“I matti capitano sempre a me!”: i giochi psicologici come modalità relazionali ripetitive

“I matti capitano sempre a me!” (cit.)

Per questo articolo ho voluto scegliere un titolo provocatorio che riprendesse una frase comune che sento dire spesso dai pazienti e da alcune persone che ho incontrato nella mia vita quotidiana.

Sicuramente è capitato anche a voi di ascoltare un amico o un’amica che si lamentasse dopo una storia d’amore finita male.

Poteva trattarsi di amore oppure di un’amicizia; in generale si tratta di rapporti interpersonali verso cui l’amico in questione ha investito tempo, energie ed affettività.

Mi immagino la scena: siete davanti ad un caffè oppure ad una birra e state ascoltando attentamente il racconto del vostro amico.

Chissà quante discorsi simili a questo si sono svolti davanti ad un caffè: se le tazzine potessero parlare …

Vi ha chiesto lui un momento per parlare e, da bravi amici quali siete, glielo avete concesso.

Quello di cui vi rendete conto sin da subito è che il racconto che vi sta narrando sembra una storia già sentita: infatti, il vostro amico ha già avuto rapporti di questo tipo e sono finiti tutti allo stesso modo.

Ad un certo punto pronuncia la frase con cui ho iniziato a scrivere questo articolo: “I matti capitano sempre a me!” oppure, se è diretta al gentil sesso: “Le matte capitano sempre a me!“, magari detta con un tono lamentoso, o scherzoso, oppure arrabbiato.

Quest’ultima frase conferma definitivamente l’impressione che vi eravate fatti, ovvero che il vostro caro amico non ha poi tutti i torti: questa è l’ennesima volta che vi racconta la stessa storia! Cambiano le persone coinvolte ma la vicenda si svolge sempre allo stesso modo.

Beh, magari non avete una laurea in Psicologia ma il vostro sesto senso vi avverte dell’esistenza di un pattern relazionale ripetitivo a cui il vostro caro amico sembra davvero molto affezionato, tanto che lo ripete con più persone in momenti diversi della sua vita.

Con questo articolo, oggi, voglio aiutarvi a mettere i puntini sulle “i” e a dare un nome a questo genere di processi interpersonali: si tratta dei giochi psicologici.

Che cos’è un gioco psicologico? Una breve definizione

Il termine “gioco psicologico” è stato definito per primo da Eric Berne, il fondatore del metodo di psicoterapia dell’Analisi Transazionale.

Su questo sito abbiamo incontrato il buon Eric già diverse volte in alcuni articoli, ad esempio quando ho parlato di responsabilità personale nelle relazioni oppure di fame di riconoscimento da parte degli altri.

Secondo l’autore, il gioco psicologico è una serie progressiva di transazioni interpersonali che avvengono tra due o più persone e che avranno un esito ben definito e prevedibile.

Ciò significa che il gioco psicologico è facilmente riconoscibile: si svolge sempre allo stesso modo e termina sempre allo stesso modo.

Il vostro sesto senso (o dovrei dire senso di ragno?) si è nuovamente attivato ripensando al racconto del vostro amico/amica? Fate bene ad ascoltarlo, perché la ripetitività è un elemento importante per riconoscere un gioco.

Il senso di ragno di Spiderman lo avverte dei pericoli: allora, per coerenza, dovrebbe attivarsi anche prima dell’inizio di un gioco psicologico.

Non è finita qui: il gioco psicologico è tale perché nasconde una motivazione nascosta.

Si parla di motivazione “nascosta” perché i giochi vengono giocati al limite della consapevolezza: spesso non abbiamo coscienza che stiamo giocando con il nostro interlocutore, così come non abbiamo la consapevolezza profonda del perché lo stiamo facendo (questo è un lavoro per la psicoterapia!).

La motivazione nascosta nel gioco è connessa al tipo di gioco giocato: ce sono molti ed ognuno è differente per i ruoli, per lo svolgimento e per il tornaconto finale.

Tuttavia, è possibile spiegare le motivazioni nascoste nei giochi citando le motivazioni principali per cui le persone giocano, che sono:

  1. Ottenere riconoscimento affettivo da parte degli altri, anche se è di tipo negativo;
  2. Confermare nuovamente le proprie modalità di relazione con gli altri, dimostrando a se stessi che le convinzioni personali che si hanno verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo sono proprio giuste e non andrebbero cambiate.

Credo che sia ora di introdurre la formula G di Eric Berne e di fare un esempio pratico, in modo da ricondurre la teoria alla realtà della vita quotidiana.

La Formula G: qual è la struttura di un gioco?

Eric Berne ideò una formula che potesse descrivere lo svolgimento di un gioco e che ne individuasse la struttura di base.

La formula è la seguente:

Gancio + Anello = Risposta –> Scambio –> Confusione –> Tornaconto

Giuro che questa formula è ben più semplice di quella che si vede in questa immagine: vediamo di spiegarla!

Inizio la spiegazione della formula partendo dai primi due “numeri” che vedete a sinistra: il Gancio e l’Anello.

Cosa succede di solito se provate a mettere un anello di ferro sopra ad un gancio? Si incastrano a vicenda!

Quest’esperienza comune che vi sarà sicuramente capitata se, almeno una volta nella vita, avete vissuto la sfortuna di avere la macchina guasta e di farvi trainare da un carro-attrezzi spiega abbastanza bene come inizia un gioco.

Infatti, allo stesso modo, le persone iniziano alcune scambi relazionali con gli altri proponendo un Gancio, che funge da stimolo per il proprio interlocutore.

Il Gancio è una frase, un gesto, un qualsiasi stimolo interpersonale che invita l’altra persona ad iniziare il gioco.

