Quando il gioco non è più divertente: il fenomeno del gioco d’azzardo

Questo articolo sul gioco d’azzardo è stato scritto dalla dott.ssa Carmen Di Rosa, psicologa, a cui ho chiesto gentilmente di scrivere qualcosa da poter postare sul mio sito.

Quello che state leggendo è il frutto di questa richiesta: una breve ma interessante introduzione alla definizione di gioco d’azzardo.

Alla fine dell’articolo vi lascio i contatti della dott.ssa Di Rosa, nel caso vogliate approfondire l’argomento, e la bibliografia. Buona lettura!

Il gioco d’azzardo nella società odierna è un fenomeno sociale, culturale e con ampi risvolti sia psicopatologici che criminologici: quanto padroneggiamo questo argomento?

Sappiamo riconoscere quando il gioco d’azzardo diventa così incontrollabile da essere una malattia?

Per prima cosa vediamo cosa si intende con il termine gioco.

L’enciclopedia Treccani lo definisce “Esercizio singolo o collettivo a cui si dedicano bambini o adulti, per passatempo, svago, ricreazione, o con lo scopo di sviluppare l’ingegno o le forze fisiche. Anche, pratica consistente in una competizione fra due o più persone, regolata da norme convenzionali, e il cui esito, legato spesso a una vincita in denaro (posta del gioco), dipende in maggiore o minore  misura dall’abilità dei contendenti e dalla fortuna”.

Pertanto il gioco è un’azione libera, situata al di fuori della vita consueta, a cui di norma non è legato un interesse materiale e che si compie entro uno spazio definito secondo un ordine e delle regole.

Dopo aver definito le caratteristiche del gioco, evidenziamo le particolarità del gioco d’azzardo.

Il termine deriva dall’arabo “az-zhar” che significa “dado”.

Studi antropologici hanno ipotizzato che la sua primitiva funzione fosse quella di sondare o indirizzare il Fato; una sorta di pratica magica, espressione della volontà divina, che alleviasse le angosce relative all’imprevedibile e consentisse di prevedere il destino.

Nell’antichità quindi l’esito casuale di un tiro di dadi o di un’azione equivalente serviva ad esempio a regolare lo scambio di proprietà, a risolvere dispute o a scegliere i candidati per determinati compiti.

Perché si tratti di gioco d’azzardo è necessario che ci siano delle condizioni fondamentali: il denaro, o un altro oggetto di valore, viene messo in palio attraverso una scommessa; la posta in gioco non può più essere ritirata; l’esito si basa totalmente sul caso, in quanto il gioco d’azzardo comporta il rischiare qualcosa di valore nella speranza di ottenere qualcosa di valore maggiore.

Tra i molti tipi di gioco d’azzardo presenti nel mondo occidentale ricordiamo le carte e i dadi, i giochi da casinò, le scommesse, le lotterie, il lotto e superenalotto, i Gratta e Vinci, le slot machines e videolottery, i giochi online.

Ma quindi, in fondo tutti i tipi di giochi possono essere considerati d’azzardo?

La risposta, fortunatamente, è no.

In base alla definizione appena data, per esempio non è gioco d’azzardo il biliardo: per giocare si paga solitamente una quota, ma non si scommette sull’esito della partita, che dipende in gran parte dall’abilità dei giocatori.

Allo stesso modo, non è gioco d’azzardo la tombola: sebbene la vincita dipenda totalmente dall’esito incerto dell’estrazione, i premi sono ripartiti equamente e lo spirito del gioco non è tanto vincere la maggiore somma di denaro, quanto trascorrere tempo in compagnia.

Viceversa, rientra tra i giochi d’azzardo il bingo, la cui logica è apparentemente analoga a quella della tombola, con la differenza sostanziale che non tutto l’ammontare che deriva dalla vendita delle cartelle si traduce in premi.

Nel bingo si gioca per vincere molto più di quanto si è pagato e i ritmi serrati di estrazione – circa 7 minuti per 90 numeri – non si prestano ad una forma di socialità.

Occorre fare un’importante precisazione. In molte culture è consuetudine scommettere su giochi ed eventi, e la maggior parte delle persone lo fa senza avere problemi: infatti non è il semplice incontro con il gioco che porta necessariamente all’evoluzione di un quadro patologico, ma sono necessari diversi elementi per trasformare una innocua attività in una condotta di dipendenza.

Ogni tipo di dipendenza è sempre la risultante di un processo che vede la contemporanea presenza e l’interazione di fattori diversi legati alla persona (biologici, psicologici, fasi evolutive), al contesto microsociale (famiglia, ambiente di vita), macrosociale (momento storico, culturale, economico) ed all’incontro con una sostanza o la sperimentazione di un comportamento: in questo caso, il gioco.

