L’epidemia COVID-19 vista (e sentita) dagli occhi (e dalla pancia) di uno psicologo

Inizialmente non volevo scrivere questo articolo.

Non volevo scriverlo perché non volevo aggiungere l’ennesima voce al coro di voci che in questi giorni, anzi, in queste settimane stanno discutendo sul tema del Coronavirus.

Credo che sia un’opinione comune il fatto che siamo bombardati di articoli; reportage; statistiche; opinioni di esperti del settore, di politici, di professionisti che lavorano in ospedale.

Questo gigantesco flusso di informazioni può essere utile nella misura in cui il singolo individuo riesce a cogliere quella minuscola parte che gli permette di essere informato rispetto a ciò che sta accadendo nel resto del mondo, in modo obiettivo e senza costruzioni personali da parte dell’emittente del messaggio.

Il resto, credo, è principalmente rumore di sottofondo che può avere un impatto decisamente negativo su di noi, sul nostro umore e sulle modalità che stiamo personalmente utilizzando per gestire questa epidemia da Coronavirus.

Come ha ben detto una professoressa della scuola di formazione in psicoterapia che frequento ormai da quattro anni, mentre eravamo alla nostra prima giornata di formazione online:

“La televisione ci espone ad una ri-traumatizzazione continua”.

E trovo che ci sia della verità in queste parole.

Trovo che siano vere perché non sottovalutano la gravità del problema (quello che sta accadendo nel mondo ha, d’altronde, delle importanti potenzialità traumatiche) ed essere continuamente esposti ai numeri dei contagi, dei decessi ecc. può non fare altro che mettere sale su una ferita che è stata appena aperta.

Un consiglio: in questi giorni, dai un limite alla quantità di tempo che dedichi alla televisione. Essere informati va bene, ma lo è nella misura in cui proteggi te stesso e riesci a gestire le tue emozioni riguardanti l’epidemia.

Quindi, perché sto scrivendo questo articolo?

Vedetelo più come il post di un blog personale che un articolo informativo come quelli che scrivo di solito.

L’obiettivo di questo articolo è condividere con voi quello che è stato il mio vissuto di queste due settimane, e lo faccio per due motivazioni principali.

La prima motivazione è per aiutare me, perché ho sempre pensato che la scrittura abbia un grande potere terapeutico.

Permette di mettere in fila i pensieri; di vederli nero su bianco su un foglio e di ragionarci su in modo più chiaro, molto più chiaro di quanto facciamo a volte con il nostro dialogo interno.

La seconda motivazione è per aiutare gli altri.

Non ho la presunzione di pensare che leggere come sono stato in questi giorni possa automaticamente far sentire bene qualcuno; tuttavia, sono uno psicologo e credo fortemente nel potere della condivisione delle esperienze e dei vissuti con altri esseri umani.

La condivisione dei pensieri e delle emozioni è un atto prezioso che “smuove” energia, e personalmente credo che mai come in questo momento ci sentiamo tutti sulla stessa barca, diretti chissà dove.

Per cui quello che voglio fare in questo articolo è sottolineare come sia importante condividere con gli altri come ci si sente, con il coraggio di vedere da vicino anche le emozioni che non piacciono, e nel farlo quanto possa essere importante rivolgersi ad un professionista delle relazioni d’aiuto.

Perché così ho fatto anche io: pensavate che lo psicologo non avesse bisogno di un altro psicologo? Beh, sorpresa!

La terapia personale è un aspetto molto importante del lavoro dello psicologo, ed in questi momenti di crisi lo diventa ancora di più. È necessario stare bene con se stessi per poter aiutare gli altri.

Quindi … come sono state per me queste settimane di quarantena? Ora ve lo racconto, e nel farlo mi piace l’idea di organizzare il mio vissuto in tre fasi.

Fase 1 – Va tutto bene, anzi un pò di vacanze non mi faranno male!

La prima fase della quarantena è stata, per me, un pò idilliaca.

Venivo da un periodo formativo e lavorativo abbastanza stancante, dovuto ai vari impegni legati alla formazione in psicoterapia ed al lavoro che faccio presso una scuola.

Come in tutte le crisi che si rispettano, il mio primo atteggiamento verso di essa è stato quello del diniego.

Una parte di me abbracciava l’idea che circolava per la maggiore nei primi giorni dell’epidemia, del tipo: “ma sì dai, sarà come l’influenza ma molto più contagiosa”.

