“I matti capitano sempre a me!”: i giochi psicologici come modalità relazionali ripetitive

“I matti capitano sempre a me!” (cit.)

Per questo articolo ho voluto scegliere un titolo provocatorio che riprendesse una frase comune che sento dire spesso dai pazienti e da alcune persone che ho incontrato nella mia vita quotidiana.

Sicuramente è capitato anche a voi di ascoltare un amico o un’amica che si lamentasse dopo una storia d’amore finita male.

Poteva trattarsi di amore oppure di un’amicizia; in generale si tratta di rapporti interpersonali verso cui l’amico in questione ha investito tempo, energie ed affettività.

Mi immagino la scena: siete davanti ad un caffè oppure ad una birra e state ascoltando attentamente il racconto del vostro amico.

Chissà quante discorsi simili a questo si sono svolti davanti ad un caffè: se le tazzine potessero parlare …

Vi ha chiesto lui un momento per parlare e, da bravi amici quali siete, glielo avete concesso.

Quello di cui vi rendete conto sin da subito è che il racconto che vi sta narrando sembra una storia già sentita: infatti, il vostro amico ha già avuto rapporti di questo tipo e sono finiti tutti allo stesso modo.

Ad un certo punto pronuncia la frase con cui ho iniziato a scrivere questo articolo: “I matti capitano sempre a me!” oppure, se è diretta al gentil sesso: “Le matte capitano sempre a me!“, magari detta con un tono lamentoso, o scherzoso, oppure arrabbiato.

Quest’ultima frase conferma definitivamente l’impressione che vi eravate fatti, ovvero che il vostro caro amico non ha poi tutti i torti: questa è l’ennesima volta che vi racconta la stessa storia! Cambiano le persone coinvolte ma la vicenda si svolge sempre allo stesso modo.

Beh, magari non avete una laurea in Psicologia ma il vostro sesto senso vi avverte dell’esistenza di un pattern relazionale ripetitivo a cui il vostro caro amico sembra davvero molto affezionato, tanto che lo ripete con più persone in momenti diversi della sua vita.

Con questo articolo, oggi, voglio aiutarvi a mettere i puntini sulle “i” e a dare un nome a questo genere di processi interpersonali: si tratta dei giochi psicologici.

Che cos’è un gioco psicologico? Una breve definizione

Il termine “gioco psicologico” è stato definito per primo da Eric Berne, il fondatore del metodo di psicoterapia dell’Analisi Transazionale.

Su questo sito abbiamo incontrato il buon Eric già diverse volte in alcuni articoli, ad esempio quando ho parlato di responsabilità personale nelle relazioni oppure di fame di riconoscimento da parte degli altri.

Secondo l’autore, il gioco psicologico è una serie progressiva di transazioni interpersonali che avvengono tra due o più persone e che avranno un esito ben definito e prevedibile.

Ciò significa che il gioco psicologico è facilmente riconoscibile: si svolge sempre allo stesso modo e termina sempre allo stesso modo.

Il vostro sesto senso (o dovrei dire senso di ragno?) si è nuovamente attivato ripensando al racconto del vostro amico/amica? Fate bene ad ascoltarlo, perché la ripetitività è un elemento importante per riconoscere un gioco.

Il senso di ragno di Spiderman lo avverte dei pericoli: allora, per coerenza, dovrebbe attivarsi anche prima dell’inizio di un gioco psicologico.

Non è finita qui: il gioco psicologico è tale perché nasconde una motivazione nascosta.

Si parla di motivazione “nascosta” perché i giochi vengono giocati al limite della consapevolezza: spesso non abbiamo coscienza che stiamo giocando con il nostro interlocutore, così come non abbiamo la consapevolezza profonda del perché lo stiamo facendo (questo è un lavoro per la psicoterapia!).

La motivazione nascosta nel gioco è connessa al tipo di gioco giocato: ce sono molti ed ognuno è differente per i ruoli, per lo svolgimento e per il tornaconto finale.

Tuttavia, è possibile spiegare le motivazioni nascoste nei giochi citando le motivazioni principali per cui le persone giocano, che sono:

  1. Ottenere riconoscimento affettivo da parte degli altri, anche se è di tipo negativo;
  2. Confermare nuovamente le proprie modalità di relazione con gli altri, dimostrando a se stessi che le convinzioni personali che si hanno verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo sono proprio giuste e non andrebbero cambiate.

Credo che sia ora di introdurre la formula G di Eric Berne e di fare un esempio pratico, in modo da ricondurre la teoria alla realtà della vita quotidiana.

La Formula G: qual è la struttura di un gioco?

Eric Berne ideò una formula che potesse descrivere lo svolgimento di un gioco e che ne individuasse la struttura di base.

La formula è la seguente:

Gancio + Anello = Risposta –> Scambio –> Confusione –> Tornaconto

Giuro che questa formula è ben più semplice di quella che si vede in questa immagine: vediamo di spiegarla!

