L’epidemia COVID-19 vista (e sentita) dagli occhi (e dalla pancia) di uno psicologo

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Inizialmente non volevo scrivere questo articolo.

Non volevo scriverlo perché non volevo aggiungere l’ennesima voce al coro di voci che in questi giorni, anzi, in queste settimane stanno discutendo sul tema del Coronavirus.

Credo che sia un’opinione comune il fatto che siamo bombardati di articoli; reportage; statistiche; opinioni di esperti del settore, di politici, di professionisti che lavorano in ospedale.

Questo gigantesco flusso di informazioni può essere utile nella misura in cui il singolo individuo riesce a cogliere quella minuscola parte che gli permette di essere informato rispetto a ciò che sta accadendo nel resto del mondo, in modo obiettivo e senza costruzioni personali da parte dell’emittente del messaggio.

Il resto, credo, è principalmente rumore di sottofondo che può avere un impatto decisamente negativo su di noi, sul nostro umore e sulle modalità che stiamo personalmente utilizzando per gestire questa epidemia da Coronavirus.

Come ha ben detto una professoressa della scuola di formazione in psicoterapia che frequento ormai da quattro anni, mentre eravamo alla nostra prima giornata di formazione online:

“La televisione ci espone ad una ri-traumatizzazione continua”.

E trovo che ci sia della verità in queste parole.

Trovo che siano vere perché non sottovalutano la gravità del problema (quello che sta accadendo nel mondo ha, d’altronde, delle importanti potenzialità traumatiche) ed essere continuamente esposti ai numeri dei contagi, dei decessi ecc. può non fare altro che mettere sale su una ferita che è stata appena aperta.

Un consiglio: in questi giorni, dai un limite alla quantità di tempo che dedichi alla televisione. Essere informati va bene, ma lo è nella misura in cui proteggi te stesso e riesci a gestire le tue emozioni riguardanti l’epidemia.

Quindi, perché sto scrivendo questo articolo?

Vedetelo più come il post di un blog personale che un articolo informativo come quelli che scrivo di solito.

L’obiettivo di questo articolo è condividere con voi quello che è stato il mio vissuto di queste due settimane, e lo faccio per due motivazioni principali.

La prima motivazione è per aiutare me, perché ho sempre pensato che la scrittura abbia un grande potere terapeutico.

Permette di mettere in fila i pensieri; di vederli nero su bianco su un foglio e di ragionarci su in modo più chiaro, molto più chiaro di quanto facciamo a volte con il nostro dialogo interno.

La seconda motivazione è per aiutare gli altri.

Non ho la presunzione di pensare che leggere come sono stato in questi giorni possa automaticamente far sentire bene qualcuno; tuttavia, sono uno psicologo e credo fortemente nel potere della condivisione delle esperienze e dei vissuti con altri esseri umani.

La condivisione dei pensieri e delle emozioni è un atto prezioso che “smuove” energia, e personalmente credo che mai come in questo momento ci sentiamo tutti sulla stessa barca, diretti chissà dove.

Per cui quello che voglio fare in questo articolo è sottolineare come sia importante condividere con gli altri come ci si sente, con il coraggio di vedere da vicino anche le emozioni che non piacciono, e nel farlo quanto possa essere importante rivolgersi ad un professionista delle relazioni d’aiuto.

Perché così ho fatto anche io: pensavate che lo psicologo non avesse bisogno di un altro psicologo? Beh, sorpresa!

La terapia personale è un aspetto molto importante del lavoro dello psicologo, ed in questi momenti di crisi lo diventa ancora di più. È necessario stare bene con se stessi per poter aiutare gli altri.

Quindi … come sono state per me queste settimane di quarantena? Ora ve lo racconto, e nel farlo mi piace l’idea di organizzare il mio vissuto in tre fasi.

Fase 1 – Va tutto bene, anzi un pò di vacanze non mi faranno male!

La prima fase della quarantena è stata, per me, un pò idilliaca.

Venivo da un periodo formativo e lavorativo abbastanza stancante, dovuto ai vari impegni legati alla formazione in psicoterapia ed al lavoro che faccio presso una scuola.

Come in tutte le crisi che si rispettano, il mio primo atteggiamento verso di essa è stato quello del diniego.

Una parte di me abbracciava l’idea che circolava per la maggiore nei primi giorni dell’epidemia, del tipo: “ma sì dai, sarà come l’influenza ma molto più contagiosa”.