Un’altra parte di me invece, più profonda ed inconscia, si cominciava a spaventare per ciò che sentivo nei telegiornali e leggevo su Internet, ma la tenevo a bada ricacciandola giù, rifiutandomi di ascoltare la spia d’allarme che si stava accendendo dentro di me.

Ho sfruttato i primi giorni di quarantena per sbrigare del lavoro arretrato; recuperare letture interessanti che avevo messo da parte; dedicarmi alle cose che mi piacciono e rilassarmi.

Il tutto, ovviamente, secondo i miei tempi personali, che è una lusso che spesso non riesco a permettermi durante la mia settimana tipo.

Un aspetto che mi è piaciuto molto rispetto al modo in cui il contesto intorno a me ha affrontato il primo impatto con l’epidemia da Coronavirus è stato l’aumento delle iniziative solidali nate e condivise attraverso i social.

I primi giorni di quarantena sono stati caratterizzati da una voglia generale di aiutarsi l’un l’altro, di mettere al servizio della comunità ciò che si sa fare bene al fine di aiutare gli altri, anche solo nello svagarsi, che in momenti come questo è davvero importante.

Vedere la solidarietà tra le persone è qualcosa che scalda l’animo, ero felice di ciò che vedevo, per cui questa emozione ha alimentato la mia percezione legata al pensiero: “andrà tutto bene, per adesso posso godermi questi giorni a casa nei modi in cui posso”.

Fase 2 – Forse non è tutto rose e fiori …

Eric Berne descrisse il bisogno di struttura che contraddistingue gli essere umani.

Quando ci troviamo in una situazione in cui non ci è imposta nessuna strutturazione del tempo, la prima cosa che tendiamo a fare è crearcene una.

Il nostro bisogno di strutturazione può riferirsi alla giornata che sto vivendo, ad esempio: “cosa farò oggi dopo pranzo?”, oppure può estendersi nel futuro, prossimo o lontano.

Come ha genialmente illustrato la psicoterapeuta Roberta Guzzardi in questa vignetta che posto qua sotto, l’epidemia di COVID-19 ci ha “intrappolati” in un gigantesco “qui ed ora”, dove è difficile fare piani per il futuro.

Potete trovare il resto del fumetto da cui è tratta questa vignetta sulla pagina Facebook “Rob Art Illustrazioni. Vi consiglio di farci un giro, ne vale la pena!

In queste settimane di epidemia da Coronavirus il futuro appare incerto e strutturarlo è difficile, soprattutto quando la sensazione generale è quella di navigare a vista.

Da bravo catastrofizzatore quale sono, la mia mente ha cominciato a giocarmi brutti scherzi, soprattutto per quello che riguarda i miei progetti personali.

Quando finirà la quarantena? Quando riuscirò a rivedere i pazienti che seguo dal vivo? Come impatterà questa epidemia sulla fine della mia formazione, che sarebbe arrivata tra pochi mesi? E l’esame di diploma?

Queste sono solamente alcune delle domande che mi sono posto ed anzi, come potete notare riguardano solamente la mia sfera lavorativa e formativa; tuttavia vi assicuro che anche le mie sfere personali e relazionali sono passate attraverso questo fiume di domande esistenziali.

Come una valanga che diventa sempre più grande ad ogni secondo che passa, ho cominciato a notare le implicazioni reali e le complicanze che l’epidemia da Covid-19 avrebbe avuto sulla mia vita.

Mi sentivo meno motivato a fare le mie solite cose; il mio tono umorale era basso, sentivo che sotto sotto c’era qualcosa che non andava.

A questo punto la spia d’allarme che avevo provato a non ascoltare nei giorni precedenti si è accesa nuovamente, e stavolta ho deciso di non ignorarla.

Oltre alla gioia che aveva contraddistinto le “ferie forzate” dei primi giorni, ecco che hanno cominciato a fare capolino anche la tristezza, la rabbia e la paura.

Tristezza per la perdita; rabbia per non riuscire a cambiare le cose; paura per il futuro che verrà.

A quel punto ho messo a fuoco un bisogno specifico: ho bisogno di parlarne, ho bisogno di un aiuto.

Ho deciso di chiamare la mia psicoterapeuta e ci siamo accordati per una terapia online in videochiamata, tramite Whatsapp: benvenuto nel 2020 Antonello!

All’inizio mi ha fatto un pò strano perché era la mia prima volta da paziente, ma ho riscontrato che la terapia online tramite videochiamata è un metodo efficace per chiedere un aiuto professionale.

