsi adeguata. A volte questo “aiuto” può anche essere un riconoscimento negativo, come accade quando una Vittima interagisce con un Persecutore.
  3. Il Persecutore è quel ruolo drammatico che è caratterizzato dal vedere gli altri come non adeguati, tanto da volerli sminuire e calpestare. Il Persecutore attacca l’altro, lo critica e si sente OK solo nel momento in cui è riuscito a piegare l’altro in una posizione di inferiorità.

Cosa accomuna tutti questi ruoli?

Ve lo dico io: che si tratti di Salvatore, Vittima o Persecutore, esiste uno sbilanciamento legato al valore personale all’interno della relazione.

Il Salvatore si vede OK mentre l’altro non lo è; la Vittima si vede non OK mentre l’altro è OK; il Persecutore si percepisce OK e l’altro non lo è.

Interagire con gli altri impersonando questi ruoli sociali può essere un buon modo per viversi con serenità e contentezza le proprie relazioni interpersonali?

Stavolta rispondete voi, e già so che tipo di risposta vi sarete dati.

L’informazione che trovo curiosa, legata al ruolo del Salvatore, è che per quanto il Salvatore si senta un buon samaritano e voglia aiutare gli altri ad ogni costo … di fatto li sta svalutando.

Il Salvatore si crede un pò come la statua del “Cristo Redentor” in Brasile: grande e grosso, estremamente benevolente … ma di pietra.

Li svaluta perché aiutandoli si sostituisce a loro, non ne stimola l’autonomia ma anzi, promuove dipendenza.

Non lascia che l’altro sviluppi le proprie risorse e capacità e ciò che era partito come un aiuto apparentemente sincero si rivela essere un gioco psicologico.

Per aggiungere un ulteriore pezzettino importante a quanto esposto sul Triangolo Drammatico … all’interno dell’interazione tra Salvatore e Vittima, arriverà il momento in cui ci sarà lo scambio di ruoli ed uno dei due diventerà, molto probabilmente, un Persecutore.

Lo scambio di ruoli è tipico dei giochi psicologici ed è accompagnato da sensazioni sgradevoli per entrambi i partecipanti: d’altronde non è bello aiutare gli altri per poi ritrovarsi ad essere aspramente criticati, no?

Mettere gli altri prima di sé stessi, quindi, nasconde più insidie di quello che normalmente si crede.

L’altruismo, quello vero, nasce dal rispetto del valore dell’altro: non ci si sostituisce, bensì si aiuta e si accompagna di pari passo.

La posizione esistenziale, in questo caso, è di parità: io sono OK ed anche l’altro è OK.

Quindi, alla luce di quanto detto: si stanno avvicinando le feste natalizie, avete rivalutato il vostro modo di essere altruisti quest’anno?


Grazie per aver letto tutto l’articolo, se ti è piaciuto condividilo, a presto!

Nella caverna dello stregone: cosa succede nello studio dello psicologo

Lo studio dello psicologo come la caverna di uno stregone?

Sembra un paragone azzardatissimo, lo so, ma per molte persone lo studio di uno psicologo è un luogo sconosciuto in cui convergono fantasia e realtà, coesistendo allo stesso momento: una specie di scatola del gatto di Schrodinger.

Psicologo o stregone? Professionista oppure mago? Anche questo gattone sembra abbastanza confuso …

Dopotutto non è colpa loro; ci sono vari fattori che influenzano la percezione dello psicologo e del suo mestiere, alcuni di tipo sociale ed altri di tipo personale (ad esempio le aspettative verso la terapia).

Quindi, per iniziare a leggere questo articolo col piede giusto, vi invito a flettere i muscoli della vostra immaginazione e di seguirmi attraverso il viaggio immaginativo che sto per proporvi.

Ok, cominciamo: immaginate di catapultarvi per un secondo nella giungla Africana.

Siete di fronte all’ingresso di una vasta caverna coperta dalla vegetazione, dal cui interno provengono solamente alcune luci fioche.

La caverna dello stregone: siete pronti ad entrare?

Da questa informazione ipotizzate che sia abitata, che ci sia qualcuno dentro: non siete tanto convinti di voler entrare, ma vi fate forza mentalmente ripensando alle parole rassicuranti che vi ha detto una vostra vecchia conoscenza.

Vacci perché ne vale davvero la pena! È molto bravo, io sono rimasta colpita, adesso sto molto meglio.

Anche voi vorreste stare molto meglio rispetto a come state adesso, per cui avete seguito il consiglio della vostra amica e vi siete presentati di fronte alla caverna dello stregone.

Facendo un respiro profondo, varcate la soglia dell’entrata e subito l’oscurità vi circonda, per lasciare presto il posto al baluginio di qualche candela dopo una ventina di passi.

Sulle pareti notate simboli mistici, che sembrano così logori e sbiaditi che ipotizzate possano essere lì da decenni.

“Magari sono stati disegnati da qualche antenato!” pensate, mentre riuscite a distinguere qualche parola intellegibile tra un simbolo e l’altro; parole come “Freud”, “Jung”, “Bowlby” … “chi saranno mai stati questi tizi?” vi chiedete, poi con una scrollata di spalle andate avanti.

Seguite la scia delle candele poste a terra per arrivare, infine, al termine del corridoio di roccia.

In questa zona della grotta il misticismo assume forme ancora più nuove e magiche: ci sono tavoli addobbati con utensili di vario tipo, polveri, scodelle di legno da cui fuoriescono vapori e fumi di densità e colori diversi.