Un’altra parte di me invece, più profonda ed inconscia, si cominciava a spaventare per ciò che sentivo nei telegiornali e leggevo su Internet, ma la tenevo a bada ricacciandola giù, rifiutandomi di ascoltare la spia d’allarme che si stava accendendo dentro di me.

Ho sfruttato i primi giorni di quarantena per sbrigare del lavoro arretrato; recuperare letture interessanti che avevo messo da parte; dedicarmi alle cose che mi piacciono e rilassarmi.

Il tutto, ovviamente, secondo i miei tempi personali, che è una lusso che spesso non riesco a permettermi durante la mia settimana tipo.

Un aspetto che mi è piaciuto molto rispetto al modo in cui il contesto intorno a me ha affrontato il primo impatto con l’epidemia da Coronavirus è stato l’aumento delle iniziative solidali nate e condivise attraverso i social.

I primi giorni di quarantena sono stati caratterizzati da una voglia generale di aiutarsi l’un l’altro, di mettere al servizio della comunità ciò che si sa fare bene al fine di aiutare gli altri, anche solo nello svagarsi, che in momenti come questo è davvero importante.

Vedere la solidarietà tra le persone è qualcosa che scalda l’animo, ero felice di ciò che vedevo, per cui questa emozione ha alimentato la mia percezione legata al pensiero: “andrà tutto bene, per adesso posso godermi questi giorni a casa nei modi in cui posso”.

Fase 2 – Forse non è tutto rose e fiori …

Eric Berne descrisse il bisogno di struttura che contraddistingue gli essere umani.

Quando ci troviamo in una situazione in cui non ci è imposta nessuna strutturazione del tempo, la prima cosa che tendiamo a fare è crearcene una.

Il nostro bisogno di strutturazione può riferirsi alla giornata che sto vivendo, ad esempio: “cosa farò oggi dopo pranzo?”, oppure può estendersi nel futuro, prossimo o lontano.

Come ha genialmente illustrato la psicoterapeuta Roberta Guzzardi in questa vignetta che posto qua sotto, l’epidemia di COVID-19 ci ha “intrappolati” in un gigantesco “qui ed ora”, dove è difficile fare piani per il futuro.

Potete trovare il resto del fumetto da cui è tratta questa vignetta sulla pagina Facebook “Rob Art Illustrazioni. Vi consiglio di farci un giro, ne vale la pena!

In queste settimane di epidemia da Coronavirus il futuro appare incerto e strutturarlo è difficile, soprattutto quando la sensazione generale è quella di navigare a vista.

Da bravo catastrofizzatore quale sono, la mia mente ha cominciato a giocarmi brutti scherzi, soprattutto per quello che riguarda i miei progetti personali.

Quando finirà la quarantena? Quando riuscirò a rivedere i pazienti che seguo dal vivo? Come impatterà questa epidemia sulla fine della mia formazione, che sarebbe arrivata tra pochi mesi? E l’esame di diploma?

Queste sono solamente alcune delle domande che mi sono posto ed anzi, come potete notare riguardano solamente la mia sfera lavorativa e formativa; tuttavia vi assicuro che anche le mie sfere personali e relazionali sono passate attraverso questo fiume di domande esistenziali.

Come una valanga che diventa sempre più grande ad ogni secondo che passa, ho cominciato a notare le implicazioni reali e le complicanze che l’epidemia da Covid-19 avrebbe avuto sulla mia vita.

Mi sentivo meno motivato a fare le mie solite cose; il mio tono umorale era basso, sentivo che sotto sotto c’era qualcosa che non andava.

A questo punto la spia d’allarme che avevo provato a non ascoltare nei giorni precedenti si è accesa nuovamente, e stavolta ho deciso di non ignorarla.

Oltre alla gioia che aveva contraddistinto le “ferie forzate” dei primi giorni, ecco che hanno cominciato a fare capolino anche la tristezza, la rabbia e la paura.

Tristezza per la perdita; rabbia per non riuscire a cambiare le cose; paura per il futuro che verrà.

A quel punto ho messo a fuoco un bisogno specifico: ho bisogno di parlarne, ho bisogno di un aiuto.

Ho deciso di chiamare la mia psicoterapeuta e ci siamo accordati per una terapia online in videochiamata, tramite Whatsapp: benvenuto nel 2020 Antonello!