A fine seduta mi sono reso conto che è stata una decisione saggia.

Condividere il mio vissuto con la mia psicoterapeuta mi ha aiutato a mettere a fuoco in modo specifico le emozioni ed i pensieri che stavo (e che sto) sentendo e pensando in questo periodo di emergenza.

Questo è il momento della storia in cui c’è la morale: non vergognatevi di chiedere aiuto.

Lo facciamo anche noi professionisti, ed anzi, noi siamo avvantaggiati perché essendo del mestiere sappiamo quanto bene può fare una terapia personale in questi momenti così difficili.

Tuttavia ci sono un sacco di persone là fuori che non sanno chi è lo psicologo o cosa fa; non sanno che può darti una mano a dare un nome a quello strano senso di inquietudine che si può provare a sentire parlare continuamente di Coronavirus.

Quindi eccoci qua, nuovamente, al senso dell’articolo: chiedete aiuto se ne sentite il bisogno, perché è importante prendersi cura di sé in questo momento.

Il sito dell’Ordine degli Psicologi del Lazio ha stilato una lista dei professionisti iscritti all’Albo che hanno dato la propria disponibilità a seguire pazienti tramite videochiamata.

Personalmente credo molto nella terapia personale, anche da professionista, e la mia esperienza è stata l’ennesima conferma del fatto che il lavoro che faccio può fare del bene alla comunità allargata.

Dopo la seduta ho percepito la crisi da Coronavirus in modo diverso, per quanto si tratti di un processo ancora in divenire.

Fase 3 – Strutturare il futuro, nonostante tutto

Ora sento di trovarmi in una posizione personale che è a metà tra la prima fase e la seconda : anzi, più che la metà, ne è la sintesi.

Riconosco la gravità di ciò che sta accadendo, le implicazioni reali a livello psicologico e sociale di tutto ciò che ha portato e porterà il Coronavirus E mi metto a ragionare sulle occasioni di crescita, sulle possibilità future, su ciò che posso fare e ciò che forse è meglio rimandare.

Sono tornato a pormi le domande fondamentali che ognuno dovrebbe porsi ogni tanto, soprattutto nei periodi di incertezza.

Cosa voglio per me in questo momento della mia vita? Che strategie posso adoperare per raggiungere quell’obiettivo, considerando il Coronavirus? Quali sono le risorse personali a cui posso attingere? Che tipo di supporto posso chiedere agli altri?

Valuto le possibilità, ragiono con uno sguardo al futuro per capire dove voglio andare, uno sguardo al presente per prendermi cura di come sto ed uno al passato per accettare quello che è successo.

Non è facile, non è scontato, non è una formuletta magica che basta dire una volta per stare meglio: presuppone un lavoro di equilibrio e di integrazione in cui mi destreggio facendo appello alle mie energie e risorse, ben sapendo che se cado posso chiedere aiuto.

Un buon equilibrista è colui che è tanto intelligente da proteggersi, anche durante il più difficile degli spettacoli. Infatti, l’equilibrista attento utilizzerà sempre una rete di protezione sotto di lui, che in questa metafora è composta dalle persone della nostra vita che possono aiutarci.

Come sarà il nostro futuro dopo che tutta questa storia del Coronavirus sarà passata?

A riguardo mi è piaciuta (e mi ha fatto ammazzare dalle risate, come suo solito) l’opinione dell’artista romano di fumetti Zerocalcare, che ha racchiuso in questo video e che vi riporto qua sotto:

“Ma mo che finisce tutto, che se inventeremo quando se vedremo allo specchio e staremo ancora allo sbando, isolati e non potremo neanche più accollà sti cocci al Coronavirus?”

Non ho una risposta a questa domanda, nessuno di noi può sapere con certezza cosa ci riserverà il futuro, ma credo che quello che possiamo fare è prenderci cura di noi stessi e ricominciare a costruire, nonostante tutto.

Grazie per aver letto il mio articolo fino in fondo, se ti è piaciuto una condivisione può essermi d’aiuto! Grazie mille 🙂

Mettere gli altri prima di sé stessi: il ruolo del Salvatore nelle relazioni interpersonali

Mettere gli altri prima di sé stessi: Il ruolo del Salvatore nelle relazioni interpersonali

Questo articolo è dedicato a tutti gli aspiranti Gandhi lì fuori che hanno la tendenza spasmodica di mettere gli altri prima di sé stessi, in quasi ogni occasione della loro vita.