Campanelle tintittano dal soffitto, e riuscite a distinguere anche un paio di Acchiappasogni che ondeggiano ritmicamente.

Dopo aver dato un’occhiata generale al luogo in cui vi trovate, il vostro sguardo si focalizza al centro della stanza, dove riuscite a distinguere due sedie in legno poste una di fronte all’altra.

Su una di esse, siede lo stregone.

“Per essere uno stregone è vestito bene!”, pensate, mentre osservate la camicia a righe ben abbottonata ed i pantaloni ben stirati che indossa.

Se doveste giudicare dal suo aspetto professionale, vi verrebbe quasi voglia di pensare che quella del misticismo è tutta una farsa, che è tutto un bell’addobbo fantastico che è lì solo per fare scena.

Che, in fin dei conti, quello dello stregone è un lavoro come un altro e che anche loro devono apparire professionali, che abbiano presunti poteri magici oppure no.

Mentre ascoltate la parte più razionale di voi, vi rendete conto che c’è un’altra parte, quella che era spaventata poco prima di varcare la soglia della caverna, che sembra proprio aggrappata alla fantasia che quello è uno stregone bravissimo che grazie alle sue arti arcane ed ai suoi decotti mistici riuscirà a guarirvi da ogni male e da ogni sofferenza.

Quello che voi dovrete fare, pensate, sarà solo ascoltare i suoi consigli e seguire le pratiche magiche che vi indicherà: poi, sicuramente, starete meglio.

In generale gli psicologi non sono dipinti di verde, ma l’immagine rendeva abbastanza l’idea.

Mentre formulate questi pensieri, soffermate lo sguardo sul suo viso e vi stupite della presenza di un grosso mascherone Africano.

C’era già prima o è la vostra immaginazione? Stona abbastanza con il resto del vestiario … prima che possiate trovare una risposta a questa domanda, sentite una voce gentile provenire da dietro il mascherone.

“Prego, si accomodi!”.

E la seduta comincia.

Che cosa succede nello studio dello psicologo?

Ok, usciamo dalla fantasia e torniamo alla realtà: perché ho utilizzato questa storiella sullo stregone per descrivere ciò che NON avviene nello studio di uno psicologo?

Beh, innanzitutto perché è divertente e, come un buon Analista Transazionale che si rispetti, so che curare il proprio Bambino Libero è importante (scriverò un articolo anche su questo, giuro).

Il secondo motivo è che, come dicevo all’inizio, le persone si approcciano allo studio di uno psicologo armati di fantasie, aspettative, conoscenze pregresse e dicerie che spesso non trovano spazio sul piano oggettivo di realtà.

Una delle più fantasie più comuni è che lo psicologo sia un dispensatore di consigli e di soluzioni: inserisci la monetina e questo baldanzoso laureato ti darà la soluzione che ti aspettavi.

Un pò come uno stregone che, grazie alle sue doti alchemiche, prepara la pozione che risolverà il problema del paziente garantendone la guarigione.

Sembra un’esagerazione ma su un piano profondo alcuni pazienti si approcciano così alla terapia, del tipo: “dottore io sono malato, lei mi deve guarire“.

Se usciamo dal racconto fantastico che diciamo a noi stessi, così come siamo usciti dalla simpatica storiella ambientata in Africa, e approdiamo sul piano di realtà, ci rendiamo conto che quello tra psicologo e paziente è un rapporto paritario di responsabilità.

Eric Berne parlava di Okness: io sono Ok, tu sei Ok, entrambi abbiamo lo stesso valore e dignità in quanto esseri umani.

Lo psicologo non ha poteri mistici: ha la sua professionalità; il suo rispetto per l’etica e la deontologia; ha la sua conoscenza maturata in tanti anni di studio e la sua esperienza sul campo.

Questo è tutto ciò che mette sul tavolo delle relazione terapeutica: in un ipotetico gioco di carte tra psicologo e paziente, questa è la mano che ha lo psicologo.

Ed il paziente invece? Su che carte può contare?

Il paziente mette in gioco la sua motivazione al cambiamento; le sue energie fisiche, mentali ed economiche; la sua storia personale, perché è proprio importante che sia il paziente a decidere su cosa vuole lavorare ad ogni seduta (sempre nell’ottica di raggiungere un obiettivo prefissato assieme).

Quindi, piuttosto che avvicinarsi alla porta dello studio e mettere mano al portafogli per tirare fuori la monetina da scambiare per il consiglio, credo che sia proprio utile chiedere a se stessi:

Di cosa voglio prendermi cura oggi?

In questo modo si può abbandonare la fantasia della cura miracolosa e rendersi protagonisti attivi di un percorso di cambiamento che, guardate un pò, potrebbe costare anche fatica e sudore.

Ma alla fine, sapete che soddisfazione!

Sì ok, tutto molto interessante, ma praticamente che cosa succede nello studio dello psicologo?

Se vi state facendo questa domanda, ecco la risposta: innanzitutto ci si saluta cordialmente.

Uno degli elementi più importanti per un lavoro terapeutico proficuo è l’alleanza tra psicologo e paziente, e l’alleanza passa attraverso la gentilezza, l’empatia, il calore umano.

Nello studio dello psicologo ci si allea per raggiungere un obiettivo comune, assieme.

Come esseri umani, ci ammaliamo nelle relazioni e guariamo nelle relazioni: per questo è così importante rendere l’ambiente della terapia un luogo protetto scevro da giudizi critici.

In secondo luogo, ci si presenta.

È la base dell’interazione umana: d’altronde, come fate a fidarvi di una persona che non conoscete?