Inizio la spiegazione della formula partendo dai primi due “numeri” che vedete a sinistra: il Gancio e l’Anello.

Cosa succede di solito se provate a mettere un anello di ferro sopra ad un gancio? Si incastrano a vicenda!

Quest’esperienza comune che vi sarà sicuramente capitata se, almeno una volta nella vita, avete vissuto la sfortuna di avere la macchina guasta e di farvi trainare da un carro-attrezzi spiega abbastanza bene come inizia un gioco.

Infatti, allo stesso modo, le persone iniziano alcune scambi relazionali con gli altri proponendo un Gancio, che funge da stimolo per il proprio interlocutore.

Il Gancio è una frase, un gesto, un qualsiasi stimolo interpersonale che invita l’altra persona ad iniziare il gioco.

Ciò significa che il gioco può iniziare solamente se il proprio interlocutore accetta il gioco: per farlo, è necessario che il primo giocatore conti su una “debolezza” dell’altro che può sfruttare a suo vantaggio, che viene definita Anello.

Faccio un esempio pratico: immaginiamo che io sia una persona lamentosa che senta il bisogno compulsivo di farsi aiutare dagli altri.

Non credo in me stesso e nelle mie risorse e vivo la mia vita cercando dei salvatori che possano aiutarmi a fare quello che io credo di non riuscire a fare (anche se sotto sotto le risorse ce le ho, ma quella è un’altra storia … di cui si può parlare a terapia!).

Alla luce di questa premessa, è molto probabile che io viva numerose relazioni in cui cerco di essere aiutato dagli altri: per questo, il mio Gancio è spesso una richiesta di aiuto con relativo senso di impotenza da parte mia.

Ecco, ora immaginate questo: cosa succederebbe se incontrassi una persona che si prodiga sempre per gli altri, che vive la sua vita da crocerossina, che non riesce proprio a dire di no a chi ne ha più bisogno?

Scommetto che stiamo pensando la stessa cosa: se incontrassi una persona del genere sarebbe per me una cosa bellissima, una vera salvezza!

Per questo motivo l’Anello, in questo esempio, è rappresentato dalla “debolezza” dell’altro, che è quella di prendersi cura degli altri senza dire mai di no, magari mettendo da parte anche se stessa pur di compiacere chi ha bisogno.

Quindi: io chiedo aiuto, l’altro risponde aiutandomi … il gioco è iniziato!

Aiutarsi a vicenda e sostituirsi all’altro sono due modi molto diversi di prestare aiuto: il primo valorizza la parità di valore tra due persone, il secondo no.

Tornando alla nostra formula, la terza variabile che incontriamo è quella della Risposta, che equivale alla serie di transazioni che costituiscono il gioco in sé.

Sempre nel nostro esempio, la serie di Risposte che otterremo sarà una certo numero di richieste di aiuto da parte mia ed i relativi tentativi di salvataggio da parte della mia crocerossina preferita.

Ad un certo punto, però, accade il fattaccio: siamo arrivati allo Scambio! Ed è qui che le cose si fanno interessanti (come se non lo fossero già).

Infatti, come dicevo all’inizio del nostro esempio, io vivo la mia vita da vittima e cerco esplicitamente aiuto, ma inconsciamente non voglio essere aiutato perché credo fermamente di non essere importante e che, in fine dei conti, degli altri non ci si può fidare.

Quindi cosa faccio? Chiedo continuamente aiuto ma svaluto i tentativi di salvataggio che ricevo, arrivando addirittura a dire all’altro giocatore: “Sai che c’è? Tutti i tuoi consigli non servono a nulla perché li ho provati e non funzionano, per cui il tuo aiuto è stato inutile!” oppure “Tu mi aiuti tanto ma alla fine le cose non vanno mai per il verso giusto, quindi non mi servi più, non sei la persona giusta” e così via.

Il ruolo che ho giocato è stato quello della pecorella smarrita, ma sotto la mia finta pelliccia morbidosa ero un lupo pronto ad azzannare l’altro ed a riconfermare a me stesso che degli altri non ci si può fidare.

E l’altro giocatore cosa fa? Beh, era partito da una posizione da crocerossina salvatrice e si ritrova attaccato e con le spalle al muro, quindi i ruoli si sono invertiti: ora lui/lei è la vittima, ed io sono un persecutore.

Tenera foto di una pecorella smarrita.

Questo è il momento dello Scambio, a cui segue il momento della Confusione perché ognuno di noi due non sa cosa è successo a livello profondo nella relazione, ma sa che sta provando forti sensazioni sgradevoli connesse a sé ed all’altro.

Quindi arriviamo alla fine del nostro gioco: il Tornaconto.

Cosa hanno ottenuto i nostri giocatori alla fine della fiera?

Un bel sacchetto di stati d’animo negativi e la ri-conferma delle proprie credenze negative su sé, sul mondo e sugli altri.