La frequenza del gioco d’azzardo può essere correlata più al tipo di gioco che alla gravità complessiva del disturbo: per esempio, acquistare un singolo biglietto Gratta e Vinci ogni giorno può non essere problematico, mentre una minor frequenza di casinò, sport o giochi di carte può essere parte di un disturbo da gioco d’azzardo.

In modo simile, la quantità di denaro spesa nelle scommesse non è di per sé indicativa del disturbo da gioco d’azzardo.

Alcune persone possono scommettere moltissimi soldi al mese e non avere problemi di gioco, mentre altre possono scommettere quantità molto più piccole ma fare esperienza di sostanziali difficoltà correlate al gioco d’azzardo.

Infatti non importa la quantità, ma la qualità in termini di rapporto tra il giocatore ed il gioco, così come avviene per qualunque tipo di dipendenza tra il soggetto e la sostanza da cui dipende.

Essere un giocatore patologico significa perdere completamente il controllo del proprio comportamento, tanto da non riuscire a smettere di giocare finché non si è perso tutto; il gioco, in questo caso, compromette la vita affettiva, sociale e lavorativa della persona.

Al termine di questa breve presentazione possiamo affermare che non è facile ignorare qualcosa che è costantemente davanti ai nostri occhi sotto forma di pubblicità continue, Gratta e Vinci esposti a decine nelle tabaccherie, slot machines nei bar, applicazioni per smartphone così semplici da usare e divertenti.

Non è facile, ma è obbligatorio fermarsi anche solo un momento a pensare all’approccio al gioco nostro e di chi ci sta intorno.

Perché si sa, superata una certa soglia… Rien ne va plus.

Contatti della dott.ssa Carmen Di Rosa:

Via del Casale Giuliani, 11 – 00141 Roma

Email: psicarmendirosa@gmail.com

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Numero di telefono: 3663953276

Bibliografia:

American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta Edizione, DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Caritas Roma (2016). I rischi del gioco d’azzardo. Considerazioni sul fenomeno e sulle sue conseguenze. Roma: Trullo Comunicazione srl.

Cohen, M. – J. Hansel (1956). Risk and Gambling, The Study of Subjective Probability. New York: Philosophical Library.

Coriale, G. et al. (2015). Disturbo da gioco d’azzardo: epidemiologia, diagnosi, modelli interpretativi e trattamento. Rivista di Psichiatria, 50 (5), 216-227.

I genitori di bambini DSA possono sperimentare più stress familiare

I genitori di bambini DSA possono sperimentare più stress familiare.

Qual è la relazione tra una diagnosi di DSA e lo stress familiare? Che tipo di consigli e di attività possono essere utili a questo genere di famiglie?

La dott.ssa Gamboni risponde a queste domande nell’articolo di questa settimana.

L’articolo di questa settimana è a cura della dott.ssa Laura Gamboni, psicologa che si occupa del tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento sia in ambito diagnostico che di terapia.

Per richiedere informazioni oppure per avvalersi del servizio psicologico della dott.ssa Gamboni è possibile contattarla al seguente indirizzo email: gambonilaura@gmail.com

Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento?

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.) hanno un’origine neurobiologica che vede una componente genetica, ormai riconosciuta, associata ad altri fattori di rischio che possono insorgere nel periodo pre o peri natale.

Pur non trattandosi di un disturbo di origine “psicologica”, un’ampia letteratura ha evidenziato come i DSA possano avere conseguenze importanti sull’area del benessere emotivo e numerosi studi hanno evidenziato un’associazione tra DSA e difficoltà emotive, in particolar modo nelle popolazioni di adolescenti.

Che legame esiste tra una diagnosi di DSA e lo stress familiare?

Nella pratica clinica emerge, tuttavia, come le implicazioni di una diagnosi di DSA possano essere fortemente modulate dalle caratteristiche del sistema.

Con il termine “sistema” si intende una totalità composta da parti, ben distinte le une dalle altre ma interagenti tra di loro e tendenti all’equilibrio (Gambini, 2007).

All’interno di questo sistema, un ruolo centrale è rivestito sia dalla scuola che dalla famiglia.

Attualmente troppo spesso il lavoro del clinico si limita all’intervento sul bambino/a o sul ragazzo/a, allo scopo di potenziarne le abilità residue e compensare i deficit, mentre frequentemente viene trascurata l’analisi delle risorse e/o dei disagi familiari.

