Nella caverna dello stregone: cosa succede nello studio dello psicologo

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Lo studio dello psicologo come la caverna di uno stregone?

Sembra un paragone azzardatissimo, lo so, ma per molte persone lo studio di uno psicologo è un luogo sconosciuto in cui convergono fantasia e realtà, coesistendo allo stesso momento: una specie di scatola del gatto di Schrodinger.

Psicologo o stregone? Professionista oppure mago? Anche questo gattone sembra abbastanza confuso …

Dopotutto non è colpa loro; ci sono vari fattori che influenzano la percezione dello psicologo e del suo mestiere, alcuni di tipo sociale ed altri di tipo personale (ad esempio le aspettative verso la terapia).

Quindi, per iniziare a leggere questo articolo col piede giusto, vi invito a flettere i muscoli della vostra immaginazione e di seguirmi attraverso il viaggio immaginativo che sto per proporvi.

Ok, cominciamo: immaginate di catapultarvi per un secondo nella giungla Africana.

Siete di fronte all’ingresso di una vasta caverna coperta dalla vegetazione, dal cui interno provengono solamente alcune luci fioche.

La caverna dello stregone: siete pronti ad entrare?

Da questa informazione ipotizzate che sia abitata, che ci sia qualcuno dentro: non siete tanto convinti di voler entrare, ma vi fate forza mentalmente ripensando alle parole rassicuranti che vi ha detto una vostra vecchia conoscenza.

Vacci perché ne vale davvero la pena! È molto bravo, io sono rimasta colpita, adesso sto molto meglio.

Anche voi vorreste stare molto meglio rispetto a come state adesso, per cui avete seguito il consiglio della vostra amica e vi siete presentati di fronte alla caverna dello stregone.

Facendo un respiro profondo, varcate la soglia dell’entrata e subito l’oscurità vi circonda, per lasciare presto il posto al baluginio di qualche candela dopo una ventina di passi.

Sulle pareti notate simboli mistici, che sembrano così logori e sbiaditi che ipotizzate possano essere lì da decenni.

“Magari sono stati disegnati da qualche antenato!” pensate, mentre riuscite a distinguere qualche parola intellegibile tra un simbolo e l’altro; parole come “Freud”, “Jung”, “Bowlby” … “chi saranno mai stati questi tizi?” vi chiedete, poi con una scrollata di spalle andate avanti.

Seguite la scia delle candele poste a terra per arrivare, infine, al termine del corridoio di roccia.

In questa zona della grotta il misticismo assume forme ancora più nuove e magiche: ci sono tavoli addobbati con utensili di vario tipo, polveri, scodelle di legno da cui fuoriescono vapori e fumi di densità e colori diversi.

Campanelle tintittano dal soffitto, e riuscite a distinguere anche un paio di Acchiappasogni che ondeggiano ritmicamente.

Dopo aver dato un’occhiata generale al luogo in cui vi trovate, il vostro sguardo si focalizza al centro della stanza, dove riuscite a distinguere due sedie in legno poste una di fronte all’altra.

Su una di esse, siede lo stregone.

“Per essere uno stregone è vestito bene!”, pensate, mentre osservate la camicia a righe ben abbottonata ed i pantaloni ben stirati che indossa.

Se doveste giudicare dal suo aspetto professionale, vi verrebbe quasi voglia di pensare che quella del misticismo è tutta una farsa, che è tutto un bell’addobbo fantastico che è lì solo per fare scena.

Che, in fin dei conti, quello dello stregone è un lavoro come un altro e che anche loro devono apparire professionali, che abbiano presunti poteri magici oppure no.

Mentre ascoltate la parte più razionale di voi, vi rendete conto che c’è un’altra parte, quella che era spaventata poco prima di varcare la soglia della caverna, che sembra proprio aggrappata alla fantasia che quello è uno stregone bravissimo che grazie alle sue arti arcane ed ai suoi decotti mistici riuscirà a guarirvi da ogni male e da ogni sofferenza.

Quello che voi dovrete fare, pensate, sarà solo ascoltare i suoi consigli e seguire le pratiche magiche che vi indicherà: poi, sicuramente, starete meglio.

In generale gli psicologi non sono dipinti di verde, ma l’immagine rendeva abbastanza l’idea.

Mentre formulate questi pensieri, soffermate lo sguardo sul suo viso e vi stupite della presenza di un grosso mascherone Africano.

C’era già prima o è la vostra immaginazione? Stona abbastanza con il resto del vestiario … prima che possiate trovare una risposta a questa domanda, sentite una voce gentile provenire da dietro il mascherone.

“Prego, si accomodi!”.

E la seduta comincia.

Che cosa succede nello studio dello psicologo?

Ok, usciamo dalla fantasia e torniamo alla realtà: perché ho utilizzato questa storiella sullo stregone per descrivere ciò che NON avviene nello studio di uno psicologo?

Beh, innanzitutto perché è divertente e, come un buon Analista Transazionale che si rispetti, so che curare il proprio Bambino Libero è importante (scriverò un articolo anche su questo, giuro).

Il secondo motivo è che, come dicevo all’inizio, le persone si approcciano allo studio di uno psicologo armati di fantasie, aspettative, conoscenze pregresse e dicerie che spesso non trovano spazio sul piano oggettivo di realtà.

Una delle più fantasie più comuni è che lo psicologo sia un dispensatore di consigli e di soluzioni: inserisci la monetina e questo baldanzoso laureato ti darà la soluzione che ti aspettavi.

Un pò come uno stregone che, grazie alle sue doti alchemiche, prepara la pozione che risolverà il problema del paziente garantendone la guarigione.

