Il Coping Power Scuola: un modo intelligente per impostare la scuola del futuro

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Giusto un mesetto fa ero su Facebook a badare agli affari miei quando ho notato l’immagine della locandina di un evento di formazione che si sarebbe tenuto presso la mia Università.

Spinto dalla curiosità legata al cercare di capire di cosa si trattasse, ho cliccato sul link in questione e, proprio in questo modo, sono entrato in contatto per la prima volta con il programma educativo Coping Power Scuola.

Dal cliccare su un’immagine su Facebook al convincermi a sacrificare un weekend della settimana per partecipare a tre giorni di formazione, con annessa spesa in denaro, ce ne passa: come potete immaginare, nella mia testa era appena iniziata una feroce battaglia tra l’idea di imparare qualcosa di nuovo ed il mio comodissimo divano.

Ci vado o non ci vado? Mah …

Complice il fatto che negli ultimi mesi ho ricominciato a dedicarmi al mondo della psicologia dello sviluppo, ho deciso di mettere da parte i miei sogni di ozio e pigrizia e di dare ascolto alla voce della mia curiosità.

Ho fatto bene? Assolutamente sì, sono stato contento di conoscere più da vicino il progetto del Coping Power Scuola, ed in cuor mio spero che la scuola del futuro abbia perlomeno una vaga somiglianza a questo programma educativo.

Cosa mi è piaciuto nello specifico? Come dovrebbe essere organizzata la scuola del futuro? In questo articolo vi espongo le mie impressioni.

La diatriba tra la didattica e l’educazione emotiva

Negli ultimi anni si è sentito parlare molto di intelligenza emotiva.

Ricordo che la prima volta in cui sono entrato a contatto col termine è stato durante il primo anno di università, quando uno dei prerequisiti del corso di Psicologia Generale era leggere il libro “Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman.

Il libro di Goleman è diventato ormai un classico sul tema dell’intelligenza emotiva.
(Copyright della foto: Aaron Graubart)

A ripensarci adesso, ben dieci anni dopo, sono contento che questo termine sia sempre di più sulla bocca di tutti: è importante che si parli di emozioni e soprattutto che se ne parli a scuola.

Istruire i bambini al concetto di emozioni ed alla loro gestione è un importante atto di prevenzione primaria che facciamo nei loro confronti.

Dopotutto, un bambino che sa riconoscere la rabbia quando la sta provando, che sa dargli un nome e che sa come esprimerla e gestirla in modo equilibrato sarà un adulto che non avrà bisogno di uno psicoterapeuta che gli insegni proprio questo.

La stessa cosa può essere detta per le restanti emozioni primarie: paura, tristezza e gioia.

Vista sotto questo punto di vista, fare educazione emotiva a scuola potrebbe essere una delle modalità migliori per risparmiarsi i soldi di una psicoterapia una volta diventati adulti.

A parte l’evidente provocazione di una frase del genere, molte problematiche che portano i pazienti nello studio dello psicologo sono connesse a problemi emotivi: spesso il paziente si “inceppa” su uno dei degli step del processo di elaborazione dell’emozione.

A riguardo, tanto per rinfrescarvi la memoria, gli step necessari sono: sentire l’emozione a livello corporeo ed averne consapevolezza; dare un nome all’emozione che si sta provando; riconoscere il bisogno legato ad essa; esprimerla attraverso modalità consone alla situazione.

Il fatto che venga effettuato un programma di educazione emotiva non rende il bambino totalmente immune a future problematiche di stampo emotivo: una certezza di questo tipo non esiste.

Tuttavia, esiste un vantaggio intrinseco nel saper fare una cosa sin da bambini e l’averla appresa molto più avanti da adulti: gli anni di esperienza.

Molti ginnasti agonisti, per diventare tali, cominciano ad allenarsi da giovanissimi, spesso dai 3 anni di età. Perché non considerare la stessa dose di allenamento per diventare bravi a gestire le emozioni?

Alla luce di quanto detto, come si coniuga un intervento educativo del genere con il resto della didattica scolastica?

È qui che casca l’asino, come dice il proverbio, perché sappiamo tutti che l’onnipresente bisogno degli insegnanti nella scuola italiana è quello di finire il programma in tempo per Giugno.

Per quanto ogni singolo insegnante gestisca i tempi di insegnamento a modo suo, decidendo di essere più o meno rigido rispetto al programma da seguire, è importante che qualsiasi intervento educativo sulle emozioni si coniughi con la didattica scolastica in modo equilibrato.

Va evitata a tutti i costi la percezione che gli interventi di educazione emotiva “tolgano tempo” alla didattica, come se esistesse una competizione piuttosto che una coesistenza.

Quando questo accade, gli insegnanti perdono motivazione nel seguire l’intervento, che viene visto come una cosa “in più” che non riesce a trovare il suo posto all’interno del programma da perseguire sino a Giugno.

Per tornare al tema di questo articolo: come si colloca il Coping Power Scuola in tutto questo discorso?

Il Coping Power Scuola: cosa mi è piaciuto

Il progetto Coping Power Scuola risolve l’annosa questione della rivalità tra didattica ed interventi educativi specifici esterni ad essa unendo le due cose: l’educazione emotiva diventa la didattica, e viceversa.