Perciò, una delle cose più comuni che fa lo psicologo è dire chi è, di cosa si occupa, dove lavora: le informazioni che si danno al paziente variano in base alla propria personalità, c’è chi si racconta di più e chi si racconta di meno.

Quello che è importante tenere a mente è che la relazione terapeutica non è una relazione d’amicizia, perciò non la considerate come tale.

Ci sarà una vicinanza emotiva importante, ma ci sarà anche la giusta distanza per cogliersi come individui separati ed accomunati da uno scopo comune: raggiungere il cambiamento desiderato dal paziente.

In terzo luogo (ma non è detto che sia per forza questo l’ordine), lo psicologo vi delineerà le regole del setting, perché anche le regole sono importanti per il processo terapeutico.

Le regole rappresentano il primo accordo che ci sarà tra voi e lo psicologo; saranno la cornice attraverso cui si muoverà la terapia, gli argini del fiume in cui navigherà la vostra barca.

Le regole riguardano tanti aspetti del lavoro terapeutico: orario, frequenza, pagamento, disponibilità telefonica e così via.

È a questo punto che firmerete i fogli legati alla privacy: non vi preoccupate, non si tratta di contratti diabolici Faustiani, ma di misure protettive che hanno come obiettivo quello di tutelare sia voi che il professionista.

Infine, lo psicologo comincerà a farvi delle domande rispetto al motivo per cui vi siete rivolti a lui/lei: questo era facile aspettarselo, no?

Da qui inizia il processo di definizione del problema tra voi e lo psicologo, a cui seguirà la contrattazione di un obiettivo di lavoro comune.

Ci possono essere variazioni sulla procedura in base al tipo di formazione del professionista, ma in generale questo è ciò che accade nel primissimo incontro nello studio di uno psicologo.

Niente di particolarmente magico, giusto?

Ed è meglio che sia così: reale e concreto, piuttosto che mistico e misterioso.

C’è un “discorso” che Lorna Smith Benjamin, rinomata psicoterapeuta americana che ha ideato il modello della Terapia Ricostruttiva Interpersonale, usa spesso fare ai suoi pazienti quando deve descrivere il processo terapeutico.

Mi piace molto la concretezza di queste parole, che vi riporto testualmente di seguito:

La Terapia Ricostruttiva Interpersonale inizia con l’apprendere a riconoscere i propri modi di fare, da dove provengono e a che cosa servono. Una volta visto ciò con chiarezza, si può decidere se cambiare o no. Infine, si può iniziare a lavorare per imparare nuovi e migliori modi di fare.

Dopo aver detto queste parole, la Benjamin spesso aggiunge: “è tutto qui“.

Eh sì, è proprio tutto qui, senza nessuna magia.

“I matti capitano sempre a me!”: i giochi psicologici come modalità relazionali ripetitive

“I matti capitano sempre a me!” (cit.)

Per questo articolo ho voluto scegliere un titolo provocatorio che riprendesse una frase comune che sento dire spesso dai pazienti e da alcune persone che ho incontrato nella mia vita quotidiana.

Sicuramente è capitato anche a voi di ascoltare un amico o un’amica che si lamentasse dopo una storia d’amore finita male.

Poteva trattarsi di amore oppure di un’amicizia; in generale si tratta di rapporti interpersonali verso cui l’amico in questione ha investito tempo, energie ed affettività.

Mi immagino la scena: siete davanti ad un caffè oppure ad una birra e state ascoltando attentamente il racconto del vostro amico.

Chissà quante discorsi simili a questo si sono svolti davanti ad un caffè: se le tazzine potessero parlare …

Vi ha chiesto lui un momento per parlare e, da bravi amici quali siete, glielo avete concesso.

Quello di cui vi rendete conto sin da subito è che il racconto che vi sta narrando sembra una storia già sentita: infatti, il vostro amico ha già avuto rapporti di questo tipo e sono finiti tutti allo stesso modo.

Ad un certo punto pronuncia la frase con cui ho iniziato a scrivere questo articolo: “I matti capitano sempre a me!” oppure, se è diretta al gentil sesso: “Le matte capitano sempre a me!“, magari detta con un tono lamentoso, o scherzoso, oppure arrabbiato.

Quest’ultima frase conferma definitivamente l’impressione che vi eravate fatti, ovvero che il vostro caro amico non ha poi tutti i torti: questa è l’ennesima volta che vi racconta la stessa storia! Cambiano le persone coinvolte ma la vicenda si svolge sempre allo stesso modo.

Beh, magari non avete una laurea in Psicologia ma il vostro sesto senso vi avverte dell’esistenza di un pattern relazionale ripetitivo a cui il vostro caro amico sembra davvero molto affezionato, tanto che lo ripete con più persone in momenti diversi della sua vita.

Con questo articolo, oggi, voglio aiutarvi a mettere i puntini sulle “i” e a dare un nome a questo genere di processi interpersonali: si tratta dei giochi psicologici.

Che cos’è un gioco psicologico? Una breve definizione

Il termine “gioco psicologico” è stato definito per primo da Eric Berne, il fondatore del metodo di psicoterapia dell’Analisi Transazionale.

Su questo sito abbiamo incontrato il buon Eric già diverse volte in alcuni articoli, ad esempio quando ho parlato di responsabilità personale nelle relazioni oppure di fame di riconoscimento da parte degli altri.

Secondo l’autore, il gioco psicologico è una serie progressiva di transazioni interpersonali che avvengono tra due o più persone e che avranno un esito ben definito e prevedibile.