“I matti capitano sempre a me”… e se fossi tu a cercarteli?

Cominciamo a riprenderci le nostre responsabilità: se ti capita spesso di lamentarti che “i matti capitano sempre a me” prova a chiederti cosa fai per attirarli nella tua vita!

Ognuno di noi si muove nel mondo con una bella maglietta invisibile addosso, con su scritti degli slogan del tipo: “Io ti salverò”, oppure “io ho bisogno di essere salvato”, oppure “guai a te se ti avvicini” e così via.

Queste magliette rappresentano i giochi psicologici che ci piace giocare con gli altri ed i ruoli che ricopriamo di solito.

Per smettere di vivere queste relazioni ripetitive che portano solamente a stati d’animo negativi bisogna fare un primo importante passo: mettersi gli occhiali della consapevolezza e riconoscere la maglietta che si porta addosso.

Solo nel momento in cui siamo consapevoli di noi stessi, di chi siamo, di qual è la nostra storia relazionale possiamo ri-decidere di avere un futuro relazionale diverso dal nostro passato.

Se questo non accade potremmo essere condannati a ripetere sempre le stesse cose, sempre le stesse relazioni, arrivando sempre al punto di essere con un amico davanti ad un caffè, ad una birra ed esclamare: “I matti capitano sempre a me!“.

“Sei tu che mi fai stare male”: il ruolo della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali

Con questo articolo voglio approfondire nuovamente il tema del benessere all’interno delle relazioni interpersonali.

Negli ultimi mesi ho scritto diversi articoli a riguardo, come l’articolo sul bisogno di riconoscimento ed approvazione da parte degli altri oppure l’articolo sulla fine di una relazione amorosa importante.

In questo caso voglio concentrarmi su un ulteriore argomento specifico: la responsabilità personale all’interno delle relazioni.

Può capire che, durante un litigio oppure una discussione, una delle due persone in relazione possa esprimere una frase simile a quella che ho scritto nel titolo.

“Mi fai così arrabbiare!”

“Non vedi che mi fai essere triste? Mi fai così male!”

“Mi hai spaventato così tanto!”

E così via per tante altre emozioni.

Cosa hanno in comune tutte queste frasi?

L’elemento comune ad ognuna di loro è che sono espresse nella formula: “tu mi fai sentire X“.

In psicologia questo tipo di messaggio viene chiamato messaggio Tu ed è un tipo di transazione interpersonale che conferisce all’altro la responsabilità del proprio sentire.

Il primo mito che è necessario sfatare quando si parla di responsabilità personale nelle relazioni interpersonali è che l’altro può obbligarci a sentire una determinata emozione.

In realtà non è così!

Certo, la persona davanti a noi può davvero mettercela tutta per farci arrabbiare o intristirci, ma la modalità di risposta ad un determinato stimolo esterno è sempre in nostro potere.

Ognuno di noi mette in atto una serie di schemi cognitivi, emotivi e comportamentali che sono estremamente personali e che vengono appresi a partire dalle relazioni con le persone importanti della nostra vita.

Ciò significa che di fronte ad un determinato stimolo sociale due persone potrebbero reagire in modo totalmente differente.

Allo stesso modo, uno stimolo sociale potrebbe essere letto in diverso modo da due persone differenti, e quindi dare luogo a reazioni disuguali anche in questo caso.

Conoscere i propri modi di funzionare all’interno delle relazioni è uno dei benefici che apporta un percorso di psicoterapia personale: diventa più facile prendersi la responsabilità personale delle proprie reazioni quando si conoscono i propri modi di reagire a livello cognitivo, emotivo e comportamentale.

È importante sottolineare che siamo noi che scegliamo di arrabbiarci e di urlare, di intristirci e di ritirarci, di spaventarci e scappare via.

Per quanto l’altro possa operare un controllo su di noi, la sua responsabilità nella relazione equivale sempre al 50%.

Infatti, ogni relazione interpersonale che sia accogliente, nutritiva e positiva si basa su una suddivisione alla pari della responsabilità interpersonale.

Come diceva Eric Berne, il padre fondatore dell’Analisi Transazionale: Io sono OK, tu sei Ok.

Tuttavia, capita spesso che le persone concedano all’altro la propria parte di responsabilità oppure che si impossessano della responsabilità dell’altro.

Per fare un esempio possiamo pensare ad una coppia di fidanzati in cui lui si sente incapace di scelte di vita importanti per sé e per la coppia e quindi lasci che sia lei a decidere per entrambi.

L’atto di concedere totalmente la propria responsabilità personale alla propria compagna pone il nostro uomo dell’esempio in una condizione rischiosa.

Un adattamento rigido, che non è accompagnato dal darsi il permesso di esprimere la propria opinione rispetto a tematiche importanti che lo riguardano, può esporre la persona a sentimenti di frustrazione, di rabbia e di inettitudine.

