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Per essere felici bisogna soffrire: il paradosso del cambiamento

Per essere felici non esiste la ricetta magica: il cambiamento non si ottiene seguendo 10 semplici passi come ci consiglia spesso internet, però forse dobbiamo soffrire un pò.

Una delle qualità che ho sempre cercato di coltivare nel mio lavoro, e che riscontro anche nei collaboratori con cui pubblico articoli qui sul sito, è il realismo.

Essere realisti significa tante cose, tra cui essere capaci di analizzare la realtà con occhio critico (ma non criticando) e di stimolare gli altri a fare lo stesso.

In quanto psicoterapeuta credo che stimolare le persone ad essere realiste sia una delle conquiste più grandi del processo di cambiamento personale.

D’altronde è proprio nel contatto con la realtà che siamo capaci di attivare le nostre risorse e di fronteggiare i problemi che la vita ci pone davanti.

Quello che ho notato guardandomi un pò intorno è che, quando si parla di felicità e di come essere felici, è davvero difficile essere realisti.

La stessa cosa succede quando si parla di cambiamento: per essere felici o per cambiare sembra che basti seguire una qualsiasi lista di 10 o meno buone abitudini per un determinato periodo di tempo, ed ecco lì il risultato.

Non serve che vi dica che la realtà dei fatti non è questa, giusto?

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È tutta colpa tua! Come smettere di incolpare gli altri della propria infelicità

Incolpare gli altri del proprio malessere sembra essere diventato lo sport nazionale.

In questo articolo analizzo il Gioco psicologico denonimato: “È tutta colpa tua!” secondo il linguaggio dell’Analisi Transazionale, dando alcuni consigli utili su come uscirne e smettere di incolpare gli altri (e di essere incolpati).

Sentire la frase: “È tutta colpa tua se …” seguita da urla, insulti e recriminazioni varie è abbastanza comune al giorno d’oggi.

Non che fosse una pratica sociale rara in passato: l’essere umano è sempre stato abilissimo nel trovare modi per evitare di addossarsi le sue responsabilità, sin dalla notte dei tempi.

Incolpare gli altri è solamente uno dei tanti modi esistenti tra tutti quelli disponibili (e sono tanti).

Alcuni di noi, tuttavia, ne hanno fatta una vera e propria arte.

Questo gruppo di persone, che trovano così naturale incolpare gli altri, possono essere definiti come i giocatori incalliti del Gioco psicologico “È tutta colpa tua”.

Me li immagino un pò così i giocatori incalliti di “È tutta colpa tua!”, mentre decidono chi sarà la prossima persona da incolpare per ciò che hanno “sbagliato”.

Per capire cosa accade davvero quando si incolpano gli altri è necessario partire dalla definizione di cos’è un Gioco, che troverete qui sotto.

Per chi volesse approfondire di più il linguaggio dell’Analisi Transazionale consiglio la lettura di questo breve articolo che ho scritto a riguardo.

Ebbene, la prima domanda che ci poniamo oggi è …

Cos’è un Gioco psicologico?

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“Sono triste” e “sono depresso”: differenze tra due modi di dire (apparentemente) simili

“Sono triste” e “sono depresso” sono due modi di dire che usiamo spesso nel linguaggio comune.

Ma significano davvero la stessa cosa?

Ho deciso di scrivere questo articolo ripensando ad un colloquio di psicoterapia effettuato con un paziente, tempo fa.

Senza entrare nei dettagli privati della discussione, notai che la persona in questione utilizzava le espressioni “sono triste” e “sono depresso” in modo intercambiabile, come se significassero la stessa cosa.

Una persona che non ha mai aperto un libro di Psicologia non ci avrebbe fatto caso probabilmente, o comunque l’avrebbe considerato come un dettaglio di poco conto.

D’altronde quante volte ci capita di dire “oggi sono triste” oppure “sono depresso ultimamente, mi pesa fare qualsiasi cosa” nella vita quotidiana?

Immagino parecchio, soprattutto in questo particolare momento storico.

Nel mio caso invece, proprio per via della mia formazione e del lavoro che faccio, si è acceso il celeberrimo “senso di ragno“.

La differenza rispetto all’immagine è che quando lavoro la mascherina ce l’ho, ma copre solo metà del viso.

Perché è opportuno fare una distinzione tra le espressioni “sono triste” e “sono depresso”?

Già: perché mi sto prendendo la briga di scrivere un articolo a riguardo, se sembra una cosa così banale?

Personalmente credo che sia importante per due motivazioni: una di tipo teorico ed una di tipo pratico.

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