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Come (non) aiutare un amico in difficoltà: gli stili di aiuto inefficaci

Come aiutare un amico in difficoltà? Alcuni atteggiamenti di aiuto sono più efficaci di altri: vediamo assieme quali evitare.

Uno degli articoli che ha riscosso più successo sul sito è quello che ho scritto su come aiutare il proprio partner quando sta affrontando un momento difficile.

Dato che si tratta di un argomento che suscita interesse, ho deciso di scrivere questo articolo su come aiutare un amico in difficoltà.

Anzi, in realtà si tratta di un articolo che parlerà di come NON aiutare un amico in difficoltà!

D’altronde sembra scontato, ma sostenere ed aiutare efficacemente una persona che ci sta a cuore è tutt’altro che scontato.

Ve lo posso confermare io, che in qualità di psicoterapeuta sono almeno 10 anni che studio materie psicologiche per imparare come si fa!

A parte le battute, l’aiuto rivolto ad un’altra persona può assumere caratteristiche più o meno tecniche, ma quando si tratta di aiutare un amico in difficoltà non è assolutamente necessario essere dei professionisti delle relazioni di aiuto.

Spesso ciò che conta davvero è esprimere empatia e vicinanza emotiva, all’interno di una cornice imprescindibile di rispetto per l’altro e per ciò che sta vivendo.

Essere protettivi e comprensivi con l’altro va bilanciato con la capacità di dargli spazio e libertà di espressione, in un equilibrio che favorisce sia l’espressione di sé e sia la possibilità di avere la proverbiale “spalla su cui piangere”.

Capire l’altro, accogliere il suo vissuto ed esprimere vicinanza emotiva sono comportamenti fondamentali per comprendere davvero come aiutare un amico in difficoltà.

Detto questo: quali sono i comportamenti da evitare?

Quali sono quegli atteggiamenti che colui che aiuta adopera in buona fede, ma che spesso ottengono l’effetto opposto?

Vediamoli assieme uno per uno, così da capire come (non) aiutare un amico in difficoltà.

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Quando il passato torna nel presente: il concetto di “Elastico” secondo l’AT

In quali situazioni il passato torna nel presente? Perché accade e secondo quale processo? L’Analisi Transazionale ha spiegato questo fenomeno descrivendo il concetto di “elastico”.

Esiste un ponte temporale che collega assieme il presente ed il passato.

Questo collegamento non avviene attraverso un wormhole, come molti di noi hanno potuto vedere seguendo la serie Dark su Netflix (ottima serie, tra parentesi!).

Il passato torna nel presente solamente nella nostra mente, grazie ai processi psicologici della memoria.

Sotto un certo punto di vista, il passato non è mai davvero “passato”: grazie alla capacità della mente umana di immagazzinare informazioni e strutturare degli apprendimenti a partire dalle esperienze fatte in passato interagendo col mondo esterno, il passato diventa attuale molto più spesso di quello che crediamo.

Cerchiamo di analizzare questo processo in un modo che sia chiaro e semplice da comprendere.

Innanzitutto è importante porsi una domanda iniziale:

Cosa si intende con l’espressione “il passato torna nel presente”?

Con questa espressione faccio riferimento a tutte quelle situazioni, sempre più o meno simili, in cui mettiamo in atto dei comportamenti che percepiamo come disfunzionali, che non ci piacciono, eppure che riproponiamo quasi in modo automatico.

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Paura, Rabbia, Gioia, Tristezza: breve guida alle emozioni di base

Un articolo che funge da breve guida alle emozioni di base: che cosa sono, quali sono gli stimoli che le attivano, qual è il bisogno connesso ad ogni emozione e come gestirle.

Ho deciso di scrivere questo articolo perché mi sono reso conto, attraverso la pratica clinica, che è sempre più necessario parlare di emozioni ed offrire un’educazione emotiva di base alle persone.

Lavoro sia con i bambini che con gli adulti, rispettivamente a scuola e nel mio studio.

Si tratta di fasce di età molto differenti, tuttavia riscontro spesso una similitudine che mi sorprende: le emozioni ed il loro funzionamento rimangono delle perfette sconosciute.

Da psicoterapeuta è qualcosa che mi lascia perplesso, tuttavia mi ripeto che è anche normale: proviamo emozioni per tutta la vita, eppure difficilmente riceviamo un’educazione emotiva di base che ci spieghi che cosa farcene di quelle strane “sensazioni nella pancia” che proviamo ogni giorno.

L’obiettivo di questo articolo, quindi, è quello di fornire una breve guida alle emozioni di base che sia schematica e sintetica, facile da leggere e da capire.

Ovviamente il discorso sulle emozioni è ben più complesso di ciò che andrò a delineare in questo articolo, ma per venire incontro all’obiettivo che mi sono prefissato cercherò di essere sintetico per il bene della semplicità.

Per chi volesse approfondire ho già scritto altri articoli sull’argomento (ad esempio qui e qui), altrimenti rimando a testi specialistici di psicologia e psicoterapia che trattano l’argomento (uno che apprezzo particolarmente è questo, ma è molto tecnico, altrimenti rimando al sempreverde libro di Goleman sull’intelligenza emotiva).

Per ogni emozione di base descriverò:

  • Lo stimolo proveniente dal mondo esterno che elicita quella specifica emozione;
  • Il bisogno personale connesso all’emozione che stiamo provando, che è necessario ascoltare ed accogliere se vogliamo risolverla;
  • Il comportamento che, se messo in atto, ci permetterà di risolvere in modo adattivo quello specifico bisogno (e quindi l’emozione).

Ci tengo a precisare che quelle che leggerete sono delle linee guida, e non delle regole scritte nella pietra.

Ogni emozione che proviamo è legata ad un preciso tempo e luogo, spesso irripetibile ed unico: è un’esperienza estremamente personale che affonda le radici nella nostra storia personale e nel modo che conosciamo per gestire le emozioni.

Iniziamo la nostra breve guida alle emozioni di base partendo dall’analisi della rabbia.

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