Allo stesso modo, la donna del nostro esempio potrebbe non sentire la partecipazione del compagno e quindi arrabbiarsi per questo, oppure intristirsi perché non vede complicità rispetto alla costruzione di un progetto in comune.

Come potete leggere, le conseguenze di una cattiva gestione della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali sono spesso funeste per tutti i partecipanti della relazione.

Prendersi la propria responsabilità personale ha due effetti benefici principali nelle relazioni.

Il primo è quello di darsi il permesso di esprimere liberamente all’altro i propri pensieri, le proprie emozioni ed i propri comportamenti in modo maturo ed adulto.

Il secondo beneficio ha a che fare con lo stabilire una giusta distanza tra sé e l’altro, che non corrisponde all’invischiamento oppure alla separazione rigida.

Un pò come nella favola dei porcospini, due persone che decidono di prendersi la responsabilità del proprio vissuto all’interno della relazione riescono a stare vicini ed a sostenersi senza addossare all’altro contenuti che invece sarebbero propri.

Sei tu che mi fai stare male il ruolo della responsabilità personale nelle relazioni interpersonali 2

Da arte della guerra ad arte del vivere bene con gli altri: la psicologia delle arti marziali

Questo articolo nasce dal connubio tra due delle mie più grandi passioni: le arti marziali e la psicologia.

Ho sempre pensato che le arti marziali avessero una loro psicologia peculiare, un modo di vedere il mondo, gli altri e se stessi che più di altre discipline può insegnare un concetto o due (ma anche di più in realtà!) sul benessere psicologico.

Questo non significa che lo sport in generale sia da meno, anzi!

Ho scritto in passato un articolo che tratta proprio di come la pratica di uno sport può aumentare l’autostima e l’auto-efficacia di colui o colei che lo pratica.

Tuttavia, credo che le arti marziali abbiano delle caratteristiche uniche nel loro genere che meritano di essere discusse a livello psicologico.

Nello specifico, la psicologia delle arti marziali deve la sua peculiarità a due aspetti principali insiti nell’argomento:

  1. Il tema della gestione del conflitto, che è intrinseco allo studio delle arti marziali;
  2. L’aspetto filosofico di matrice orientale a cui le arti marziali attingono a piene mani.

Se qualsiasi sport può indurre cambiamenti fisiologici positivi nel corpo ed in generale nella sfera psicologica, credo che sia difficile trovare discipline sportive che trattino la gestione del conflitto ed abbiano una visione filosofica complessa come le arti marziali.

La peculiarità della psicologia delle arti marziali è proprio qui ed anzi, aggiungo una ulteriore “marcia in più”: le arti marziali permettono di “vivere” questi due aspetti esperendoli direttamente attraverso il proprio corpo.

In questo articolo voglio focalizzarmi principalmente sul primo aspetto, quello legato ai confini psicologici.

Ho deciso di operare questa scelta deliberata perché ritengo che abbia un carattere psicologico interessante che merita di essere analizzato più a fondo.

Tuttavia, anche la filosofia orientale sta trovando sempre più riscontro nel mondo della psicologia occidentale grazie a molti approcci psicoterapeutici che ne stanno utilizzando i principi.

Bando alle ciance: in che modo la gestione dei confini psicologici si collega alle arti marziali?

La psicologia delle arti marziali: una questione di confini

Non è una novità che le arti marziali nascono come metodo per garantire la sopravvivenza in un conflitto violento.

Che sia una guerra combattuta su un antico campo di battaglia oppure una sessione di sparring amichevole con il proprio compagno di allenamento, le arti marziali hanno l’obiettivo intrinseco di insegnare al praticante a gestire un conflitto.

In antichità, il conflitto prototipico che il praticante si sarebbe trovato a gestire era molto probabilmente di natura violenta.

Infatti, il marzialista imparava delle tecniche per terminare il conflitto nel minor tempo possibile, col minor numero di danni alla propria persona.

Al giorno d’oggi la violenza è vietata nella nostra società (e per fortuna!), quindi le arti marziali hanno perso parte del loro scopo originario.

A livello storico, questo cambiamento è stato percepito realmente ed in maniera potente: ad esempio in Giappone, dopo la restaurazione Meiji e l’inizio di una lunga pace, le arti marziali non avevano più un posto nella società e da arti legate alla guerra diventarono arti per la coltivazione del sé.

Lo spostamento da arti pratiche legate alla sopravvivenza ad arti finalizzate a sconfiggere i propri limiti e le proprie insicurezze piuttosto che un avversario in carne ed ossa fu un cambiamento importante, che permane ancora oggi.

Infatti, molte persone si avvicinano al mondo marziale per sentirsi più sicure di sé, per imparare a difendersi da minacce reali o percepite, per stare bene con se stessi.

La dimensione della percezione di sicurezza personale ha molto a che fare con i confini psicologici.

La rabbia, una delle emozioni fondamentali per la sopravvivenza, è intimamente collegata alla gestione dei confini psicologici.

