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Promuovere la cultura del benessere psicologico: un passo in avanti per psicologi e pazienti

Molte persone credono che prendersi cura della propria salute mentale e del proprio benessere psicologico corrisponda esclusivamente al rivolgersi ad uno psicologo ed iniziare un percorso di aiuto presso il suo studio.

Una buona fetta della comunità professionale degli psicologi conferma questa credenza.

L’attività clinica è quella di elezione quando si pensa alle mansioni tipiche di uno psicologo, tuttavia esiste un mondo di possibilità che hanno a che fare con il benessere psicologico e che spesso sono oscure sia all’utenza che agli psicologi stessi (soprattutto ai nuovi psicologi).

In questo articolo, che è rivolto sia alla popolazione comune che agli psicologi, voglio parlare della differenziazione dei servizi di aiuto psicologico.

Prendersi cura della propria salute psicologica passa attraverso una variegata serie di pratiche: la consulenza in studio, secondo me, è solamente una tra tante.

Per questo motivo è importante creare una cultura del benessere psicologico.

Credo che sia necessario veicolare il messaggio che esistono tanti modi per prendersi cura della propria salute psicologica.

Non sempre le persone possiedono la motivazione e la possibilità di recarsi nello studio di uno psicologo per farsi aiutare, tuttavia ciò non significa che non possano fare dei piccoli passi avanti di altro genere per stare meglio psicologicamente.

In tutto questo gli psicologi hanno il compito di informare e di creare una rete di servizi di vario tipo, con l’obiettivo di alimentare una cultura del benessere psicologico che si sviluppi anche e soprattutto al di fuori degli studi degli psicologi stessi.

Come si crea una cultura del benessere psicologico?

Provo a dare la mia opinione in questo articolo, iniziando proprio dall’analisi dall’immagine che le persone hanno di noi psicologi: lo strizzacervelli con il lettino.

Lo strizzacervelli ed il suo lettino: mah, sarà vero?

Ogni professione lavorativa ha una sua immagine sociale, che è quell’insieme di stereotipi e di frasi fatte che sono così comuni quando ci si intrattiene nelle cosiddette “chiacchiere da bar”.

Gli avvocati sono quelli manipolativi che ti vogliono fregare; gli ingegneri sono anaffettivi e sanno rapportarsi solamente con le macchine; gli architetti sono un pò ossessivi … avete capito l’antifona, no?

La prima immagine che viene in mente quando si pensa allo psicologo è quella dello studio, del lettino, di Freud (perché Freud è come il prezzemolo quando si parla di psicologia: lo si trova dappertutto), di una persona che ti ascolta mentre parli di tutto quello che ti passa per la testa.

In Italia, per tanti anni, è stato “lo strizzacervelli”.

Non è un caso che alcuni prodotti cinematografici abbiano ripreso questo stereotipo.

Giusto lo scorso anno è uscita su Netflix una serie TV dedicata a Freud, che testimonia quanto il nostro amico austriaco sia impresso nell’immaginario collettivo (ma da quello che mi dicono è una serie che ha poco a che fare con la psicologia).

Un altro esempio di “psicologo da Hollywood” (letteralmente, essendo ambientata a Los Angeles) è quello della dottoressa Linda Martin della serie Lucifer, che ascolta i problemi di personaggi biblici come angeli e demoni comodamente seduti sul divano dello studio (niente lettino purtroppo) ad ogni puntata.

A parte gli esempi cinematografici, l’idea comune del lavoro dello psicologo è quella di un professionista che ascolta i tuoi problemi nello studio: tutto questo è vero, ma non è solo questo.

Trovo che questa visione della professione sia in parte limitante, soprattutto quando è preponderante nell’immaginario collettivo.

Se le persone credono che lo psicologo faccia solo questo e gli psicologi stessi supportano questa percezione valorizzando solamente la pratica clinica, quello che accade è che:

  • L’utenza non usufruisce di tutta quella serie di servizi ulteriori che lo psicologo è capace di erogare, soprattutto nell’ambito della prevenzione primaria, perché non ne conosce l’esistenza, nella peggiore delle ipotesi, e non ne vede l’utilità;
  • Gli psicologi limitano il raggio d’azione dei loro interventi, occupandosi solamente della cura, attraverso specifiche modalità come la consulenza e la psicoterapia. Nello specifico, perdono l’occasione di istruire la popolazione rispetto l’importanza del benessere mentale attraverso servizi di prevenzione primaria.