Non so se bramano di ottenere una presunta santità terrena attraverso l’estremo altruismo verso gli altri! Quello che so è che, comportandosi così, fanno un tremendo disservizio a loro stessied anche a coloro che cercano di aiutare.

Quindi, se durante la lettura vi sentite pervasi da un’aura mistica e vi viene voglia di uscire fuori di casa e di aiutare il primo passante che trovate … beh, fermatevi un attimo e continuate la lettura, perché aiutare gli altri senza riflettere può essere dannoso.

Tra parentesi, vi invito a non fare caso al fatto che manca praticamente un mese a Natale e, come dicono le pubblicità televisive ogni anno, “a Natale siamo tutti più buoni“.

Ve lo ricordate il bambino della pubblicità del panettone Motta? Palesemente un Salvatore.

Abbassate gli occhi dal calendario e focalizzateli sullo schermo: in questo articolo parleremo del termine tecnico che viene attribuito a questo genere di ruolo secondo la terminologia dell’Analisi Transazionale, ovvero il Salvatore.

Prima di addentrarci nella specificità di questo termine, voglio sottolineare che quando si vuole aiutare qualcuno l’elemento importante da tenere a mente è il concetto di equilibrio.

Esiste una certa differenza tra l’aiutare gli altri ed il farlo in modo talmente compulsivo da dimenticare sé stessi.

Ci sono due paroline che le persone dicono spesso, sottolineandole con una certa dose di bramosia, intuibile dal tono di voce: sano egoismo.

Queste due parole sembrano un traguardo inarrivabile per molti, soprattutto per coloro che, come nell’incipit dell’articolo, tendono a mettere gli altri prima di sé stessi.

Il primo passo da fare è … (e lo intuirete subito di cosa si tratta se siete dei lettori abituali degli articoli di questo sito) … la consapevolezza.

Essere consapevoli dei modi in cui ci si proietta continuamente all’esterno, ai bisogni degli altri ed alle loro richieste, dimenticandosi di quelli che sono i propri, è il primo step necessario per cambiare modo di fare.

La consapevolezza, tuttavia, si ottiene quando ci si interroga su se stessi e quando si hanno a disposizione una serie di informazioni utili su come si funziona a livello interpersonale.

Per ottenere queste informazioni, il metodo più sicuro è quello della psicoterapia: come ho detto già altre volte, è un percorso in cui uno degli step più importanti è rappresentato dall’avere un quadro più chiaro di chi si è e di come si funziona, a livello intrapersonale ed interpersonale.

Le modalità di interagire con gli altri che utilizziamo oggi le abbiamo imparate in un momento specifico del nostro “ieri”.

Se abbiamo la tendenza a “salvare” il prossimo, a mettere gli altri prima di noi stessi, non è perché siamo scemi o perché questi modi di fare sono magicamente comparsi nella nostra vita un bel giorno del nostro passato.

Anzi, mettiamo proprio via la parte del darsi degli scemi: lo so, la tendenza a criticarsi dopo aver preferito gli altri a sé stessi per l’ennesima volta è fortissima, ma le auto-critiche non portano mai da nessuna parte (se non a confermare il proprio copione!).

Accumulare tante auto-valutazioni personali da 1 stella non fa altro che confermare le nostre credenze più disfunzionali: che siamo stupidi, che non siamo capaci, che non valiamo niente eccetera.

Molto spesso, almeno il 99,9% delle volte, salvare gli altri e mettere gli altri prima di sé stessi ha avuto un senso, c’era uno scopo specifico di adattamento legato ad un contesto del nostro passato.

La psicoterapia, almeno quella Analitico-Transazionale, si occupa di fare questo (in almeno uno dei suoi compiti): aiutare il paziente a fare un collegamento, un link, tra presente e passato ed aumentare la consapevolezza.

Un altro metodo, che non è psicoterapia, ma che stimola la curiosità personale e la voglia di chiedersi: “perché metto i bisogni degli altri sempre prima dei miei?” è leggere libri di psicologia o articoli come questo.

Quindi, sta a me la responsabilità di darvi informazioni attendibili sul funzionamento interpersonale dell’essere umano secondo la teoria dell’Analisi Transazionale.

Perciò bando alle ciance, introduciamo lo schema del Triangolo Drammatico di Karpman per capirci qualcosa di più su chi è, cosa fa questo “benedetto” Salvatore e quali sono le conseguenze del mettere gli altri prima di sé stessi.