Ciò significa che il gioco psicologico è facilmente riconoscibile: si svolge sempre allo stesso modo e termina sempre allo stesso modo.

Il vostro sesto senso (o dovrei dire senso di ragno?) si è nuovamente attivato ripensando al racconto del vostro amico/amica? Fate bene ad ascoltarlo, perché la ripetitività è un elemento importante per riconoscere un gioco.

Il senso di ragno di Spiderman lo avverte dei pericoli: allora, per coerenza, dovrebbe attivarsi anche prima dell’inizio di un gioco psicologico.

Non è finita qui: il gioco psicologico è tale perché nasconde una motivazione nascosta.

Si parla di motivazione “nascosta” perché i giochi vengono giocati al limite della consapevolezza: spesso non abbiamo coscienza che stiamo giocando con il nostro interlocutore, così come non abbiamo la consapevolezza profonda del perché lo stiamo facendo (questo è un lavoro per la psicoterapia!).

La motivazione nascosta nel gioco è connessa al tipo di gioco giocato: ce sono molti ed ognuno è differente per i ruoli, per lo svolgimento e per il tornaconto finale.

Tuttavia, è possibile spiegare le motivazioni nascoste nei giochi citando le motivazioni principali per cui le persone giocano, che sono:

  1. Ottenere riconoscimento affettivo da parte degli altri, anche se è di tipo negativo;
  2. Confermare nuovamente le proprie modalità di relazione con gli altri, dimostrando a se stessi che le convinzioni personali che si hanno verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo sono proprio giuste e non andrebbero cambiate.

Credo che sia ora di introdurre la formula G di Eric Berne e di fare un esempio pratico, in modo da ricondurre la teoria alla realtà della vita quotidiana.

La Formula G: qual è la struttura di un gioco?

Eric Berne ideò una formula che potesse descrivere lo svolgimento di un gioco e che ne individuasse la struttura di base.

La formula è la seguente:

Gancio + Anello = Risposta –> Scambio –> Confusione –> Tornaconto

Giuro che questa formula è ben più semplice di quella che si vede in questa immagine: vediamo di spiegarla!

Inizio la spiegazione della formula partendo dai primi due “numeri” che vedete a sinistra: il Gancio e l’Anello.

Cosa succede di solito se provate a mettere un anello di ferro sopra ad un gancio? Si incastrano a vicenda!

Quest’esperienza comune che vi sarà sicuramente capitata se, almeno una volta nella vita, avete vissuto la sfortuna di avere la macchina guasta e di farvi trainare da un carro-attrezzi spiega abbastanza bene come inizia un gioco.

Infatti, allo stesso modo, le persone iniziano alcune scambi relazionali con gli altri proponendo un Gancio, che funge da stimolo per il proprio interlocutore.

Il Gancio è una frase, un gesto, un qualsiasi stimolo interpersonale che invita l’altra persona ad iniziare il gioco.

Ciò significa che il gioco può iniziare solamente se il proprio interlocutore accetta il gioco: per farlo, è necessario che il primo giocatore conti su una “debolezza” dell’altro che può sfruttare a suo vantaggio, che viene definita Anello.

Faccio un esempio pratico: immaginiamo che io sia una persona lamentosa che senta il bisogno compulsivo di farsi aiutare dagli altri.

Non credo in me stesso e nelle mie risorse e vivo la mia vita cercando dei salvatori che possano aiutarmi a fare quello che io credo di non riuscire a fare (anche se sotto sotto le risorse ce le ho, ma quella è un’altra storia … di cui si può parlare a terapia!).

Alla luce di questa premessa, è molto probabile che io viva numerose relazioni in cui cerco di essere aiutato dagli altri: per questo, il mio Gancio è spesso una richiesta di aiuto con relativo senso di impotenza da parte mia.

Ecco, ora immaginate questo: cosa succederebbe se incontrassi una persona che si prodiga sempre per gli altri, che vive la sua vita da crocerossina, che non riesce proprio a dire di no a chi ne ha più bisogno?

Scommetto che stiamo pensando la stessa cosa: se incontrassi una persona del genere sarebbe per me una cosa bellissima, una vera salvezza!

Per questo motivo l’Anello, in questo esempio, è rappresentato dalla “debolezza” dell’altro, che è quella di prendersi cura degli altri senza dire mai di no, magari mettendo da parte anche se stessa pur di compiacere chi ha bisogno.

Quindi: io chiedo aiuto, l’altro risponde aiutandomi … il gioco è iniziato!

Aiutarsi a vicenda e sostituirsi all’altro sono due modi molto diversi di prestare aiuto: il primo valorizza la parità di valore tra due persone, il secondo no.

Tornando alla nostra formula, la terza variabile che incontriamo è quella della Risposta, che equivale alla serie di transazioni che costituiscono il gioco in sé.

Sempre nel nostro esempio, la serie di Risposte che otterremo sarà una certo numero di richieste di aiuto da parte mia ed i relativi tentativi di salvataggio da parte della mia crocerossina preferita.

Ad un certo punto, però, accade il fattaccio: siamo arrivati allo Scambio! Ed è qui che le cose si fanno interessanti (come se non lo fossero già).

Infatti, come dicevo all’inizio del nostro esempio, io vivo la mia vita da vittima e cerco esplicitamente aiuto, ma inconsciamente non voglio essere aiutato perché credo fermamente di non essere importante e che, in fine dei conti, degli altri non ci si può fidare.