Nel momento in cui ci sentiamo prevaricati cominciamo a provare rabbia, ed è proprio questa emozione che ci aiuta ad affermare i nostri bisogni ed a ristabilire i confini.

Le arti marziali aiutano il praticante a gestire emotivamente la rabbia attraverso la coltivazione di uno stato mentale di serenità, che molto ha a che fare con gli studi sulla meditazione di tipo orientale.

Questo significa percepire e sentire la rabbia, per poi scegliere di esprimerla attraverso modalità consone che nulla hanno a che fare con l’utilizzare le tecniche di propria conoscenza per infliggere un danno superfluo all’altro.

Infatti, molti maestri del passato ammonivano il praticante dall’utilizzare la propria arte per fini non “nobili”: un esempio lampante di ciò proviene dalla biografia di Gichin Funakoshi, celebre karateka inventore dello stile Shotokan.

Inoltre, le arti marziali sono intimamente connesse al senso di potere personale.

Come detto in precedenza, molte persone vogliono imparare un’arte marziale per sentirsi più sicuri di sé.

La domanda sorge spontanea: sentirsi più sicuro di sé rispetto a cosa?

In molti casi si tratta di sentirsi più sicuri in relazione con gli altri: le arti marziali diventano uno strumento pratico per aiutare le persone a sentirsi efficaci in situazioni interpersonali di vario tipo.

Che si tratti di categorie a rischio come le vittime di bullismo o di violenza di genere oppure di categorie più insospettabili come l’impiegato che vuole acquisire più sicurezza nel trattare col proprio datore di lavoro, le arti marziali massimizzano il senso di potere personale percepito nelle relazioni, alla luce del fatto che i praticanti si allenano direttamente nella gestione di un conflitto attraverso l’esperienza corporea.

È proprio l’utilizzo del corpo che aumenta le probabilità di instaurare un apprendimento positivo e duraturo.

Il corpo è uno strumento potente che coadiuva un apprendimento viscerale, intenso, più “emotivo” e legato all’esperienza diretta fatta con le proprie mani.

Alla luce di quanto detto in questo articolo, mi permetto di avanzare nuovamente l’ipotesi che le arti marziali possano essere una risorsa importante ed inattesa per sentirsi più sicuri di sé nelle relazioni con gli altri, e quindi per coltivare il proprio benessere personale ed interpersonale.

Da arte della guerra ad arte del vivere bene con gli altri la psicologia delle arti marziali 2

Chiudere una relazione: un’occasione di crescita per entrambi i partner

Esistono fasi nella vita che sono davvero difficili da gestire ed il momento di chiudere una relazione è uno di questi.

A decidere di chiudere la relazione può essere lui o può essere lei: in fin dei conti non è così importante.

Quello che entrambi gli ex-partner vivranno sarà una fase caratterizzata da profondi cambiamenti psicologici che hanno molto a che fare con l’elaborazione di un lutto.

La fine di una relazione è sempre un momento doloroso: siamo animali sociali e siamo progettati per stabilire legami di attaccamento con altri esseri umani.

Basti pensare ai legami di attaccamento che si stabiliscono durante l’infanzia: se il bambino non riceve abbastanza riconoscimento da parte delle madre e dal padre, la sua sopravvivenza è messa a repentaglio.

Mettendo un attimo da parte il tema del riconoscimento reciproco di cui ho già parlato in un precedente articolo, la fine di una relazione amorosa corrisponde all’interruzione di questo legame di attaccamento.

Il proprio partner è ancora vivo e vegeto, non è decisamente venuto a mancare come accade nei lutti veri e propri, ma il rapporto cambia talmente tanto per cui è necessario rimboccarsi le maniche ed elaborare psicologicamente questa separazione.

Cosa si intende per elaborare psicologicamente la separazione?

Separarsi e chiudere una relazione, soprattutto se è durata tanti anni, significa affrontare una ridefinizione di sé stessi e della propria identità.

Stare per tanti anni assieme porta i due partner a costruire un universo comune fatto di familiari, amici e contesti.

In questo senso, chiudere una relazione implica rivalutare il suddetto universo comune alla luce del fatto che non si è più assieme.

Allo stesso tempo i singoli partner rivedono la propria concezione di sé, che passa dall’essere una persona in una relazione amorosa all’essere single, con tutti i cambiamenti legati a questa transizione.

Quali sono i consigli per affrontare una separazione al meglio?

Personalmente credo che non esista una Bibbia dei buoni precetti per affrontare una separazione, in quanto ogni persona è diversa e così ogni coppia.

Ognuno di noi affronta la separazione ed il lutto connesso ad essa in modo differente, tuttavia esistono dei principi generali che credo possano essere utili.

Innanzitutto, sono un fermo sostenitore del chiedere aiuto ad un professionista del benessere mentale quando si sta affrontando un periodo difficile e si crede di non riuscire a farcela da soli (per forza, faccio lo psicologo!).