Ciò significa che il gioco può iniziare solamente se il proprio interlocutore accetta il gioco: per farlo, è necessario che il primo giocatore conti su una “debolezza” dell’altro che può sfruttare a suo vantaggio, che viene definita Anello.

Faccio un esempio pratico: immaginiamo che io sia una persona lamentosa che senta il bisogno compulsivo di farsi aiutare dagli altri.

Non credo in me stesso e nelle mie risorse e vivo la mia vita cercando dei salvatori che possano aiutarmi a fare quello che io credo di non riuscire a fare (anche se sotto sotto le risorse ce le ho, ma quella è un’altra storia … di cui si può parlare a terapia!).

Alla luce di questa premessa, è molto probabile che io viva numerose relazioni in cui cerco di essere aiutato dagli altri: per questo, il mio Gancio è spesso una richiesta di aiuto con relativo senso di impotenza da parte mia.

Ecco, ora immaginate questo: cosa succederebbe se incontrassi una persona che si prodiga sempre per gli altri, che vive la sua vita da crocerossina, che non riesce proprio a dire di no a chi ne ha più bisogno?

Scommetto che stiamo pensando la stessa cosa: se incontrassi una persona del genere sarebbe per me una cosa bellissima, una vera salvezza!

Per questo motivo l’Anello, in questo esempio, è rappresentato dalla “debolezza” dell’altro, che è quella di prendersi cura degli altri senza dire mai di no, magari mettendo da parte anche se stessa pur di compiacere chi ha bisogno.

Quindi: io chiedo aiuto, l’altro risponde aiutandomi … il gioco è iniziato!

Aiutarsi a vicenda e sostituirsi all’altro sono due modi molto diversi di prestare aiuto: il primo valorizza la parità di valore tra due persone, il secondo no.

Tornando alla nostra formula, la terza variabile che incontriamo è quella della Risposta, che equivale alla serie di transazioni che costituiscono il gioco in sé.

Sempre nel nostro esempio, la serie di Risposte che otterremo sarà una certo numero di richieste di aiuto da parte mia ed i relativi tentativi di salvataggio da parte della mia crocerossina preferita.

Ad un certo punto, però, accade il fattaccio: siamo arrivati allo Scambio! Ed è qui che le cose si fanno interessanti (come se non lo fossero già).

Infatti, come dicevo all’inizio del nostro esempio, io vivo la mia vita da vittima e cerco esplicitamente aiuto, ma inconsciamente non voglio essere aiutato perché credo fermamente di non essere importante e che, in fine dei conti, degli altri non ci si può fidare.

Quindi cosa faccio? Chiedo continuamente aiuto ma svaluto i tentativi di salvataggio che ricevo, arrivando addirittura a dire all’altro giocatore: “Sai che c’è? Tutti i tuoi consigli non servono a nulla perché li ho provati e non funzionano, per cui il tuo aiuto è stato inutile!” oppure “Tu mi aiuti tanto ma alla fine le cose non vanno mai per il verso giusto, quindi non mi servi più, non sei la persona giusta” e così via.

Il ruolo che ho giocato è stato quello della pecorella smarrita, ma sotto la mia finta pelliccia morbidosa ero un lupo pronto ad azzannare l’altro ed a riconfermare a me stesso che degli altri non ci si può fidare.

E l’altro giocatore cosa fa? Beh, era partito da una posizione da crocerossina salvatrice e si ritrova attaccato e con le spalle al muro, quindi i ruoli si sono invertiti: ora lui/lei è la vittima, ed io sono un persecutore.

Tenera foto di una pecorella smarrita.

Questo è il momento dello Scambio, a cui segue il momento della Confusione perché ognuno di noi due non sa cosa è successo a livello profondo nella relazione, ma sa che sta provando forti sensazioni sgradevoli connesse a sé ed all’altro.

Quindi arriviamo alla fine del nostro gioco: il Tornaconto.

Cosa hanno ottenuto i nostri giocatori alla fine della fiera?

Un bel sacchetto di stati d’animo negativi e la ri-conferma delle proprie credenze negative su sé, sul mondo e sugli altri.

“I matti capitano sempre a me”… e se fossi tu a cercarteli?

Cominciamo a riprenderci le nostre responsabilità: se ti capita spesso di lamentarti che “i matti capitano sempre a me” prova a chiederti cosa fai per attirarli nella tua vita!

Ognuno di noi si muove nel mondo con una bella maglietta invisibile addosso, con su scritti degli slogan del tipo: “Io ti salverò”, oppure “io ho bisogno di essere salvato”, oppure “guai a te se ti avvicini” e così via.

Queste magliette rappresentano i giochi psicologici che ci piace giocare con gli altri ed i ruoli che ricopriamo di solito.

Per smettere di vivere queste relazioni ripetitive che portano solamente a stati d’animo negativi bisogna fare un primo importante passo: mettersi gli occhiali della consapevolezza e riconoscere la maglietta che si porta addosso.

Solo nel momento in cui siamo consapevoli di noi stessi, di chi siamo, di qual è la nostra storia relazionale possiamo ri-decidere di avere un futuro relazionale diverso dal nostro passato.

Se questo non accade potremmo essere condannati a ripetere sempre le stesse cose, sempre le stesse relazioni, arrivando sempre al punto di essere con un amico davanti ad un caffè, ad una birra ed esclamare: “I matti capitano sempre a me!“.

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Antonello Mattia

Mi chiamo Antonello Mattia, sono uno psicologo e scrivo articoli riguardanti il mondo della psicologia e della psicoterapia, parlando di concetti complessi in modo fruibile e divertente.

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