Quindi cosa faccio? Chiedo continuamente aiuto ma svaluto i tentativi di salvataggio che ricevo, arrivando addirittura a dire all’altro giocatore: “Sai che c’è? Tutti i tuoi consigli non servono a nulla perché li ho provati e non funzionano, per cui il tuo aiuto è stato inutile!” oppure “Tu mi aiuti tanto ma alla fine le cose non vanno mai per il verso giusto, quindi non mi servi più, non sei la persona giusta” e così via.

Il ruolo che ho giocato è stato quello della pecorella smarrita, ma sotto la mia finta pelliccia morbidosa ero un lupo pronto ad azzannare l’altro ed a riconfermare a me stesso che degli altri non ci si può fidare.

E l’altro giocatore cosa fa? Beh, era partito da una posizione da crocerossina salvatrice e si ritrova attaccato e con le spalle al muro, quindi i ruoli si sono invertiti: ora lui/lei è la vittima, ed io sono un persecutore.

Tenera foto di una pecorella smarrita.

Questo è il momento dello Scambio, a cui segue il momento della Confusione perché ognuno di noi due non sa cosa è successo a livello profondo nella relazione, ma sa che sta provando forti sensazioni sgradevoli connesse a sé ed all’altro.

Quindi arriviamo alla fine del nostro gioco: il Tornaconto.

Cosa hanno ottenuto i nostri giocatori alla fine della fiera?

Un bel sacchetto di stati d’animo negativi e la ri-conferma delle proprie credenze negative su sé, sul mondo e sugli altri.

“I matti capitano sempre a me”… e se fossi tu a cercarteli?

Cominciamo a riprenderci le nostre responsabilità: se ti capita spesso di lamentarti che “i matti capitano sempre a me” prova a chiederti cosa fai per attirarli nella tua vita!

Ognuno di noi si muove nel mondo con una bella maglietta invisibile addosso, con su scritti degli slogan del tipo: “Io ti salverò”, oppure “io ho bisogno di essere salvato”, oppure “guai a te se ti avvicini” e così via.

Queste magliette rappresentano i giochi psicologici che ci piace giocare con gli altri ed i ruoli che ricopriamo di solito.

Per smettere di vivere queste relazioni ripetitive che portano solamente a stati d’animo negativi bisogna fare un primo importante passo: mettersi gli occhiali della consapevolezza e riconoscere la maglietta che si porta addosso.

Solo nel momento in cui siamo consapevoli di noi stessi, di chi siamo, di qual è la nostra storia relazionale possiamo ri-decidere di avere un futuro relazionale diverso dal nostro passato.

Se questo non accade potremmo essere condannati a ripetere sempre le stesse cose, sempre le stesse relazioni, arrivando sempre al punto di essere con un amico davanti ad un caffè, ad una birra ed esclamare: “I matti capitano sempre a me!“.

Chiudere una relazione: un’occasione di crescita per entrambi i partner

Esistono fasi nella vita che sono davvero difficili da gestire ed il momento di chiudere una relazione è uno di questi.

A decidere di chiudere la relazione può essere lui o può essere lei: in fin dei conti non è così importante.

Quello che entrambi gli ex-partner vivranno sarà una fase caratterizzata da profondi cambiamenti psicologici che hanno molto a che fare con l’elaborazione di un lutto.

La fine di una relazione è sempre un momento doloroso: siamo animali sociali e siamo progettati per stabilire legami di attaccamento con altri esseri umani.

Basti pensare ai legami di attaccamento che si stabiliscono durante l’infanzia: se il bambino non riceve abbastanza riconoscimento da parte delle madre e dal padre, la sua sopravvivenza è messa a repentaglio.

Mettendo un attimo da parte il tema del riconoscimento reciproco di cui ho già parlato in un precedente articolo, la fine di una relazione amorosa corrisponde all’interruzione di questo legame di attaccamento.

Il proprio partner è ancora vivo e vegeto, non è decisamente venuto a mancare come accade nei lutti veri e propri, ma il rapporto cambia talmente tanto per cui è necessario rimboccarsi le maniche ed elaborare psicologicamente questa separazione.

Cosa si intende per elaborare psicologicamente la separazione?

Separarsi e chiudere una relazione, soprattutto se è durata tanti anni, significa affrontare una ridefinizione di sé stessi e della propria identità.

Stare per tanti anni assieme porta i due partner a costruire un universo comune fatto di familiari, amici e contesti.

In questo senso, chiudere una relazione implica rivalutare il suddetto universo comune alla luce del fatto che non si è più assieme.

Allo stesso tempo i singoli partner rivedono la propria concezione di sé, che passa dall’essere una persona in una relazione amorosa all’essere single, con tutti i cambiamenti legati a questa transizione.

Quali sono i consigli per affrontare una separazione al meglio?

Personalmente credo che non esista una Bibbia dei buoni precetti per affrontare una separazione, in quanto ogni persona è diversa e così ogni coppia.

Ognuno di noi affronta la separazione ed il lutto connesso ad essa in modo differente, tuttavia esistono dei principi generali che credo possano essere utili.

Innanzitutto, sono un fermo sostenitore del chiedere aiuto ad un professionista del benessere mentale quando si sta affrontando un periodo difficile e si crede di non riuscire a farcela da soli (per forza, faccio lo psicologo!).

Bias cognitivi a parte, chiedere aiuto ad uno psicologo è un atto di amore verso sé stessi perché, invece che farsi solo/a ed affrontare il dolore da solo/a, il partner può farsi aiutare nell’elaborazione e nella ricostruzione della propria identità.

Un altro consiglio ha a che fare con il contatto con le proprie emozioni.