Bias cognitivi a parte, chiedere aiuto ad uno psicologo è un atto di amore verso sé stessi perché, invece che farsi solo/a ed affrontare il dolore da solo/a, il partner può farsi aiutare nell’elaborazione e nella ricostruzione della propria identità.

Un altro consiglio ha a che fare con il contatto con le proprie emozioni.

In questi momenti così difficili può venire naturale il pensiero di distrarsi continuamente e di “non pensare” e di “non sentire”, ma a lungo andare questo atteggiamento può ostacolare l’elaborazione della separazione.

Per questo motivo è importante stare a contatto con la propria tristezza, la propria rabbia, la propria paura ed al tempo stesso coltivare occasioni di svago e di ricostruzione positiva della propria vita che portano gioia.

In questo senso chiudere una relazione rappresenta un’altalena tra passato e futuro, tra ciò che si è perso e non c’è più ma che rimane nella memoria; e ciò che invece ci sarà, e che è possibile costruire sin da oggi.

Alla luce di quanto detto l’atto di chiudere una relazione può essere un momento di crescita per entrambi i partner, proprio per via della ridefinizione di sé che è connessa a questo evento.

È proprio nei momenti di difficoltà che diventa imperativo attivare le proprie risorse e chissà, magari si potrebbe scoprire di avere risorse nascoste di cui si era inconsapevoli.

Al tempo stesso è possibile crearsene di nuove, e viversi situazioni e contesti nuovi che prima si ritenevano impossibili.

Vorrei chiudere questo articolo con una frase proveniente da una canzone dei Kamelot che ho sempre adorato e che parla proprio di periodi di difficoltà come questi, sottolineandone la transizione dal dolore alla speranza.

La strofa recita così:

“What does the winter bring, if not yet another spring?”

Che tradotta in italiano suona in questo modo:

“Che cosa porta l’inverno, se non un’altra primavera?”

chiudere una relazione crescita partner separazione 2

La fame di riconoscimento da parte degli altri: la sua importanza e le conseguenze psicologiche

Molte persone sono portate a pensare che la “fame” sia solamente quella biologica, connessa ai bisogni primari.

Si parla di fame quando si è a tavola, a casa o con gli amici, sicuramente non quando si è nello studio di uno psicologo!

Beh, sbagliato!

In realtà, la fame di riconoscimento da parte degli altri è un bisogno innato che è intrinsicamente presente nell’essere umano.

L’uomo in quanto tale è un animale sociale: tende a vivere in gruppo (la società, la famiglia, ecc.) ed a interagire con altri esseri viventi come lui.

A riguardo è interessante il pensiero di Martin Buber, filosofo austriaco il cui pensiero è stato ripreso anche nella psicologia, che afferma che l’essere umano può definirsi in quanto tale solo in relazione con un altro essere umano.

Ciò significa che io sono io fintanto che esiste un tu, un diverso-da-me, che mi aiuta a definirmi attraverso il dialogo ed il riconoscimento reciproco.

Oltre alla dimensione filosofica, la psicologia ha dimostrato l’importanza del riconoscimento da parte degli altri ben più di una volta durante gli ultimi 100 anni.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di carezze: esse sono unità di riconoscimento e sono fondamentali per il nostro benessere.

Un bambino piccolo, magari appena nato, che viene lasciato a sé stesso senza cure né carezze, si trova in una situazione critica che minaccia la sua stessa sopravvivenza.

Le carezze sono così importanti per la nostra sopravvivenza che vale la regola che è meglio una carezza negativa che nessuna carezza!

Quali sono le implicazioni di questa regola?

La prima implicazione, quella più logica che salta alla mente, è il fatto che le persone tenderanno a riproporre schemi relazionali disadattivi pur di ricevere carezze.

Questa è una delle spiegazioni più comuni per il fatto che alcune persone tendono a farsi del male in relazioni specifiche con partner, familiari ecc. in modalità cicliche e ripetitive (che Berne chiama “giochi”, ma sarà materiale per un altro articolo).

Magari queste persone sono anche consapevoli dei loro schemi disadattivi, ma non hanno modalità alternative e più salutari per ottenere riconoscimento da parte degli altri e quindi carezze.

Ovviamente la questione riguardante l’apprendimento di schemi relazionali disfunzionali e la loro permanenza nella vita delle persone è ben più complessa di così, ma le carezze giocano un ruolo importante all’interno del grande schema del funzionamento umano.

riconoscimento da parte degli altri eric berne analisi transazionale

I processi psicologici bottom-up: ecco perchè le emozioni sono importanti

I processi psicologici bottom-up (basso-alto), da come si evince dal nome, sono processi psicologici caratterizzati da un “movimento” di informazioni che va dal basso verso l’alto.

Sono contrapposti ai processi psicologici top-down (alto-basso), che invece seguono una direzione opposta.