Il Triangolo Drammatico di Steve Karpman: Salvatore, Persecutore, Vittima

Il buon Steve Karpman è un analista transazionale che scrisse un articolo scientifico nel lontano 1968 riguardante il Triangolo Drammatico, per il quale vinse il premio Eric Berne (la massima onorificenza ottenibile da uno psicoterapeuta nell’ambito dell’Analisi Transazionale) quattro anni dopo.

Karpman individua tre ruoli che le persone possono adottare all’interno di un gioco psicologico (ho parlato brevemente dei giochi psicologici in questo articolo): il Salvatore, la Vittima ed il Persecutore.

Ciò che caratterizza ogni singolo ruolo è abbastanza intuibile dal nome che porta:

  1. Il Salvatore è un ruolo drammatico in cui la persona si pone in una posizione di superiorità rispetto all’altro. Offre aiuto agli altri partendo dalla convinzione che le persone che riceveranno il suo aiuto non sono capaci di cavarsela da sole, di fatto sminuendo le loro capacità e risorse. Chi occupa spesso questo ruolo all’interno dei giochi psicologici tende a sentirsi OK solo se aiuta gli altri.
  2. La Vittima è il ruolo drammatico in cui si pongono le persone quando scelgono di stare in una posizione di inferiorità rispetto all’altro. La Vittima ha la convinzione di non essere OK, di non riuscire a fare nulla nella vita da sola, e quindi necessita dell’aiuto degli altri per sentirsi adeguata. A volte questo “aiuto” può anche essere un riconoscimento negativo, come accade quando una Vittima interagisce con un Persecutore.
  3. Il Persecutore è quel ruolo drammatico che è caratterizzato dal vedere gli altri come non adeguati, tanto da volerli sminuire e calpestare. Il Persecutore attacca l’altro, lo critica e si sente OK solo nel momento in cui è riuscito a piegare l’altro in una posizione di inferiorità.

Cosa accomuna tutti questi ruoli?

Ve lo dico io: che si tratti di Salvatore, Vittima o Persecutore, esiste uno sbilanciamento legato al valore personale all’interno della relazione.

Il Salvatore si vede OK mentre l’altro non lo è; la Vittima si vede non OK mentre l’altro è OK; il Persecutore si percepisce OK e l’altro non lo è.

Interagire con gli altri impersonando questi ruoli sociali può essere un buon modo per viversi con serenità e contentezza le proprie relazioni interpersonali?

Stavolta rispondete voi, e già so che tipo di risposta vi sarete dati.

L’informazione che trovo curiosa, legata al ruolo del Salvatore, è che per quanto il Salvatore si senta un buon samaritano e voglia aiutare gli altri ad ogni costo … di fatto li sta svalutando.

Il Salvatore si crede un pò come la statua del “Cristo Redentor” in Brasile: grande e grosso, estremamente benevolente … ma di pietra.

Li svaluta perché aiutandoli si sostituisce a loro, non ne stimola l’autonomia ma anzi, promuove dipendenza.

Non lascia che l’altro sviluppi le proprie risorse e capacità e ciò che era partito come un aiuto apparentemente sincero si rivela essere un gioco psicologico.

Per aggiungere un ulteriore pezzettino importante a quanto esposto sul Triangolo Drammatico … all’interno dell’interazione tra Salvatore e Vittima, arriverà il momento in cui ci sarà lo scambio di ruoli ed uno dei due diventerà, molto probabilmente, un Persecutore.

Lo scambio di ruoli è tipico dei giochi psicologici ed è accompagnato da sensazioni sgradevoli per entrambi i partecipanti: d’altronde non è bello aiutare gli altri per poi ritrovarsi ad essere aspramente criticati, no?

Mettere gli altri prima di sé stessi, quindi, nasconde più insidie di quello che normalmente si crede.

L’altruismo, quello vero, nasce dal rispetto del valore dell’altro: non ci si sostituisce, bensì si aiuta e si accompagna di pari passo.

La posizione esistenziale, in questo caso, è di parità: io sono OK ed anche l’altro è OK.

Quindi, alla luce di quanto detto: si stanno avvicinando le feste natalizie, avete rivalutato il vostro modo di essere altruisti quest’anno?


Grazie per aver letto tutto l’articolo, se ti è piaciuto condividilo, a presto!

“I matti capitano sempre a me!”: i giochi psicologici come modalità relazionali ripetitive

“I matti capitano sempre a me!” (cit.)