Sembra un’esagerazione ma su un piano profondo alcuni pazienti si approcciano così alla terapia, del tipo: “dottore io sono malato, lei mi deve guarire“.

Se usciamo dal racconto fantastico che diciamo a noi stessi, così come siamo usciti dalla simpatica storiella ambientata in Africa, e approdiamo sul piano di realtà, ci rendiamo conto che quello tra psicologo e paziente è un rapporto paritario di responsabilità.

Eric Berne parlava di Okness: io sono Ok, tu sei Ok, entrambi abbiamo lo stesso valore e dignità in quanto esseri umani.

Lo psicologo non ha poteri mistici: ha la sua professionalità; il suo rispetto per l’etica e la deontologia; ha la sua conoscenza maturata in tanti anni di studio e la sua esperienza sul campo.

Questo è tutto ciò che mette sul tavolo delle relazione terapeutica: in un ipotetico gioco di carte tra psicologo e paziente, questa è la mano che ha lo psicologo.

Ed il paziente invece? Su che carte può contare?

Il paziente mette in gioco la sua motivazione al cambiamento; le sue energie fisiche, mentali ed economiche; la sua storia personale, perché è proprio importante che sia il paziente a decidere su cosa vuole lavorare ad ogni seduta (sempre nell’ottica di raggiungere un obiettivo prefissato assieme).

Quindi, piuttosto che avvicinarsi alla porta dello studio e mettere mano al portafogli per tirare fuori la monetina da scambiare per il consiglio, credo che sia proprio utile chiedere a se stessi:

Di cosa voglio prendermi cura oggi?

In questo modo si può abbandonare la fantasia della cura miracolosa e rendersi protagonisti attivi di un percorso di cambiamento che, guardate un pò, potrebbe costare anche fatica e sudore.

Ma alla fine, sapete che soddisfazione!

Sì ok, tutto molto interessante, ma praticamente che cosa succede nello studio dello psicologo?

Se vi state facendo questa domanda, ecco la risposta: innanzitutto ci si saluta cordialmente.

Uno degli elementi più importanti per un lavoro terapeutico proficuo è l’alleanza tra psicologo e paziente, e l’alleanza passa attraverso la gentilezza, l’empatia, il calore umano.

Nello studio dello psicologo ci si allea per raggiungere un obiettivo comune, assieme.

Come esseri umani, ci ammaliamo nelle relazioni e guariamo nelle relazioni: per questo è così importante rendere l’ambiente della terapia un luogo protetto scevro da giudizi critici.

In secondo luogo, ci si presenta.

È la base dell’interazione umana: d’altronde, come fate a fidarvi di una persona che non conoscete?

Perciò, una delle cose più comuni che fa lo psicologo è dire chi è, di cosa si occupa, dove lavora: le informazioni che si danno al paziente variano in base alla propria personalità, c’è chi si racconta di più e chi si racconta di meno.

Quello che è importante tenere a mente è che la relazione terapeutica non è una relazione d’amicizia, perciò non la considerate come tale.

Ci sarà una vicinanza emotiva importante, ma ci sarà anche la giusta distanza per cogliersi come individui separati ed accomunati da uno scopo comune: raggiungere il cambiamento desiderato dal paziente.

In terzo luogo (ma non è detto che sia per forza questo l’ordine), lo psicologo vi delineerà le regole del setting, perché anche le regole sono importanti per il processo terapeutico.

Le regole rappresentano il primo accordo che ci sarà tra voi e lo psicologo; saranno la cornice attraverso cui si muoverà la terapia, gli argini del fiume in cui navigherà la vostra barca.

Le regole riguardano tanti aspetti del lavoro terapeutico: orario, frequenza, pagamento, disponibilità telefonica e così via.

È a questo punto che firmerete i fogli legati alla privacy: non vi preoccupate, non si tratta di contratti diabolici Faustiani, ma di misure protettive che hanno come obiettivo quello di tutelare sia voi che il professionista.

Infine, lo psicologo comincerà a farvi delle domande rispetto al motivo per cui vi siete rivolti a lui/lei: questo era facile aspettarselo, no?

Da qui inizia il processo di definizione del problema tra voi e lo psicologo, a cui seguirà la contrattazione di un obiettivo di lavoro comune.

Ci possono essere variazioni sulla procedura in base al tipo di formazione del professionista, ma in generale questo è ciò che accade nel primissimo incontro nello studio di uno psicologo.

Niente di particolarmente magico, giusto?

Ed è meglio che sia così: reale e concreto, piuttosto che mistico e misterioso.

C’è un “discorso” che Lorna Smith Benjamin, rinomata psicoterapeuta americana che ha ideato il modello della Terapia Ricostruttiva Interpersonale, usa spesso fare ai suoi pazienti quando deve descrivere il processo terapeutico.

Mi piace molto la concretezza di queste parole, che vi riporto testualmente di seguito:

La Terapia Ricostruttiva Interpersonale inizia con l’apprendere a riconoscere i propri modi di fare, da dove provengono e a che cosa servono. Una volta visto ciò con chiarezza, si può decidere se cambiare o no. Infine, si può iniziare a lavorare per imparare nuovi e migliori modi di fare.

Dopo aver detto queste parole, la Benjamin spesso aggiunge: “è tutto qui“.

Eh sì, è proprio tutto qui, senza nessuna magia.

Pubblicato da

Antonello Mattia

Mi chiamo Antonello Mattia, sono uno psicologo e scrivo articoli riguardanti il mondo della psicologia e della psicoterapia, parlando di concetti complessi in modo fruibile e divertente.

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