Mi spiego meglio: il Coping Power Scuola è un intervento educativo sull’insegnamento delle emozioni e del valore della cooperazione rivolto ai bambini della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e della scuola secondaria.

Come veicolo principale dell’intervento educativo, il Coping Power Scuola utilizza la narrazione di una storia che accompagna i bambini da Settembre sino a Giugno.

Ogni capitolo del libro è incentrato su un tema dell’educazione emotiva e della cooperazione; inoltre, è ricco di schede e di materiale che legano il tema delle emozioni alle materie come italiano, storia, scienze e così via.

Il Coping Power Scuola, quindi, non è un intervento educativo che si fa due ore a settimana, il lunedì o il venerdì: è un programma che si segue ogni giorno, perché è pieno zeppo di materiale che le insegnanti possono usare per spiegare ogni rispettiva materia.

Aggiungo anche un altro tasselo che ho apprezzato enormemente: il Coping Power Scuola è un intervento flessibile perché viene svolto direttamente dall’insegnante, che viene approfonditamente formato dallo psicologo.

L’insegnante può gestire i tempi e le modalità come vuole: ad esempio, immaginiamo un professore di storia che stia spiegando il periodo dei Romani ad una classe della scuola secondaria.

Il professore potrebbe benissimo inserire il tema delle emozioni all’interno della lezione:

  • Che emozioni avrebbe potuto provare un legionario prima della battaglia?
  • Che modalità poteva utilizzare il legionario per gestire la sua paura, se ce ne fosse stata?
  • Come si può essere sentito Bruto dopo aver pugnalato Cesare?
Ragionare sulle emozioni provate da un gladiatore; discutere assieme della competizione e della rivalità tra individui nei giochi gladiatori, che proprio non promuovevano la cooperazione: quanto sarebbe interessante una lezione del genere? Secondo me un sacco!

Il professore stimola il ragionamento degli alunni e si avvale di tutta una serie di strumenti scolastici che sono presenti nella classe e che sono previsti dal Coping Power Scuola: i cartelloni descrittivi delle emozioni; il Termometro delle emozioni; il cartellone del Token System di classe (per capire di cosa si tratta specificatamente, vi invito a leggere il libro del CPS, dove vengono spiegati molto bene).

Come potete immaginare, il Coping Power Scuola è un intervento creativo per l’insegnante, che può applicarlo sempre durante le sue lezioni utilizzando ciò che c’è scritto nel libro del CPS oppure inventando da sé.

Il filo rosso che dà direzione all’intervento di educazione emotiva è rappresentato dalla storia di cui parlavo sopra, ma gli insegnanti hanno parecchio spazio di manovra.

Questa modalità di lasciare il potere all’insegnante e collocare lo psicologo nel ruolo di supervisore del progetto aumenta di molto la frequenza di esposizione degli alunni al tema delle emozioni.

D’altronde, come ogni processo di apprendimento esistente, più si è esposti ad uno stimolo e più lo si impara velocemente.

Non deve venire uno psicologo da fuori la scuola per parlare di emozioni ai bambini per due ore a settimana: può farlo direttamente l’insegnante, che conoscono bene, tutti i giorni.

Ciò significa che esiste anche un vantaggio economico per la scuola, che deve pagare principalmente l’insegnante di ruolo (che avrebbe comunque pagato) e lo psicologo solamente per le ore di formazione e supervisione.

Rispetto alla supervisione, esiste anche la possibilità di farsi aiutare: l’insegnante non è lasciato a sé stesso, ma può avvalersi dell’aiuto dello psicologo che può dare consigli e formare ulteriormente, sempre con l’idea che l’intervento lo porterà avanti l’insegnante e non si sostituirà a quest’ultimo.

L’ultimo aspetto del Coping Power Scuola che mi è piaciuto molto è il fatto che valorizza la cooperazione tra gli alunni, piuttosto che la competitività.

Siamo così abituati a considerare la scuola come un luogo dove è necessario primeggiare, dove “mio figlio è meglio del tuo”, quando sarebbe molto più costruttivo stimolare i ragazzi ad aiutarsi a vicenda.

Chi è più bravo di un altro può aiutare chi non riesce ad ottenere il risultato desiderato, sia a livello didattico che a livello di educazione emotiva e relazionale.

I bambini possono aiutarsi a vicenda a fare gli esercizi di matematica, ma possono aiutarsi anche a gestire meglio i litigi tra compagni oppure a consolarsi tra di loro quando qualcuno piange.

Questi sono gli aspetti principali che mi sono piaciuti del corso di formazione che ho fatto sul Coping Power Scuola: personalmente non vedo l’ora di proporlo e di applicarlo nelle scuole della mia zona.

Per ulteriori approfondimenti sul Coping Power Scuola vi rimando direttamente al sito del progetto, che per comodità ri-linko anche qui a fine articolo: http://www.copingpowerscuola.it

Per rispondere alla domanda iniziale: come sarà la scuola del futuro?

Non lo so con certezza, ma personalmente ci metterò del mio affinché si parli di emozioni.


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Pubblicato da

Antonello Mattia

Mi chiamo Antonello Mattia, sono uno psicologo e scrivo articoli riguardanti il mondo della psicologia e della psicoterapia, parlando di concetti complessi in modo fruibile e divertente.

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