Ho utilizzato due volte il termine “prevenzione primaria“: effettivamente, è un concetto centrale all’interno di questo discorso.

Prevenzione primaria, secondaria e terziaria: facciamo chiarezza

I colleghi che stanno leggendo questo articolo hanno già sentito parlare di questi concetti tra i banchi dell’università, ma un ripasso è doveroso per coloro che non sono mai entrati all’interno di una facoltà di psicologia.

I tre tipi di prevenzione servono a distinguere tre livelli di intervento che è possibile fare in ambito psicologico.

Ogni tipo di prevenzione ha obiettivi e destinatari differenti.

Un semplice trucco che è molto utile per distinguerli tra di loro e per ricordarli è quello di utilizzare una discriminante: quella temporale.

La prevenzione primaria, che come dice il nome è quella che viene temporalmente per prima, riguarda tutta quella serie di interventi che lo psicologo può fare che:

  • Sono indirizzati a persone che ancora non stanno male psicologicamente, ma anzi godono di una buona salute psichica (più o meno, ognuno ha i suoi problemi no?);
  • Hanno come obiettivo il potenziamento delle risorse personali ed ambientali. La filosofia spicciola che c’è dietro gli interventi di prevenzione primaria è: “Ora stai bene, ma se ti prendi cura di te adesso potenziando le tue risorse mentali, allora vedrai che sarà ancora più difficile ammalarti”.

Mangiare bene evitando le schifezze, fare sport, rilassarsi e meditare ecc. sono tutte attività preventive che aumentano il proprio stato di salute e, come dice il nome, prevengono la malattia.

La prevenzione secondaria riguarda quel genere di interventi che hanno a fare con gruppi di persone che sono a rischio di sviluppare del disagio psicologico.

In questo caso l’obiettivo del professionista è “limitare i danni”, agendo su quei fattori di rischio che possono aumentare la possibilità che queste persone a rischio stiamo male psicologicamente.

Un esempio di intervento di prevenzione secondaria è quello rivolto agli adolescenti con problematiche varie che potrebbero esacerbarsi in età adulta: intervenire tempestivamente può migliorare le loro condizioni di vita future.

Infine esiste la prevenzione terziaria, che altro non è che la cura della malattia vera e propria.

Temporalmente parlando il problema è presente, così come il disagio ad esso connesso: lo psicologo si occupa di curare la psicopatologia ed il decorso è influenzato da tanti fattori differenti.

La definizione che ho dato dei tre tipi di prevenzione è volutamente sintetica e discorsiva per non rendere l’articolo troppo lungo e pesante.

Tuttavia, per ulteriori chiarimenti ed approfondimenti, rimando a questo articolo scritto dalla rivista online State of Mind che parla dell’argomento e lo affronta in modo più esaustivo.

Prevenire è meglio che curare, dice il proverbio

La morale di questo excursus sui tipi di prevenzione sta nel fatto che, nella realtà di tutti i giorni, le persone si prendono cura del proprio benessere psicologico solo quando il problema è ben presente … e fa male.

È come rivolgersi al gastroenterologo solo quando abbiamo un caso di gastrite in acuto, invece che intervenire preventivamente sulla propria alimentazione sregolata, magari rivolgendosi ad un nutrizionista.

Questo tipo di ragionamento danneggia sia la popolazione, sia il professionista che eroga il servizio.

Agendo preventivamente sulla propria salute, prendendosi cura del proprio benessere psicologico, un individuo qualsiasi può:

  • Vivere meglio, poiché il suo stato mentale è influenzato da uno stile di vita sano e dal prendersi cura della propria salute psicologica;
  • Risparmiare soldi, perché le cure di un professionista costano tanto e durano a lungo

Allo stesso modo, gli psicologi possono contare su bacino di utenza molto più elevato: in ottica preventiva, i potenziali clienti non sono più coloro che stanno male, ma l’intera popolazione.