Nella presa in carico dei bambini con DSA il clinico riscontra di frequente la necessità di approfondire delle tematiche che vanno dalle caratteristiche personali del singolo sino a coinvolgere anche i genitori e il sistema familiare nel suo insieme.

Infatti, le famiglie in questione sperimentano spesso elevati carichi di stress familiare: dallo stress delle figure genitoriali, spesso inopportunamente oberate dai doveri educativi, alle “discussioni” fra i coniugi inerenti le modalità educative da adottare, fino da arrivare alle difficoltà relazionali che possono insorgere con il proprio figlio/a nella gestione delle richieste scolastiche.

Nello specifico, l’obiettivo di questo breve articolo sarà quello di fornire ai genitori delle chiarificazioni e degli utili consigli riguardo la problematica dello stress familiare nelle famiglie con bambini DSA, con lo scopo di favorire il benessere intrafamiliare.

Cosa ci dice la letteratura scientifica a riguardo?

La letteratura scientifica che si è occupata di studiare gli aspetti legati all’ambiente familiare nei DSA si è sviluppata soprattutto nell’ultimo decennio.

Alcuni studi, in particolare, quello di Snowling, Muter e Carrol (2007) ha evidenziato che circa il 74% dei genitori, di bambini in possesso di diagnosi di DSA, dichiara che le difficoltà del figlio avevano avuto un impatto da medio a severo sulla vita in famiglia e le madri hanno riportato livelli elevati di ansia e depressione.

Per quanto riguarda il contesto italiano, Bonifacci, Montuschi, Lami et al. (2013) hanno potuto osservare maggiori livelli di stress familiare nei genitori di bambini con DSA rispetto a un gruppo di genitori di bambini con sviluppo tipico.

Infine, emblematico è lo studio condotto da Waggoner e Wilgosh (1990), il quale ha esaminato i motivi di disagio di questi genitori, prima e durante il trattamento: lo stress emotivo e fisiologico era legato alla terapia, alle relazioni negative con gli insegnanti non cooperativi e poco informati, al tema della diversità percepita rispetto agli altri compagni e alla preoccupazioni sul futuro; nonostante la presenza di stress emotivo e isolamento causati dalle difficoltà nell’apprendimento, ciò non escludeva comunque la possibilità di avere delle esperienze familiari positive.

Che tipo di aiuto necessitano queste famiglie?

Da questi dati si evince, pertanto, la necessità di far fronte alla richiesta di aiuto e sostegno di queste famiglie che non può rimanere inespressa, partendo da un lavoro di rete tra famiglia, scuola e con chi si occupa di seguire il bambino nei compiti e/o nella terapia (tutor DSA, logopedista, psicologa).

Il sostegno che la scuola deve fornire dovrà, pertanto essere quello di stendere un Piano Didattico Personalizzato (P.D.P.) basato sulle specifiche necessità dell’alunno:

  • Punti di forza
  • Punti di debolezza
  • Obiettivi che si intendono raggiungere
  • Metodiche
  • Strumenti
  • Tempi

Il servizio offerto ai genitori di bambini con DSA prevederà attività di parent-training di valore psico-educativo e un sostegno alla genitorialità.

Il parent training è un’attività di formazione di gruppo diretta da conduttori esperti e rivolte ai genitori di bambini con particolari difficoltà.

Questo tipo di formazione si focalizzerebbe sulle seguenti tematiche:

  • Aiutare i genitori a comprendere la natura dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento
  • Affiancare i genitori durante i trattamenti riabilitativi del proprio figlio
  • Offrire consulenza ai genitori su eventuali problematiche educative

Invece, un intervento di sostegno alla genitorialità deve avere come obiettivo la valorizzazione del diverso ruolo delle figure genitoriali e di altro genere (insegnanti, parenti stretti, educatori) in grado di agire in modo sinergico nell’accompagnamento del bambino nel percorso scolastico e nella crescita affettiva, evitando di sovraccaricare un’unica persona di riferimento.

Bigliografia

BONIFACCI, P.- MONTUSCHI, M.- LAMI, L.- M.J. SNOWLING (2013). Parents of children with dyslexia: Cognitive, emotional and behavioural profile. “Dyslexia”, Vol. 20, 2, 175-190

GAMBINI, P. (2007). Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano: FrancoAngeli

SNOWLING, M.J.- MUTER, V.- J. CARROL (2007). Children at family risck of dyslexia: A follow-up in early adolescence. “Journal of Child Psychiatry”, Vol. 48, 6, 609-618

WAGGONER K.- L. WILGOSH (1990). Concerns of families of children with learning disabilities. “Journal of Learning Disabilities”, Vol. 23, 2, 97-98