Quale ruolo hanno i processi bottom-up nel funzionamento psichico dell’individuo e perchè dovresti conoscerli?

I processi psicologici bottom-up sono connessi al modo in cui ti adatti alla realtà circostante: la tua vita è un continuo processo di adattamento, quindi conoscere come funzioni è fondamentale per funzionare bene.

I processi psicologici bottom-up sono connessi al tuo funzionamento emotivo

Le emozioni, come ho già detto altre volte, sono fondamentali per il tuo benessere psicologico.

Se le sai riconoscere ed impari ad accoglierle ed a viverle fino in fondo, la tua capacità di gestire le incombenze della vita quotidiana aumenterà a dismisura.

Questo succede perchè le emozioni non sono semplicemente delle “passioni”, dei sentimenti connessi alle proverbiali “farfalle nella pancia” o al “buco nello stomaco”.

Per centinaia di anni la società occidentale ha trattato la mente ed il corpo come entità separate: da un lato c’è la mente con il suo raziocinio, che eleva l’uomo al di sopra degli altri animali; e dall’altro lato c’è il corpo con le sue “passioni” e le funzioni biologiche, che ci rendono bestiali e più simili agli altri animali.

Questo dualismo introdotto da Cartesio nel lontano 1600 ormai è ritenuto superato dalla scienza attuale.

Al contrario, le emozioni sono intese come dei pacchetti di informazioni che vengono utilizzate dall’organismo per adattarsi alla realtà circostante.

Proviamo con un esempio “spaziale”: immagina le tue emozioni come dei piccoli sistemi solari.

Al centro del sistema solare, lì dove dovrebbe esserci il Sole, c’è la tua emozione.

Attorno ad essa orbitano tutta una serie di informazioni che sono intimamente connesse a quella emozione: ci possono essere desideri, aspettative, valori che per te sono importanti, informazioni legate alla relazioni sociali e così via.

Questo significa che le tue emozioni sono collegate a doppio filo con i tuoi pensieri: quello che pensi, lo senti.

Molto spesso accade che decidendo di non ascoltare una determinata emozione ti stai precludendo dall’utilizzare una serie di informazioni su di te e sul mondo che ti circonda che invece potresti utilizzare per gestire meglio la tua vita e le relazioni sociali.

D’altronde, la mente umana può essere paragonata ad un computer molto complesso: più informazioni riesci ad inserire all’interno del computer e più è facile per lui produrre un resoconto completo di quello che sta succedendo a te ed all’ambiente che ti circonda.

Le emozioni si attivano a partire da cambiamenti nell’ambiente esterno: esse ti danno la spinta motivazionale a fare qualcosa per gestire questo cambiamento.

In tutto ciò, i processi psicologici bottom-up sono proprio quei processi in cui contattando un’emozione dalla pancia essa “risale” sino al tuo cervello dove attiva tutto il corollario di informazioni a cui era connessa (e che prima non vedevi e non utilizzavi).

Il movimento dell’informazione avviene dal basso verso l’alto perchè il contenuto emotivo attiva funzioni cerebrali superiori che sono portatrici di tutta una serie di informazioni che successivamente il tuo organismo utilizza per adattarsi all’ambiente.

Questo significa che quando non assapori le tue emozioni stai facendo un torto a te stesso: stai funzionando ad una percentuale minore del tuo vero potenziale di adattamento  perchè il tuo organismo si sta adattando all’ambiente con informazioni parziali su di te e su di esso.

Certo, essere tristi, impauriti o arrabbiati non è proprio il massimo, ma imparare a stare in queste emozioni è il modo migliore per:

  1. “Svelare” le informazioni connesse a queste emozioni ed utilizzarle a tuo beneficio;
  2. Fare in modo che passino e che non creino blocchi emotivi che possono durare anche per molto tempo.

L’esperienza comune che segue il viversi un’emozione fino in fondo è quella della liberazione, di “essersi tolti un peso” e di scoprire cose su di sè nuove e creative.

Togliti il paraocchi immaginario che ti impedisce di vederti dentro ed impara ad ascoltare le tue emozioni 🙂

Perchè ci lasciamo influenzare dagli altri? Parliamo di influenza sociale!

Perchè ci lasciamo influenzare dagli altri?
Prima o poi ce lo siamo chiesto tutti!

Ti è mai capitato di essere in un gruppo di amici e di fare qualcosa di cui non avevi particolarmente voglia pur di non apparire come “quello strano”?

In qualche modo ed a livello implicito, hai avvertito una sorta di influenza del gruppo verso di te che ti ha portato a dire di sì anche se volevi dire di no, oppure a fare qualcosa che non ti andava più di tanto pur di non fare scontenti gli altri.

Quello che hai percepito molto sottilmente è l’effetto dell’influenza sociale.

Quando si parla di influenza sociale si fa riferimento al cambiamento di atteggiamenti, credenze, opinioni, valori e comportamenti come esito dell’esposizione ad atteggiamenti, credenze, opinioni, valori e comportamenti di altre persone.