Per questo articolo ho voluto scegliere un titolo provocatorio che riprendesse una frase comune che sento dire spesso dai pazienti e da alcune persone che ho incontrato nella mia vita quotidiana.

Sicuramente è capitato anche a voi di ascoltare un amico o un’amica che si lamentasse dopo una storia d’amore finita male.

Poteva trattarsi di amore oppure di un’amicizia; in generale si tratta di rapporti interpersonali verso cui l’amico in questione ha investito tempo, energie ed affettività.

Mi immagino la scena: siete davanti ad un caffè oppure ad una birra e state ascoltando attentamente il racconto del vostro amico.

Chissà quante discorsi simili a questo si sono svolti davanti ad un caffè: se le tazzine potessero parlare …

Vi ha chiesto lui un momento per parlare e, da bravi amici quali siete, glielo avete concesso.

Quello di cui vi rendete conto sin da subito è che il racconto che vi sta narrando sembra una storia già sentita: infatti, il vostro amico ha già avuto rapporti di questo tipo e sono finiti tutti allo stesso modo.

Ad un certo punto pronuncia la frase con cui ho iniziato a scrivere questo articolo: “I matti capitano sempre a me!” oppure, se è diretta al gentil sesso: “Le matte capitano sempre a me!“, magari detta con un tono lamentoso, o scherzoso, oppure arrabbiato.

Quest’ultima frase conferma definitivamente l’impressione che vi eravate fatti, ovvero che il vostro caro amico non ha poi tutti i torti: questa è l’ennesima volta che vi racconta la stessa storia! Cambiano le persone coinvolte ma la vicenda si svolge sempre allo stesso modo.

Beh, magari non avete una laurea in Psicologia ma il vostro sesto senso vi avverte dell’esistenza di un pattern relazionale ripetitivo a cui il vostro caro amico sembra davvero molto affezionato, tanto che lo ripete con più persone in momenti diversi della sua vita.

Con questo articolo, oggi, voglio aiutarvi a mettere i puntini sulle “i” e a dare un nome a questo genere di processi interpersonali: si tratta dei giochi psicologici.

Che cos’è un gioco psicologico? Una breve definizione

Il termine “gioco psicologico” è stato definito per primo da Eric Berne, il fondatore del metodo di psicoterapia dell’Analisi Transazionale.

Su questo sito abbiamo incontrato il buon Eric già diverse volte in alcuni articoli, ad esempio quando ho parlato di responsabilità personale nelle relazioni oppure di fame di riconoscimento da parte degli altri.

Secondo l’autore, il gioco psicologico è una serie progressiva di transazioni interpersonali che avvengono tra due o più persone e che avranno un esito ben definito e prevedibile.

Ciò significa che il gioco psicologico è facilmente riconoscibile: si svolge sempre allo stesso modo e termina sempre allo stesso modo.

Il vostro sesto senso (o dovrei dire senso di ragno?) si è nuovamente attivato ripensando al racconto del vostro amico/amica? Fate bene ad ascoltarlo, perché la ripetitività è un elemento importante per riconoscere un gioco.

Il senso di ragno di Spiderman lo avverte dei pericoli: allora, per coerenza, dovrebbe attivarsi anche prima dell’inizio di un gioco psicologico.

Non è finita qui: il gioco psicologico è tale perché nasconde una motivazione nascosta.

Si parla di motivazione “nascosta” perché i giochi vengono giocati al limite della consapevolezza: spesso non abbiamo coscienza che stiamo giocando con il nostro interlocutore, così come non abbiamo la consapevolezza profonda del perché lo stiamo facendo (questo è un lavoro per la psicoterapia!).

La motivazione nascosta nel gioco è connessa al tipo di gioco giocato: ce sono molti ed ognuno è differente per i ruoli, per lo svolgimento e per il tornaconto finale.

Tuttavia, è possibile spiegare le motivazioni nascoste nei giochi citando le motivazioni principali per cui le persone giocano, che sono:

  1. Ottenere riconoscimento affettivo da parte degli altri, anche se è di tipo negativo;
  2. Confermare nuovamente le proprie modalità di relazione con gli altri, dimostrando a se stessi che le convinzioni personali che si hanno verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo sono proprio giuste e non andrebbero cambiate.

Credo che sia ora di introdurre la formula G di Eric Berne e di fare un esempio pratico, in modo da ricondurre la teoria alla realtà della vita quotidiana.

La Formula G: qual è la struttura di un gioco?

Eric Berne ideò una formula che potesse descrivere lo svolgimento di un gioco e che ne individuasse la struttura di base.