In questi momenti così difficili può venire naturale il pensiero di distrarsi continuamente e di “non pensare” e di “non sentire”, ma a lungo andare questo atteggiamento può ostacolare l’elaborazione della separazione.

Per questo motivo è importante stare a contatto con la propria tristezza, la propria rabbia, la propria paura ed al tempo stesso coltivare occasioni di svago e di ricostruzione positiva della propria vita che portano gioia.

In questo senso chiudere una relazione rappresenta un’altalena tra passato e futuro, tra ciò che si è perso e non c’è più ma che rimane nella memoria; e ciò che invece ci sarà, e che è possibile costruire sin da oggi.

Alla luce di quanto detto l’atto di chiudere una relazione può essere un momento di crescita per entrambi i partner, proprio per via della ridefinizione di sé che è connessa a questo evento.

È proprio nei momenti di difficoltà che diventa imperativo attivare le proprie risorse e chissà, magari si potrebbe scoprire di avere risorse nascoste di cui si era inconsapevoli.

Al tempo stesso è possibile crearsene di nuove, e viversi situazioni e contesti nuovi che prima si ritenevano impossibili.

Vorrei chiudere questo articolo con una frase proveniente da una canzone dei Kamelot che ho sempre adorato e che parla proprio di periodi di difficoltà come questi, sottolineandone la transizione dal dolore alla speranza.

La strofa recita così:

“What does the winter bring, if not yet another spring?”

Che tradotta in italiano suona in questo modo:

“Che cosa porta l’inverno, se non un’altra primavera?”

chiudere una relazione crescita partner separazione 2

Psicologia del viaggio: la partenza come modo per scoprire se stessi

L’estate è iniziata ed è ormai tempo di vacanze.

Se stai cominciando a pensare a come organizzare le tue ferie, se andare in mare o montagna, se partire con il partner oppure con gli amici e le amiche, sai a cosa mi riferisco!

In mezzo a tutte le opzioni che ci offre il sistema turistico odierno oggi voglio proporti un nuovo tipo di vacanza.

In realtà scommetto che non è poi così nuova: ognuno di noi ha pensato ad un viaggio del tipo che ti sto per proporre, almeno una volta nella vita.

Mi sto riferendo a quel tipo di viaggio che cattura ed ammalia la parte più avventurosa che c’è in ognuno di noi, quella parte che accarezza l’idea della partenza con occhi sognanti ma che viene liquidata con un semplice: “Sarebbe bello fare un viaggio del genere, ma … *inserire una qualsiasi scusa o giustificazione in questo spazio*”.

Prova a porti questa domanda: hai mai pensato ad un viaggio o ad una vacanza che ti porterebbe al di fuori della tua comfort zone?

Pensaci un attimo, scommetto che qualcosa ti sta sicuramente venendo in mente.

Per alcune persone si tratta di partire da soli e provare l’esperienza di un viaggio in cui poter stare ad intimo contatto con loro stessi.

Per alcuni si tratta di andare a visitare un paese straniero molto lontano dal proprio, con usi e costumi che affascinano proprio in virtù della loro diversità.

Per altre persone potrebbe trattarsi di avventurarsi in un viaggio on the road, equipaggiati con la propria automobile o motocicletta e percorrere un tragitto fatto di tappe continue in molti luoghi diversi.

La scelta di un viaggio che possa portarti al di fuori della tua comfort zone è molto personale perchè ognuno di noi è diverso e si sente comodo o scomodo in esperienze differenti.

Se non hai mai pensato ad una vacanza del genere, prova a soffermartici ora ponendoti la seguente domanda: quale tipo di viaggio ti piacerebbe fare che ti stimolerebbe ad uscire dalla tua zona di conforto ed a metterti alla prova?

Non pensare che viaggi del genere siano solamente per persone avventurose o che conducono uno stile di vita con pochi impegni e molto tempo libero.

Sicuramente c’è qualcosa che potresti fare nel tuo piccolo che potrebbe sfidarti a mettere in gioco le tue risorse, fosse anche solo per un weekend o per un viaggio a poche centinaia di Km da casa.

Ovviamente, come per ogni cosa a questo mondo, c’è bisogno della giusta motivazione, quindi mi sembra importante darti 3 motivazioni fondamentali per cui potresti lasciarti convincere dal tuo Io avventuroso e sperimentarti in un viaggio di questo tipo.

Andiamo a vederle assieme.

1° motivazione – Viaggiare è un modo per venire incontro ai tuoi sogni nel cassetto

Come dicevo all’inizio molte persone accarezzano l’idea di fare un viaggio avventuroso che li faccia uscire dalla propria comfort zone, ma poi non si cimentano mai nell’impresa per tutta una serie di motivi.

Quello che succede è che gli anni passano e quella potenziale esperienza di crescita rimane lì nel cassetto a prendere polvere, in attesa del momento perfetto.

In realtà non esiste un momento perfetto: esiste solamente la voglia di mettersi in gioco, che va di pari passo con la capacità di negoziare la voglia di fare un viaggio di questo tipo con gli altri impegni della vita quotidiana.

2° motivazione – Viaggiare significa scoprirsi in nuove qualità e mettersi alla prova

Badare a se stessi in situazioni sfidanti è un ottimo modo per scoprire nuove qualità e rafforzare quelle già esistenti.

Uscire dalla propria comfort zone è un’attività che stimola il pensiero creativo e le capacità di problem solving, che sono due qualità utilissime in qualsiasi contesto.

E poi vuoi mettere con la soddisfazione di tornare a casa ed avere qualcosa di avventuroso da raccontare alle proprie persone importanti?

È una soddisfazione impagabile!