Non dimentichiamoci che il paziente tipico che varca la soglia dello studio di uno psicologo ha almeno due caratteristiche:

  • È motivato a farlo, per cui possiede le risorse economiche, fisiche e mentali per iniziare un percorso di aiuto (e spesso non sono poche);
  • Soffre tanto da richiedere aiuto, e questo alimenta la motivazione di cui parlavo sopra.

Diversificare i servizi da offrire alla popolazione permetterebbe agli psicologi di intercettare potenziali clienti con tipologie di motivazione differenti.

Come dicevo anche all’inizio dell’articolo: non tutti hanno la motivazione necessaria per iniziare un percorso di aiuto psicologico, anche se soffrono molto.

Tuttavia potrebbero avere la motivazione per partecipare ad un corso di life skills per stare meglio con gli altri; potrebbero partecipare ad un evento gratuito che dà informazioni utili su una problematica psicologica; potrebbero fare questo ed altro in base al servizio erogato.

Domanda e offerta vanno a braccetto e sono influenzate entrambe dal contesto culturale di appartenenza.

Una cultura del benessere psicologico, che valuta l’importanza della salute psicologica allo stesso livello di quella fisica, permetterebbe di aumentare la domanda di aiuto psicologico in base ai livelli di motivazione di ogni singolo individuo, proprio perché esisterebbero tanti servizi differenti (che avrebbero “requisiti” motivazionali di tipo economico e personale dal gratuito/basso impatto al costoso/alto impatto) a cui potersi rivolgere.

Quali sono le conclusioni possibili di questo discorso?

Promuovere una cultura del benessere psicologico: una questione di responsabilità

La responsabilità legata al riuscire a promuovere una cultura del benessere psicologico è duplice.

Spetta sia alla popolazione che ai professionisti fare un passo in avanti per raggiungere questo obiettivo.

Come in tutte le relazioni interpersonali, un cambiamento reale è possibile solo quando entrambe le parti in causa si assumono la responsabilità delle loro azioni e si adoperano per un cambiamento.

Personalmente credo che sia importante che le persone comincino a prendersi cura della propria salute psicologica.

Il mio invito è quello di informarsi da fonti sicure, di accumulare nozioni utili su cosa significa davvero stare bene con sé stessi e godere di benessere psicologico.

Conoscere è il primo passo per fare, perciò partecipate ad eventi informativi ed iniziative che gli psicologi propongono nel vostro territorio di appartenenza.

Leggete libri ed articoli, vedete video, ma soprattutto ascoltatevi e prendetevi cura dei vostri bisogni psicologici.

Il mio invito per i professionisti, invece, è quello di diversificare i servizi offerti e di “far girare sempre di più” le informazioni e la conoscenza della Psicologia all’interno della popolazione.

È importante che gli psicologi non si rifugino all’interno di una torre di avorio facendosi custodi del sapere e della cura.

Ciò non significa dare conoscenze tecniche e specialistiche a persone che non saprebbero gestirle, ma darne il necessario per aiutare le persone i mezzi per aiutarsi da sole e fare quel primo passo verso il benessere mentale.

Più le persone saranno informate rispetto ai temi che riguardano il benessere psicologico e più saranno motivate a prendersene cura, sia da sole che attraverso l’aiuto di un professionista.

Ogni grande viaggio inizia con un piccolo passo, diceva Lao Tzu: spero che l’Italia possa vedere la nascita di una cultura del benessere psicologico, per il giovamento della popolazione e della categoria professionale a cui appartengo.

Io so che, nel mio piccolo, mi prenderò la mia parte di responsabilità per il raggiungimento di questo obiettivo, continuando a scrivere articoli informativi e divulgativi come questo sul mio blog.

Come al solito vi invito a condividere l’articolo se l’avete trovato utile o interessante. Ogni condivisione conta, grazie mille!

Pubblicato da Antonello Mattia

Mi chiamo Antonello Mattia, sono uno psicologo e scrivo articoli riguardanti il mondo della psicologia e della psicoterapia, parlando di concetti complessi in modo fruibile e divertente.

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