Cosa significa tutto ciò?

Significa che l’influenza sociale è quel processo di natura relazionale per cui cambi qualcosa che pensi o fai in seguito all’esposizione a quello che pensa o fa qualcun altro.

Possiamo distinguere due tipi principali di influenza sociale.

Il primo tipo di influenza sociale è chiamata accidentale.

Come dice il nome, l’influenza sociale accidentale è quel processo di influenzamento che avviene senza che ci sia un tentativo esplicito e pensato di esercitare un condizionamento.

Nell’influenza sociale accidentale le persone sono influenzate dalla presenza, reale o implicita, di altre persone anche se quest’ultime non avevano assolutamente intenzione di operare un influenzamento sulle prime!

Questo processo sociale spiega come la semplice presenza di altre persone può avere un impatto sulla prestazione di un compito.

Di esempi a riguardo provenienti dalla vita quotidiana ne potremmo trovare tantissimi: basta pensare a quando abbiamo dovuto parlare di fronte ad un grande gruppo di persone (palpitazioni a mille, sudorazione, agitazione, hai presente?) oppure quando eravamo a scuola a svolgere un compito in classe e la professoressa si piazzava proprio accanto al tuo banco mentre eri intento a scrivere.

Il secondo tipo di influenza sociale è quella deliberata.

L’influenza sociale deliberata è quella che avviene secondo un preciso ed esplicito tentativo di influenzare gli altri.

Questo tipo di influenza sociale è stato studiato tantissimo sotto molteplici aspetti, infatti sono stati fatti studi che hanno coinvolto temi come:

  • L’acquiescenza (condiscenza o remissività);
  • L’obbedienza;
  • L’influenza delle maggioranze e delle minoranze numeriche;
  • I processi di presa di decisione nei gruppi.

Entrare nel dettaglio di questi temi aprirebbe un discorso lunghissimo (ma molto interessante!), perciò mi concentrò su altri due concetti legati all’influenza sociale che sono molto attuali e di facile spiegazione.

L’influenza sociale informativa e l’influenza sociale normativa

Quando spiego dei concetti di psicologia agli altri cerco sempre di ricollegarli all’esperienza della vita quotidiana per poterne digerire meglio il significato: nel caso dell’influenza sociale informativa e normativa, questa operazione è particolarmente facile perchè sono fenomeni che abbiamo sperimentato tutti almeno una volta nella vita.

L’influenza sociale informativa è quel processo di influenzamento sociale che ha luogo quando l’individuo si trova in una situazione ambigua di cui ha poche informazioni a riguardo.

In questo caso, l’individuo è motivato a ridurre l’incertezza e per questo accetta le informazioni provenienti dagli altri come prove di realtà (che, detto in parole povere, significa che le prende necessariamente per vere).

Lo scopo principale di questa azione è quello di dare giudizi validi ed accurati.

Questo genere di situazione è quello che sperimenti ogni volta che vai dal medico.

Per via del malessere, ti trovi in una situazione ambigua su cui hai poche informazioni a riguardo: non sai cosa succede al tuo corpo, non sai se si tratta di qualcosa di grave o no, non sai che tipo di soluzioni puoi trovare al problema.

Per questo motivo ti affidi al medico ed alle informazioni che ti vengono date: queste informazioni vengono prese come dati di realtà perchè sei motivato a trovare una soluzione al tuo problema (ridurre l’incertezza) e per questo le prendi per buone anche se potrebbero non esserlo.

L’influenza sociale normativa, invece, presuppone un bisogno di approvazione sociale o di armonia con gli altri.

Questa influenza sociale ha luogo quando ti conformi alle aspettative positive degli altri oppure eviti di comportarti in modi che porterebbero alla punizione oppure all’essere disapprovato.

Lo scopo di questo processo di influenza sociale è quello di costruire e mantenere relazioni soddisfacenti con gli altri.

Attenzione: a differenza dell’influenza sociale informativa, nell’influenza sociale normativa l’individuo può adeguarsi a livello sociale (quindi a livello pubblico), ma può benissimo non accettare la condotta che ha adottato a livello individuale (ovvero dentro di sè).

Anche qui gli esempio sono molteplici, basta pensare ai gruppi di adolescenti in cui un ragazzo decide di ubriacarsi per il fatto che il resto del gruppo ci sta dando dentro con gli alcolici.

I processi di influenza sociale sono processi a cui tutti sottostiamo perchè hanno matrici adattive: ti sono venuti in mente esempi personali mentre leggevi l’articolo? 🙂

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Aforisma – Praticare un’arte per far crescere l’anima – Kurt Vonnegut

«Praticare un’arte, non importa a quale livello di consapevolezza tecnica, è un modo per far crescere la propria anima, accidenti.

Cantate sotto la doccia.

Ballate ascoltando la radio.

Raccontate storie».

Kurt Vonnegut