3° motivazione – Viaggiare significa provare nuove esperienze che non sono possibili con altri tipi di vacanza

Sicuramente stare una settimana al mare sotto all’ombrellone è un ottimo modo per rilassarsi e lasciar andare lo stress, però ricordati che un bagaglio che non puoi mai lasciare a casa sei proprio tu!

Quello che intendo è che a volte “staccare” del tutto è difficile perchè tendiamo a portarci i problemi e le preoccupazioni con noi, anche quando siamo in vacanza.

Se vivi una vita quotidiana fatta di ansie continue e di preoccupazioni è molto improbabile che non te le porterai dietro anche sotto l’ombrellone.

Perciò perchè non sfruttare il momento della vacanza per fare un’esperienza di crescita personale? Perchè non metterti alla prova con il viaggio che hai sempre sognato di fare ma che non ti sei mai concesso?

Magari potrebbe essere proprio un’esperienza di questo tipo a dimostrarti che sei più capace di quello che credi.

Spero che questo articolo ti abbia dato qualche spunto in più rispetto alla psicologia che c’è dietro alla scelta di un viaggio e di come potrebbe rappresentare un’occasione per crescere e maturare in alcuni ambiti della tua vita.

Alla luce di quanto detto ti pongo la domanda: tu come passerai le vacanze? 😉

Impara a comunicare: come dare un feedback efficace

In questo articolo ti spiegherò quali sono le linee guida per dare un feedback efficace.

Imparare a dare feedback efficaci è un’abilità indispensabile sul posto di lavoro, soprattutto se svolgi una mansione che presuppone il lavoro in team con altre persone.

Spesso i feedback vengono confusi per critiche dirette verso il proprio operato: in realtà un feedback che viene letto come una critica potrebbe essere stato formulato nel modo sbagliato, e quindi venire recepito come un attacco contro la persona verso cui era diretto.

Imparare a dare feedback efficaci è uno degli aspetti della comunicazione che andrebbero curati ed allenati di più se vuoi essere più performante nei lavori di gruppo.

Questo articolo ti spiegherà come fare: prima di tutto, iniziamo dalla definizione di cos’è un feedback.

Che cos’è un feedback?

Il feedback è un messaggio che viene utilizzato da una persona per comunicare all’altra informazioni su come è stato percepito e sperimentato un dato comportamento.

Il feedback fa parte della comunicazione regolativa.

Come dice il nome, essa serve a verificare la reciproca comprensione dei messaggi ed il procedere dell’interazione sociale al fine di modulare il proprio agire interpersonale.

In poche parole il feedback è fondamentale per regolare le interazioni sociali che abbiamo con gli altri: il feedback è utilissimo per far sapere all’altro come hai recepito un suo comportamento, in modo che entrambi possiate regolare la vostra interazione di conseguenza.

Facciamo un esempio banale: torna con la memoria ad un episodio in cui una persona per te importante ti ha offeso in qualche modo, magari involontariamente.

Quale è stata la tua reazione in quel caso?

In una situazione di questo tipo ricordati che dare un feedback efficace all’altro sul suo comportamento è un modo maturo e costruttivo per regolare la vostra interazione: se fai sapere all’altro come ti sei sentito rispetto al suo comportamento, vedrai che l’altro potrà regolarsi di conseguenza per evitare situazioni simili in futuro.

Quali sono le caratteristiche di un feedback efficace?

Le caratteristiche di un buon feedback sono le seguenti:

  1. Un feedback efficace è espresso in modo non giudicante verso l’altro;
  2. Un feedback efficace riporta i fatti così come sono accaduti utilizzando la comunicazione descrittiva, che è priva di valutazioni personali;
  3. Un feedback efficace presuppone che tu prenda responsabilità personale per le tue reazioni;
  4. Un feedback efficace viene comunicato subito o comunque in prossimità rispetto all’evento scatenante: non aspettare troppo tempo!
  5. Un feedback efficace formula gli appelli sotto forma di desideri (“la prossima volta vorrei che tu facessi questo …”).

In sintesi il feedback è un messaggio non giudicante, che descrive per filo e per segno cosa è successo durante l’interazione, in cui ti prendi responsabilità per il modo in cui hai reagito ed in cui fai un appello all’altro sotto forma di desiderio.

Il “panino imbottito”: un esempio pratico di feedback efficace

Se vuoi imparare a dare feedback efficaci sul posto di lavoro o nelle tue interazioni sociali con gli altri ricordati la regola del panino imbottito.

Un buon panino è composto da:

  1. Una fetta di pane;
  2. Il ripieno;
  3. Un’altra fetta di pane.

Utilizza la struttura appena esposta per comporre i tuoi feedback efficaci, che saranno quindi strutturati in questo modo:

  1. Un elemento positivo che hai riscontrato nel comportamento dell’altro;
  2. Un limite su cui credi che l’altro possa crescere e migliorare;
  3. Un altro elemento positivo.

In questo modo è molto più probabile che l’altro accetti il tuo feedback e che ragioni su di esso per migliorare il suo comportamento.

Prova ad utilizzare questa struttura per dare i tuoi feedback e fammi sapere come va!

Allena la tua mente ad essere produttiva o rilassata in luoghi e posti specifici!

Qualche mese fa ho scritto un articolo dedicato agli studenti in cui ho esposto come creare un proprio spazio di concentrazione che aumentasse la produttività nello studio.

Oggi voglio riprendere il tema della connessione tra stato mentale e luogo in cui ci troviamo per espandarlo ulteriormente e generalizzarlo.