La formula è la seguente:

Gancio + Anello = Risposta –> Scambio –> Confusione –> Tornaconto

Giuro che questa formula è ben più semplice di quella che si vede in questa immagine: vediamo di spiegarla!

Inizio la spiegazione della formula partendo dai primi due “numeri” che vedete a sinistra: il Gancio e l’Anello.

Cosa succede di solito se provate a mettere un anello di ferro sopra ad un gancio? Si incastrano a vicenda!

Quest’esperienza comune che vi sarà sicuramente capitata se, almeno una volta nella vita, avete vissuto la sfortuna di avere la macchina guasta e di farvi trainare da un carro-attrezzi spiega abbastanza bene come inizia un gioco.

Infatti, allo stesso modo, le persone iniziano alcune scambi relazionali con gli altri proponendo un Gancio, che funge da stimolo per il proprio interlocutore.

Il Gancio è una frase, un gesto, un qualsiasi stimolo interpersonale che invita l’altra persona ad iniziare il gioco.

Ciò significa che il gioco può iniziare solamente se il proprio interlocutore accetta il gioco: per farlo, è necessario che il primo giocatore conti su una “debolezza” dell’altro che può sfruttare a suo vantaggio, che viene definita Anello.

Faccio un esempio pratico: immaginiamo che io sia una persona lamentosa che senta il bisogno compulsivo di farsi aiutare dagli altri.

Non credo in me stesso e nelle mie risorse e vivo la mia vita cercando dei salvatori che possano aiutarmi a fare quello che io credo di non riuscire a fare (anche se sotto sotto le risorse ce le ho, ma quella è un’altra storia … di cui si può parlare a terapia!).

Alla luce di questa premessa, è molto probabile che io viva numerose relazioni in cui cerco di essere aiutato dagli altri: per questo, il mio Gancio è spesso una richiesta di aiuto con relativo senso di impotenza da parte mia.

Ecco, ora immaginate questo: cosa succederebbe se incontrassi una persona che si prodiga sempre per gli altri, che vive la sua vita da crocerossina, che non riesce proprio a dire di no a chi ne ha più bisogno?

Scommetto che stiamo pensando la stessa cosa: se incontrassi una persona del genere sarebbe per me una cosa bellissima, una vera salvezza!

Per questo motivo l’Anello, in questo esempio, è rappresentato dalla “debolezza” dell’altro, che è quella di prendersi cura degli altri senza dire mai di no, magari mettendo da parte anche se stessa pur di compiacere chi ha bisogno.

Quindi: io chiedo aiuto, l’altro risponde aiutandomi … il gioco è iniziato!

Aiutarsi a vicenda e sostituirsi all’altro sono due modi molto diversi di prestare aiuto: il primo valorizza la parità di valore tra due persone, il secondo no.

Tornando alla nostra formula, la terza variabile che incontriamo è quella della Risposta, che equivale alla serie di transazioni che costituiscono il gioco in sé.

Sempre nel nostro esempio, la serie di Risposte che otterremo sarà una certo numero di richieste di aiuto da parte mia ed i relativi tentativi di salvataggio da parte della mia crocerossina preferita.

Ad un certo punto, però, accade il fattaccio: siamo arrivati allo Scambio! Ed è qui che le cose si fanno interessanti (come se non lo fossero già).

Infatti, come dicevo all’inizio del nostro esempio, io vivo la mia vita da vittima e cerco esplicitamente aiuto, ma inconsciamente non voglio essere aiutato perché credo fermamente di non essere importante e che, in fine dei conti, degli altri non ci si può fidare.

Quindi cosa faccio? Chiedo continuamente aiuto ma svaluto i tentativi di salvataggio che ricevo, arrivando addirittura a dire all’altro giocatore: “Sai che c’è? Tutti i tuoi consigli non servono a nulla perché li ho provati e non funzionano, per cui il tuo aiuto è stato inutile!” oppure “Tu mi aiuti tanto ma alla fine le cose non vanno mai per il verso giusto, quindi non mi servi più, non sei la persona giusta” e così via.

Il ruolo che ho giocato è stato quello della pecorella smarrita, ma sotto la mia finta pelliccia morbidosa ero un lupo pronto ad azzannare l’altro ed a riconfermare a me stesso che degli altri non ci si può fidare.

E l’altro giocatore cosa fa? Beh, era partito da una posizione da crocerossina salvatrice e si ritrova attaccato e con le spalle al muro, quindi i ruoli si sono invertiti: ora lui/lei è la vittima, ed io sono un persecutore.