All’inizio mi ha fatto un pò strano perché era la mia prima volta da paziente, ma ho riscontrato che la terapia online tramite videochiamata è un metodo efficace per chiedere un aiuto professionale.

A fine seduta mi sono reso conto che è stata una decisione saggia.

Condividere il mio vissuto con la mia psicoterapeuta mi ha aiutato a mettere a fuoco in modo specifico le emozioni ed i pensieri che stavo (e che sto) sentendo e pensando in questo periodo di emergenza.

Questo è il momento della storia in cui c’è la morale: non vergognatevi di chiedere aiuto.

Lo facciamo anche noi professionisti, ed anzi, noi siamo avvantaggiati perché essendo del mestiere sappiamo quanto bene può fare una terapia personale in questi momenti così difficili.

Tuttavia ci sono un sacco di persone là fuori che non sanno chi è lo psicologo o cosa fa; non sanno che può darti una mano a dare un nome a quello strano senso di inquietudine che si può provare a sentire parlare continuamente di Coronavirus.

Quindi eccoci qua, nuovamente, al senso dell’articolo: chiedete aiuto se ne sentite il bisogno, perché è importante prendersi cura di sé in questo momento.

Il sito dell’Ordine degli Psicologi del Lazio ha stilato una lista dei professionisti iscritti all’Albo che hanno dato la propria disponibilità a seguire pazienti tramite videochiamata.

Personalmente credo molto nella terapia personale, anche da professionista, e la mia esperienza è stata l’ennesima conferma del fatto che il lavoro che faccio può fare del bene alla comunità allargata.

Dopo la seduta ho percepito la crisi da Coronavirus in modo diverso, per quanto si tratti di un processo ancora in divenire.

Fase 3 – Strutturare il futuro, nonostante tutto

Ora sento di trovarmi in una posizione personale che è a metà tra la prima fase e la seconda : anzi, più che la metà, ne è la sintesi.

Riconosco la gravità di ciò che sta accadendo, le implicazioni reali a livello psicologico e sociale di tutto ciò che ha portato e porterà il Coronavirus E mi metto a ragionare sulle occasioni di crescita, sulle possibilità future, su ciò che posso fare e ciò che forse è meglio rimandare.

Sono tornato a pormi le domande fondamentali che ognuno dovrebbe porsi ogni tanto, soprattutto nei periodi di incertezza.

Cosa voglio per me in questo momento della mia vita? Che strategie posso adoperare per raggiungere quell’obiettivo, considerando il Coronavirus? Quali sono le risorse personali a cui posso attingere? Che tipo di supporto posso chiedere agli altri?

Valuto le possibilità, ragiono con uno sguardo al futuro per capire dove voglio andare, uno sguardo al presente per prendermi cura di come sto ed uno al passato per accettare quello che è successo.

Non è facile, non è scontato, non è una formuletta magica che basta dire una volta per stare meglio: presuppone un lavoro di equilibrio e di integrazione in cui mi destreggio facendo appello alle mie energie e risorse, ben sapendo che se cado posso chiedere aiuto.

Un buon equilibrista è colui che è tanto intelligente da proteggersi, anche durante il più difficile degli spettacoli. Infatti, l’equilibrista attento utilizzerà sempre una rete di protezione sotto di lui, che in questa metafora è composta dalle persone della nostra vita che possono aiutarci.

Come sarà il nostro futuro dopo che tutta questa storia del Coronavirus sarà passata?

A riguardo mi è piaciuta (e mi ha fatto ammazzare dalle risate, come suo solito) l’opinione dell’artista romano di fumetti Zerocalcare, che ha racchiuso in questo video e che vi riporto qua sotto:

“Ma mo che finisce tutto, che se inventeremo quando se vedremo allo specchio e staremo ancora allo sbando, isolati e non potremo neanche più accollà sti cocci al Coronavirus?”

Non ho una risposta a questa domanda, nessuno di noi può sapere con certezza cosa ci riserverà il futuro, ma credo che quello che possiamo fare è prenderci cura di noi stessi e ricominciare a costruire, nonostante tutto.

Grazie per aver letto il mio articolo fino in fondo, se ti è piaciuto una condivisione può essermi d’aiuto! Grazie mille 🙂

Pubblicato da

Antonello Mattia

Mi chiamo Antonello Mattia, sono uno psicologo e scrivo articoli riguardanti il mondo della psicologia e della psicoterapia, parlando di concetti complessi in modo fruibile e divertente.

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