Lo scopo di questo articolo è quello di esporti come è possibile associare un determinato stato mentale, che può essere di concentrazione, di rilassamento o così via, ad uno specifico luogo fisico.

Innanzitutto, perchè una conoscenza del genere potrebbe esserti utile?

Nella vita di tutti i giorni ci ritroviamo ad attraversare un sacco di situazioni che sono caratterizzate da luoghi e posti diversi.

C’è il posto di lavoro, ci sono i posti in cui ci ritroviamo con gli amici, c’è la palestra per chi è amante dello sport, c’è la nostra casa: questi sono tutti luoghi fisici a cui normalmente associamo degli stati mentali che sono probabilmente l’uno diverso dall’altro.

Quando andiamo a lavoro abbiamo bisogno di essere concentrati e produttivi.

Quando siamo in palestra vogliamo concentrare tutte le nostre energie mentali e fisiche per sollevare uno specifico carico oppure per compiere un gesto atletico particolarmente difficile.

Quando siamo a casa vogliamo riposarci e rilassarci, abbandonando tutto lo stress accumulato durante la giornata per fare spazio al rilassamento.

Ogni luogo è collegato ad uno specifico obiettivo che vogliamo raggiungere, ma non è detto che questo avvenga.

Se vogliamo aumentare le probabilità di raggiungere il nostro obiettivo, è necessario che la connessione tra lo stato mentale desiderato ed il luogo in cui stiamo per entrare sia rafforzata il più possibile.

Come avviene questa connessione tra stato mentale e luogo fisico?

Il processo di creazione di una relazione tra uno stato mentale specifico ed un luogo fisico avviene per ripetizione, attraverso la creazione di un’abitudine comportamentale.

Più tecnicamente si tratta di condizionamento: due variabili vengono associate tra di loro, vengono condizionate, in modo che ogni volta che c’è uno stimolo A ci sarà una risposta condizionata B.

Per chi volesse approfondire l’argomento metto questo link che rimanda agli studi storici condotti da Pavlov sul condizionamento.

Come puoi fare per rafforzare questa connessione?

Qui di seguito ti espongo tre consigli utili che potrai utilizzare per potenziare la connessione tra luogo fisico e lo stato mentale che vuoi raggiungere.

1° consiglio: Scegli un luogo che sia adatto allo stato mentale che vuoi sollecitare

A volte non possiamo scegliere il luogo in cui vogliamo essere produttivi e concentrati: ad esempio, se ti trovi sul posto di lavoro il luogo fisico è stato scelto per te e se possiede delle caratteristiche distraenti e/o poco efficaci per rimanere concentrato purtroppo ti dovrai adattare.

Tuttavia, in ogni situazione è possibile avere una certa dose di controllo, per cui ti invito a:

  1. Se si tratta di un luogo che è stato scelto per te, allora prova a modificare quelle variabili ambientali che secondo te potrebbero aiutarti ad essere più produttivo, concentrato, rilassato eccetera;
  2. Se hai la possibilità di poter scegliere un luogo ex-novo, come ad esempio nel caso che tu sia uno studente che sta cercando un nuovo posto dove studiare ed essere produttivo al massimo verso lo studio, ti invito a cercarne uno che abbia le caratteristiche adatte per sollecitare lo stato mentale che vuoi raggiungere.

Per fare degli esempi pratici: se hai necessità di rilassarti e quindi vuoi trovare un luogo dove farlo, puoi decidere di modificare un luogo già esistente, ad esempio una camera di casa tua ed adibirla ad uno spazio di relax, oppure cercare qualche posto che in te evoca sensazioni di rilassamento, come una radura, un parco, una spiaggia e così via.

2° consiglio: Mantieni lo stato mentale desiderato per il tempo necessario, poi allontanati dal luogo designato

Questo consiglio ha a che fare con il principio sportivo della pratica perfetta: non è la pratica che rende perfetti, ma è la pratica perfetta che rende perfetti.

Che cosa significa?

Significa che per associare uno stato mentale ad uno stimolo come un luogo fisico è necessario fare un lavoro di associazione di qualità.

Per questo motivo ti invito a recarti nel luogo prescelto e a sollecitare lo stato mentale che vuoi raggiungere (di concentrazione, di produttività, di rilassamento), grazie anche all’aiuto delle caratteristiche del luogo che ti sei scelto grazie al primo consiglio.

Successivamente prova a rimanere in questo stato mentale per quanto tempo riesci a farlo mantenendo un buon grado di qualità: se vuoi rimanere concentrato, cerca di farlo sino a quando non senti che veramente non riesci più a concentrarti.

A quel punto ti invito ad andartene fisicamente dal luogo scelto.

Questo processo instaurerà una relazione tra lo stato mentale di qualità che hai evocato ed il luogo prescelto, in modo che quando ti recherai in quel luogo riuscirai a rimanere concentrato/rilassato/produttivo senza incorrere in distrazioni di alcun tipo.

Se non puoi andartene fisicamente dal luogo che hai scelto, come nel caso che si trattasse del posto di lavoro, prova a fare una pausa ed a fare altro, in modo da resettare lo stato mentale passando ad un altro per poi rievocarlo più avanti se ti servirà.

3° consiglio: allenati a farlo!

Per stabilire una connessione di questo tipo la ripetizione è importantissima, per cui allenati a fare questo genere di lavoro il più spesso possibile.

Vedrai che con il tempo riuscirai a sollecitare più facilmente lo stato mentale che ti interessa semplicemente recandoti nel luogo che hai scelto, con tutti i vantaggi che potrai cogliere da questa associazione!