Tenera foto di una pecorella smarrita.

Questo è il momento dello Scambio, a cui segue il momento della Confusione perché ognuno di noi due non sa cosa è successo a livello profondo nella relazione, ma sa che sta provando forti sensazioni sgradevoli connesse a sé ed all’altro.

Quindi arriviamo alla fine del nostro gioco: il Tornaconto.

Cosa hanno ottenuto i nostri giocatori alla fine della fiera?

Un bel sacchetto di stati d’animo negativi e la ri-conferma delle proprie credenze negative su sé, sul mondo e sugli altri.

“I matti capitano sempre a me”… e se fossi tu a cercarteli?

Cominciamo a riprenderci le nostre responsabilità: se ti capita spesso di lamentarti che “i matti capitano sempre a me” prova a chiederti cosa fai per attirarli nella tua vita!

Ognuno di noi si muove nel mondo con una bella maglietta invisibile addosso, con su scritti degli slogan del tipo: “Io ti salverò”, oppure “io ho bisogno di essere salvato”, oppure “guai a te se ti avvicini” e così via.

Queste magliette rappresentano i giochi psicologici che ci piace giocare con gli altri ed i ruoli che ricopriamo di solito.

Per smettere di vivere queste relazioni ripetitive che portano solamente a stati d’animo negativi bisogna fare un primo importante passo: mettersi gli occhiali della consapevolezza e riconoscere la maglietta che si porta addosso.

Solo nel momento in cui siamo consapevoli di noi stessi, di chi siamo, di qual è la nostra storia relazionale possiamo ri-decidere di avere un futuro relazionale diverso dal nostro passato.

Se questo non accade potremmo essere condannati a ripetere sempre le stesse cose, sempre le stesse relazioni, arrivando sempre al punto di essere con un amico davanti ad un caffè, ad una birra ed esclamare: “I matti capitano sempre a me!“.

La fame di riconoscimento da parte degli altri: la sua importanza e le conseguenze psicologiche

Molte persone sono portate a pensare che la “fame” sia solamente quella biologica, connessa ai bisogni primari.

Si parla di fame quando si è a tavola, a casa o con gli amici, sicuramente non quando si è nello studio di uno psicologo!

Beh, sbagliato!

In realtà, la fame di riconoscimento da parte degli altri è un bisogno innato che è intrinsicamente presente nell’essere umano.

L’uomo in quanto tale è un animale sociale: tende a vivere in gruppo (la società, la famiglia, ecc.) ed a interagire con altri esseri viventi come lui.

A riguardo è interessante il pensiero di Martin Buber, filosofo austriaco il cui pensiero è stato ripreso anche nella psicologia, che afferma che l’essere umano può definirsi in quanto tale solo in relazione con un altro essere umano.

Ciò significa che io sono io fintanto che esiste un tu, un diverso-da-me, che mi aiuta a definirmi attraverso il dialogo ed il riconoscimento reciproco.

Oltre alla dimensione filosofica, la psicologia ha dimostrato l’importanza del riconoscimento da parte degli altri ben più di una volta durante gli ultimi 100 anni.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di carezze: esse sono unità di riconoscimento e sono fondamentali per il nostro benessere.

Un bambino piccolo, magari appena nato, che viene lasciato a sé stesso senza cure né carezze, si trova in una situazione critica che minaccia la sua stessa sopravvivenza.

Le carezze sono così importanti per la nostra sopravvivenza che vale la regola che è meglio una carezza negativa che nessuna carezza!

Quali sono le implicazioni di questa regola?

La prima implicazione, quella più logica che salta alla mente, è il fatto che le persone tenderanno a riproporre schemi relazionali disadattivi pur di ricevere carezze.

Questa è una delle spiegazioni più comuni per il fatto che alcune persone tendono a farsi del male in relazioni specifiche con partner, familiari ecc. in modalità cicliche e ripetitive (che Berne chiama “giochi”, ma sarà materiale per un altro articolo).

Magari queste persone sono anche consapevoli dei loro schemi disadattivi, ma non hanno modalità alternative e più salutari per ottenere riconoscimento da parte degli altri e quindi carezze.

Ovviamente la questione riguardante l’apprendimento di schemi relazionali disfunzionali e la loro permanenza nella vita delle persone è ben più complessa di così, ma le carezze giocano un ruolo importante all’interno del grande schema del funzionamento umano.

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